Questo non è bastato però per dare all’OMS il via alla
dichiarazione della pandemia. Ad oggi infatti l’Organizzazione
Mondiale della Sanità ha potuto solo parlare di “situazione
pandemica” ma non di pandemia, che è molto diverso. La stessa
differenza che esiste quando si parla dell’apparizione del virus in
Cina contro il fatto che si tratti di un virus “cinese”. Ma
purtroppo il linguaggio dei media è quello di “pandemia” e
“guerra al virus”. Questi termini hanno effetti sociali
(pan-fobia), economici (CAT-Bond) e legislativi (restrizioni delle
libertà fondamentali).
L’era “Co.V.ID” (o
Control of Virtual Identity, concetto che sarà da me
elaborato nei prossimi articoli) ha avuto
un certo effetto nei conflitti in Medio Oriente. Le Nazioni Unite
hanno chiesto il cessate il fuoco in tutti i maggiori conflitti
esistenti, ma prendiamo come situazioni campione quelle di Siria,
Yemen, Libia e Iraq.
In Siria, devastata da una guerra che dura da nove anni, la
“pandemia” è curiosamente iniziata esattamente nel momento in
cui le maggiori forze straniere presenti sul territorio – Russia e
Turchia – hanno fermato le ostilità.
A Damasco si parla del ritiro delle truppe americane che verrebbe
accelerato grazie all’espandersi del virus. Questo creerebbe un
vuoto pericoloso per il ritorno di fiamma del gruppo jihadista che
fino a un anno fa militava sotto il califfato dell’ISIS.
In Yemen è in corso una guerra civile da cinque anni tra il governo
yemenita (sostenuto dall’Arabia Saudita) e i ribelli Huthi (che
hanno l’appoggio dell’Iran). Le due parti avrebbero risposto
positivamente all’appello delle Nazioni Unite ma solo inizialmente,
poi la serie di bombardamenti sauditi sulle postazioni ribelli è
ripresa. Lo Yemen conta attualmente 24 milioni di persone che
necessitano assistenza umanitaria, ma il cessate il fuoco in un
momento in cui la paura della “pandemia” tiene chiuse le nazioni
su sé stesse, non sembra poter essere di alcun aiuto.
In Libia il rischio dell’epidemia di Coronavirus non sembra aver
sortito alcun effetto sul conflitto dato che la Turchia, che fino ad
ora ha sostenuto il governo nazionale di Tripoli riconosciuto
dall’U.N., potrebbe allontanarsi con il ritiro delle truppe
occidentali. Questo favorirebbe Khalifa Haftar e le sue truppe che
aspettano solo il momento giusto per prendersi la capitale. Haftar è
sostenuto da Russia, Egitto e Emirati Arabi.
Il fatto che il
“virus” abbia colpito pesantemente i paesi occidentali sta
spingendo ad un ritiro sia delle forze militari che di quelle di
peace-making. L’International Crisis Group ha già
dichiarato che il cessate il fuoco in Libia non sta ricevendo molta
attenzione proprio a causa della “pandemia”.
Sull’Iraq ho scritto nell’articolo precedente (L’Effetto
Babel) ma vale la pena aggiungere brevemente che il
territorio iracheno rimane un teatro sensibile per le tre forze in
campo: USA, Iran e i Jihadisti dell’ex califfato ISIS. La
situazione rimane molto delicata, anche perché pare che USA e Iran
siano due tra le nazioni più colpite dal Coronavirus.
Da questa breve panoramica si può notare il collegamento tra
conflitti e virus, laddove la paura dell’espandersi del secondo non
necessariamente ferma i primi, ma alleggerisce il peso delle forze
occidentali in gioco, che si chiudono entro i propri confini
nazionali lasciando campo libero a nuovi interventi più localizzati,
che potrebbero rimodellare alleanze e far nascere nuovi equilibri.
Ad esempio il movimento nazionalista arabo promuove una singola
nazione araba che finora non c’è stata, ma anche l’etnia kurda
non è ancora riuscita ad avere un proprio stato indipendente. È
dalla fine della Prima guerra mondiale che il Medio Oriente
percepisce la presenza delle potenze occidentali come la causa di
divisioni, conflitti e controlli, specialmente sulla questione dei
confini che a più di un secolo di distanza ancora non convince
nessuno.
È in Medio Oriente che più di ogni altro si manifesta l’Effetto
Babel perché le colonie stabilite da Francia e Regno Unito nella
seconda metà del Novecento, seppure non più formalmente presenti,
hanno lasciato cicatrici che ancora faticano a rimarginare. E
naturalmente la presenza militare occidentale non ha aiutato, come
dimostrano le proteste arabe del 2011.
Poi c’è la questione Israele, una terra creata nel 1917 con la
dichiarazione Balfour per ospitare gli ebrei in terra palestinese. Lo
Stato di Israele fu creato solo nel 1948 e da allora è come aver
scoperchiato il leggendario Vaso di Pandora.
Il 1979 è stato testimone della rivoluzione in Iran che, per
spodestare la monarchia, ha stabilito l’unico stato a costituzione
islamica del mondo che è tanto repressivo quanto lo era prima lo
Shah. Nel 1982 l’Iran creò l’Hezbollah e l’Iraq dichiarò
guerra allo stato islamico nel tentativo di reprimere la rivoluzione
iraniana. Invece ottenne solo di avviare un conflitto che durò otto
anni. Nel 2003 l’invasione dell’Iraq da parte degli USA spostò
lo stallo tra i due paesi a favore dell’Iran e questo è stato uno
dei più grandi errori (se di errore si è trattato) di Washington
nella strategia mediorientale americana: Sciiti e Sunniti, le due
etnie che fino ad allora erano convissute secondo propri equilibri
tribali, si sono trovati immersi in un giro di armi e denaro che ha
solo aumentato violenza e odio.
La stessa spinta islamica con cui l’Europa si è dovuta confrontare
all’inizio del millennio si è poi trasformata nella crisi dei
migranti generata da questi conflitti. Entrambi gli eventi hanno
radici molto profonde, a quel 1979 quando la Grande Moschea della
Mecca venne presa d’assedio dai rivoluzionari sunniti. L’Arabia
Saudita, come conseguenza, ha finanziato e promosso la costruzione di
moschee, il moltiplicarsi dei predicatori e della letteratura
maomettana – grazie all’immenso patrimonio derivante dal petrolio
– che, se non ha dato origine ai Jihadisti dei giorni nostri, ha
però fornito loro il terreno fertile su cui operare.
La Jihad Islamica, la “guerra santa” contro gli infedeli, è
“risorta” negli anni ottanta durante l’occupazione sovietica in
Afghanistan e poi nuovamente nel 2003 in Iraq. Non è difficile
immaginare come questi gruppi fondamentalisti e ultra conservatori
possano sopravvivere solo in territorio di guerra dove trovano i
mezzi e il denaro “tra le linee”. Lo stesso è stato per Al Qaeda
e ISIS.
Nel 2011, con il collasso di alcuni stati arabi, inizia la serie di
proteste che poi avrebbero generato vere e proprie guerre civili in
Yemen, Siria, Libia, Egitto.
Quello che è cambiato negli ultimi anni è la posizione di Europa e
Stati Uniti nei confronti del Medio Oriente. L’Europa è
letteralmente invasa dai rifugiati dei suddetti conflitti, divisa da
politiche di un’Unione inesistente dove gli stati membri operano
“uniti” solo in apparenza, ma in realtà favoriscono
l’accentramento finanziario di risorse e di investimenti nelle mani
di pochissimi gruppi, e non è in grado di giocare un ruolo di
peace-making come aveva fatto, ad esempio, durante la guerra
dei Balcani, né ha più l’interesse a farlo. Unica eccezione la
Francia, che senza le sue “colonie” africane sarebbe oggi al
livello di Grecia e Italia.
Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno moltissimi problemi interni,
sentono il peso del debito Cinese, sembrano non tenere il passo con
la “corsa spaziale” di Cina e Russia e vedono piano piano sfumare
la loro influenza in Africa e Medio Oriente in favore di una Cina
che, fino all’apparizione del COVID-19, stava implementando i suoi
grandi progetti del BRI (leggi qui,
qui
e qui)
e GEI (parte prima,
seconda
e terza)
A dimostrazione di questo troviamo oggi la Russia come unico
mediatore in Siria e, recentemente, l’unica potenza che ha impedito
l’esplodere di un conflitto tra Iran e Israele.
Lo spazio che sarà lasciato dagli Stati Uniti potrebbe vedere Russia
e Cina giocare un ruolo fondamentale di mediazione e negoziazione
proprio grazie alla situazione di “emergenza pandemica”
annunciata dall’OMS che, di fatto, ha bloccato i maggiori paesi
entro i propri confini. Cina e Russia si stanno dando da fare portando aiuti e know-how
ad esempio in Italia, paese strategico per la nuova geopolitica MENA
“post-USA”, e la sensazione è che le due superpotenze tentino di
guadagnare terreno in Eurasia, specialmente in Europa meridionale,
che si delinea sempre più come ponte tra oriente e occidente.