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12.09.2019
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La Lunga Marcia

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Diego Antolini

Quando il muro che ha diviso per anni il blocco occidentale da quello sovietico cadde, crollò con esso anche l’utopia comunista di un mondo socialmente egualitario e politicamente totalitario. Con il muro caddero anche le barriere economiche grazie all’avvento della “Globalizzazione”, un termine dagli infiniti significati ma che è sempre stato promosso come la via della “libertà” economica.

Certamente in quel periodo la gente aveva bisogno di sentirsi libera dopo l’oppressione sovietica e la pressione di una Guerra Fredda che aveva tenuto ogni nazione nella morsa della paura di un nuovo conflitto mondiale. È dalla paura che è nata l’accettazione quasi unanime di abbattere le barriere tradizionali nel commercio dei beni. Il WTO (World Trade Organization), nato in quegli anni, era uno dei promotori del cambio di rotta, di un mondo “globale” dove beni e servizi potessero circolare senza restrizioni. Un principio utopico come quello che nell’Ottocento – a firma Marx e Engels - aveva acceso la scintilla della rivoluzione tra il proletariato d’Europa.
Era solo ovvio che la globalizzazione dovesse essere guidata dalla nazione che più di tutte si era creata un’immagine vittoriosa ed eroica negli anni precedenti, gli Stati Uniti d’America. La globalizzazione è stata quindi implementata a immagine e somiglianza dell’ultra-capitalismo anglosassone, la cui egemonia è durata più o meno fino all’ingresso della Cina nel WTO (2001) che si è posizionata come il polo produttivo mondiale. Non a caso quello stesso anno ha visto la caduta di due torri al WTC (
World Trade Center), che hanno segnato una nuova svolta nella storia della geopolitica moderna. L’“attacco” alle Torri Gemelle di New York è stato il pretesto per attivare la reazione a catena dell’invasione degli Stati MENA(Middle East North African countries) da parte di Stati Uniti e alleati (Francia e Regno Unito in particolare), ma anche per introdurre regole restrittive di controllo nei confronti della popolazione.
Durante gli anni di punta del consenso sulla globalizzazione economisti e politici non mostravano il minimo dubbio sulla tenuta di un sistema globale di commercio libero e di mobilità di beni e servizi senza limiti. Nel 1997, tuttavia, l’economista Dani Rodrik pubblicò un libro dal titolo “
Has Globalization Gone Too Far?” (La globalizzazione è andata troppo oltre?) proprio nel momento in cui gli Stati Uniti stavano per entrare in una nuova stagione di prosperità economica.

In questo libro Rodrik elencava alcuni eventi che mostravano come il mercato libero non sarebbe stato accettato da tutti negli anni successivi:

  • 1995, la Francia adotta delle misure di austerity fiscale per poter entrare nell’Eurozona, causando proteste sindacali che non si erano viste dal 1968;

  • 1996, a soli cinque anni dalla fine dell’URSS, un presidente comunista conquista il 40% dei voti alle presidenziali;

  • 1996, a due anni dalla creazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement) un nazionalista bianco, repubblicano e protezionista, che correva per le primarie con il motto “America prima di tutto”, ottenne risultati assolutamente positivi.

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Secondo Rodrik la causa di questi segnali partiva dalla caduta di quel Muro, che alla fine degli anni novanta aveva “costretto” tutte le nazioni a diventare competitive sul mercato mondiale, e molte di esse lo avevano potuto fare solo mantenendo il costo della manodopera basso e una regolamentazione molto elastica, specialmente quei paesi che avevano provato il socialismo o che avevano adottato politiche protezioniste applicando tariffe alle importazioni.

L’avvento dell’ Eurozona ha permesso anche l’accentramento del sistema bancario e finanziario in genere in grandi poli controllati da nazioni come la Germania, che nel corso dell’evoluzione dei movimenti europeisti ha potuto praticamente controllare il corso economico degli Stati membri, utilizzando (per alcuni, sfruttando) al meglio le risorse di ciascuno, estremizzando il gap tra speculazione finanziaria ed economia reale.

Il principio base della globalizzazione era quello del vantaggio comparativo, cioè del fatto che le nazioni del mondo, commerciando tra di loro, potevano scambiarsi beni che mancavano da una parte o dall’altra, beneficiandone reciprocamente. Teoricamente, le nazioni più ricche avevano il vantaggio di accedere a beni e servizi più economici perché prodotti in paesi con manodopera più bassa, mentre i paesi produttori ricevevano liquidità per poter crescere economicamente.

Quello che non era stato considerato, o meglio, che non era stato comunicato, era il costo sociale di un tale meccanismo. Ad esempio i lavoratori dei Paesi sviluppati che non possedevano alte qualifiche sono stati tagliati fuori da questo meccanismo, andando ad incrementare il tasso di disoccupazione in Europa e America. Gli economisti hanno giustificato questo trend negativo con l’incrementare dell’automazione nelle industrie: l’avvento delle macchine in sostituzione dei lavoratori.

Ma la realtà era diversa, un’integrazione economica che causava una progressiva disgregazione sociale.

Dopo anni di critiche e paradossi sugli effetti del “free trade”, si è arrivati già nei primi anni del 2000 alla considerazione che la globalizzazione aveva aumentato la disoccupazione e abbassato i salari medi.

Se qualcosa non fosse cambiato, si dicevano i potenti durante il forum di Davos, le conseguenze politiche sarebbero state irreversibili. Nonostante tutto, quello che gli economisti scelsero fu di pubblicare un fiume di articoli e libri che promuovevano la necessità di aprire ulteriormente i mercati. Serviva un nuovo evento che potesse distrarre la popolazione da un’evidenza che ormai era divenuta impossibile da nascondere. Per questo la questione della globalizzazione venne messa da parte con lo shock del 2001, un attacco senza precedenti all’America che spinse il congresso a dare il via libera alla politica imperialista di George W. Bush. Un paradosso geopolitico anche abbastanza elementare ma che, in regime di panico e paura, funzionò benissimo. Dove la globalizzazione non riusciva ad aprire i mercati del mondo, arrivava l’imperialismo americano con interventi militari per rimodellare le nazioni in modo da creare nuovi mercati adatti alla “strategia globalizzante”. E in questo modo il consenso sul procedere della globalizzazione continuò per un altro decennio.

In questo periodo la percezione della globalizzazione come formula vincente per i mali del mondo proveniva dalla crescita economica della Cina, dai numeri che questo Paese di lavoratori instancabili riusciva e creare e dalla quantità di prodotti che venivano distribuiti nel mondo.

Cosa significa, oggi, “maggiore globalizzazione”? La globalizzazione è cambiata rispetto agli anni 2000, con l’avvento della Terza Rivoluzione Industriale, nome dato all’avvento di Internet e, soprattutto, del fenomeno dei Social Media, il mondo si è spostato online. Le connessioni avvengono in un ambiente virtuale migliaia di volte più veloci rispetto alla mobilità reale. E, ma sarà oggetto di un successivo articolo, la scoperta delle potenzialità dei Big Data ha fornito lo strumento per orientare una grande massa di persone verso obiettivi precisi, come ad esempio l’acquisto di quel bene o servizio, l’accettazione di quella legge o quella limitazione, ma anche quelle che sono le paure e i timori peggiori di una società.

La-Lunga-Marcia
26/05/2020 17:55:38

https://www.thexplan.net/article/565/La-Lunga-Marcia/it
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