CRONACHE DEI SIBILLINI

a cura di
MAURIZIO VERDENELLI

"...al tramonto di un sabato d'estate, mentre consumavamo la cena e il sole lentamente si avvicinava alle cime dei Sibillini per lasciare il posto alla notte, sulla parete del monte di fronte a noi compare l'immagine gigantesca e inequivocabile di un volto, il profilo nitido di una donna dai lunghi capelli (o forse coperta da un velo) nell'atto di pronunciare parole, o gridare, o cantare, in un silenzio magico, surreale. Tutti i nostri sensi si focalizzano su quell'ombra, le nostre coscienze impreparate alla maestosita' dello spettacolo di un'intera parete montuosa che aveva alzato il sipario in modo improvviso sul fantastico; ci siamo sentiti scaraventati indietro di millenni, quando uomini vestiti di pelli adoravano le stelle all'interno dei cerchi di pietre megalitiche, o quando cantavano inni alla natura alla presenza di esseri semidivini. Passato il primo lungo attimo di sorpresa, la nostra mente moderna si è adoperata per trovare la logica dietro il fenomeno, analizzando le cime che il sole colpiva con i suoi raggi, calcolandone la proiezione sulla parete, vagliandone i profili nel tentativo di trovare riscontro razionale che potesse giustificare quella sagoma appoggiata sulla montagna. Senza successo. Quel volto è stato il risultato della rifrazione del sole sulle rocce attraverso una combinazione di angoli impossibile e irripetibile; poi, abbandonata la logica, ci siamo trovati ad ammirare l'estetica, affascinanti dalla bellezza dell'immagine che nulla toglieva all'armonia complessiva del paesaggio, quasi fosse, essa stessa, un suo elemento naturale...” [La Commissione]

LA VERITA'?

E' RICERCA

Maurizio Verdenelli
Racconti Sibillini. O, ancor meglio Cronache Sibilline? Fa lo stesso. Se lo spazio sarà ben utilizzato comunque per la Verità. Che è ricerca, indagine sopratutto e costituisce -cfr Jurgen Habermas- l’ultima scoperta da parte degli scienziati. Saremo dunque un po’ cronisti ed un po’ narratori, come Diego, Alessio e Manuele (The X Plan) sulle tracce della pietra filosofale in questi anni terribili dove comunicazione non fa più rima con giornalismo. Quello d’inchiesta, quello che come prescriveva il fondatore de L’Arena di Verona non si fa soggiogare da ‘soffietti’ per politici, cantanti e via elencando. Già, la Verità. Si può trovare anche a distanza di secoli, come nel caso di Luciano Magnalbò che ha ‘disseppellito’ “Una tragedia dimenticata” (Ilari editore 2017) sulle orme, insieme con me e di altri numerosi autori, dei terremoti nella storia dell’Italia centrale. Così compulsando le carte della storia, Luciano ha scoperto che all’elenco delle vittime del terrificante sisma del 1703 mancano 14 giovani vittime del collegio religioso a Macerata, ‘obliate’ (forse per non innocenti ragioni) sotto le macerie di quella che è adesso la Biblioteca comunale nella quale si conserva oltre ad una copia dell’orologio da lui costruito, anche lo spirito di un Grande Europeo più famoso in Cina che in Italia ed Europa: Padre Matteo Ricci. Che dopo alcune centinaia d’anni è stato recuperato alla sua Grandezza, anche in ossequio al nuova splendore commerciale orientale.

Vi racconteremo di Carlo Magno che un anno dopo l’incoronazione a Roma venne sorpreso a Spoleto dal terremoto e temette per il suo ‘palatium’ in terre lontane e sicure secondo la storiografia ufficiale e che invece secondo lo studioso Giovanni Carnevali era abbastanza vicino: nel Maceratese, nell’attuale abbazia corridoniana di San Claudio, insomma ‘nel cratere sismico’. E vi racconteremo la cronaca. Il riferimento è al ‘Giallo dei Sibillini” (e dai!) con al centro l’ex baronessa De Rothschild sulla cui misteriosa morte non è stata mai fatta luce. Un caso ‘scoppiato’ nel corso di una tormenta di neve, or sono 37 anni fa (28 novembre 1980) dove all’improvviso confluirono i terminali di tutti i misteri italiani di questi ultimi anni: la morte di Calvi al ponte dei Frati Neri; quella di Viccei, l’ex Nar ascolano protagonista del ‘colpo del secolo’ a Londra; la banda della Magliana; la scomparsa di Emanuela Orlandi; la P2; la mafia; il colpo miliardario alla Casa d’aste Christie’s e i furti nei palazzi della nobiltà inglese; e pure la vicenda Marcinkus e i suoi legami in GB e via elencando….

Un mistero madre di tutti i misteri. Ve lo assicura il sottoscritto, protagonista dello scoop giornalistico sul ‘Messaggero’ avendo rivelato l’identità della signora scomparsa con la sua ex governante italiana nella tempesta di neve mentre con una Peugeot nera risaliva i tornanti dei monti Sibillini per un appuntamento rivelatosi improbabile e mortale.

Post scriptum: In questo spazio troverete le più belle ed autorevoli firme di qua e di là dei Sibillini, perché l’Europa ci indica come certi confini appaiano davvero un dettaglio che ostruisce la comprensione a capire l’unità del tutto, ma non la vanità… Buona lettura.

23/11/2017 16:11:33

Due marchigiani su fronti opposti tentarono di salvare Moro: la moglie Noretta e Moretti

Maurizio Verdenelli
Una telefonata da una cabina nelle ore convulse dell’ultimatum. La ricerca del covo: il sen. Baldassarri non vuole più ricordare la rivelatrice seduta spiritica che portò a via Gradoli. Il ‘no’ di Pasqualina Pezzolla. Il gen. Mori: “Nessuna infiltrazione della Cia”. Camaldoli, La Pira e la morte di Mattei.



“Lascia perdere, lascia perdere…”. ‘Ma, professore almeno un breve ricordo, eventualmente anche per smentire ciò che è apparso o confermare’. “No, no, ho deposto almeno dieci volte davanti alle varie Commissioni, ho rilasciato a suo tempo altrettante interviste: non voglio più ricordare il caso Moro, non ne ho più l’animo: basta davvero”. ‘Tuttavia sono trascorsi da allora quarant’anni, un anniversario importante, un pezzo di storia italiana da tenere a mente’. “Ciao, Maurizio”. Clic.
Inutile forzare l’archivio dei ricordi del professor Mario Baldassarri, senatore, già viceministro di Economia e Finanza, con Romano Prodi ed Alberto Clò nella casa di campagna di quest’ultimo a Zappolino, vicino Bologna quando in un capanno annesso, presenti alcuni bambini, avvenne un episodio. Che nato per intrattenere gli ospiti, si sarebbe rivelato centrale in quei 55  giorni alla ricerca di Aldo Moro, sequestrato dalle Br. Introvabile fino ad allora, tanto che gli investigatori si erano rivolti, data la sua fama, alla veggente di Civitanova Marche: Pasqualina Pezzolla. Lei aveva però rifiutato d’illuminare le indagini: “So dove si trova Moro, ma il Signore mi ha dato questi poteri per aiutare la salute delle persone non per offrire soluzioni a ricerche di polizia”.
Quando quella domenica 2 aprile 1978, il maceratese Mario Baldassarri, docente all’università di Bologna (appena 32enne, reduce dagli Usa quattro anni prima) si presentò dopo pranzo con moglie e figli a Zappolino, la seduta spiritica nel capanno (complice la pioggia) era già iniziata. Era stato evocato lo spirito di don Luigi Sturzo, poi quello di Giorgio La Pira che si era mostrato molto più ‘loquace’. Il ‘piattino’ cominciò a girare autonomamente (riferì lo stesso Baldassarri in commissione: “al tal punto che sospettai che mi volessero burlare”) rivelando tre nomi di città. Nell’ordine Viterbo, Bolsena e Gradoli (”no, Grado no, perché il piattino proseguì verso la elle”). E tra i numeri, il 96. “Ignoravamo che Gradoli fosse un centro urbano”. Così quando tre giorni dopo Prodi raccontò il fatto ad Umberto Cavina, portavoce del segretario dc Benigno Zaccagnini, le volanti si portarono nella cittadina laziale, facendo un buco nell’acqua e forse ignorando la segnalazione di Eleonora Moro circa la presenza di una via Gradoli a Roma -non segnata tuttavia sullo stradario. E quando i poliziotti si trovarono alla fine a bussare inutilmente all’interno 11 del palazzo di quella via al n.96, dove armi in pugno si trovavano pronti a tutti il sangiorgese Mario Moretti e Barbara Balzerani (a mandarli in via Gradoli era stata tuttavia una diversa segnalazione) se ne andarono via. Solo il 18 aprile, il covo pieno d’armi, venne scoperto a causa di una perdita d’acqua dalla vasca traboccante. Fu proprio Baldassarri ad avvertire Prodi: “Romano, il ‘piattino’ aveva ragione…”.
“Per alcuni giorni, dopo il 9 maggio, la Gradoli marchigiana fu Serravalle di Chienti” racconta Venanzo Ronchetti, il ‘sindaco del terremoto del ‘97’. Che era successo? Dopo che la R4 rossa, targata N56786, era diventata l’auto più tristemente nota d’Italia, il fatto che il suo proprietario fosse ‘dirimpettaio’ del medico curante di Moro, il prof. Giuseppe Giunchi a Dignano in un territorio ‘sperduto’, aveva creato negli investigatori mille supposizioni. Sembrava pure un oscuro rebus: l’auto rossa di Filippo Bartoli, era stata rubata a Roma sul lungotevere Cesi. Lo stesso nome della frazione serravallese che 19 anni dopo il mondo avrebbe conosciuto come l’epicentro del sisma che aveva distrutto due regioni. Nel 2007, quando la R4 venne ‘scovata’ da fotoreporter nella casa della campagna romana tra Torre Angela e Tor Bella Monaca, a distruggersi più modestamente esposta alle intemperie era la R4. “Non cammina più, me l’hanno chiesta in tanti, ma ho preferita tenerla anche se mi ha procurato tanti guai” dichiarò Bartoli. Allora Ronchetti, vicesindaco, propose di “recuperare l’auto, restaurarla ed esporla nella piazza di Serravalle”. Bartoli non rispose, la famiglia alla fine optò per darla al museo delle auto della Polizia di Stato, in via Arcadia a Roma. “Qui mò non c’è più, l’abbiamo portata via, capiteci, troppi impicci ha dato” disse la moglie ai cronisti. Qualche tempo fa, l’allora assessore provinciale Daniele Salvi, ripropose il progetto di Ronchetti: ancora senza fortuna. La ‘fortuna’ mediatica della R4, che ‘non tornò a casa’ si è poi accresciuta: nel 2017 ebbe l’onore della copertina di uno dei libri di maggior successo della stagione letteraria: ‘Il segreto’, romanzo-verità di Antonio Ferrari.
E c’è di nuovo Macerata e le Marche nello scenario finale della tragedia che vede ancora vicini Giovan Battista Montini ed Aldo Moro, amici sin dai tempi della Fuci e del Codice di Camaldoli nel luglio 1943, quando cadde il fascismo. Erano i giorni della ‘Carta’, del progettato impegno dei cristiani in politica ed Enrico Mattei -che Moro ministro della P.I. avrebbe dichiarato ingegnere honoris causa nel ’58 a Bologna- accompagnava in Casentino sulla sua ‘topolino’ Ezio Vanoni e Giorgio La Pira. Cattolicesimo politico che mostrerà dopo l’uccisione dello statista dc tutta la difficoltà di affrontare i cambiamenti italiani per poi implodere negli anni 90 nella lunga stagione della diaspora.
Ma in quei giorni di aprile, il ‘prigioniero delle Br’ dopo il niet del suo partito, si rivolse al ‘suo’ amico diventato papa Paolo VI, che a Macerata nel 1931 durante il congresso della Fuci era stato malmenato dai giovani fascisti in piazza Strambi, tra il Duomo e la chiesa di S.Paolo che nel ‘33 l’avrebbe poi visto partecipare al congresso regionale eucaristico. E la risposta, bellissima, toccante che venne da Montini fu pure atrocemente deludente per Moro: il pontefice chiedeva, sì, agli uomini delle Brigate Rosse, in ginocchio di liberarlo, ma ‘senza condizioni’.  Due parole che apparivano dettate dalla pratica della fermezza che aveva condannato fin lì Moro. Era davvero la fine.
Una fine già annunciata dal falso comunicato n.7 delle BR, il 18 aprile (opera di un falsario appartenente alla Banda della Magliana) sul ‘suicidio’ del ‘condannato’ il cui corpo si sarebbe trovato nelle acque del Lago della Duchessa. Quando salimmo fin lassù, nel Reatino al confine con l’Aquilano tra monti pieni di neve, pensavo al volto tristissimo, gli occhi presaghi di morte imminente, di Oreste Leonardi -tale appariva nella sua ultima foto scattata da Rocco Schiazza, pubblicata sul ‘Messaggero’ qualche giorno dopo il 17 marzo 1978. Su indicazione del comandante della scuola Carabinieri di Chieti Scalo, col. Polidoro (che avevo conosciuto bene a Perugia dove dirigeva la Compagnia) avevo cercato d’intervistarlo. Non parlò il maresciallo Oreste guardando lontano dietro le transenne dove stava insieme con i ‘suoi’ e gli altri familiari venuti ad assistere al giuramento: Leonardi junior era nel gruppo degli allievi.
Quando arrivammo in cima, il lago era una crosta di ghiaccio. Fu necessario far esplodere due cariche per consentire ai sommozzatori di immergersi: di acqua niente e pure del corpo del presidente della Dc.  ‘Come mai, lei, nominato proprio il giorno di via Fani comandante dell’Anticrimine dei Carabinieri a Roma, non si trovava tra i monti reatini quella mattina?’. La domanda la feci al gen. Mario Mori l’anno scorso, in un’intervista pubblica a Civitanova Marche. “Non venivo certo a perdere tempo: era un chiaro depistaggio. Ormai sul caso Moro si è saputo tutto quello che si doveva sapere”. Insistei: ‘Generale, è vera in ogni caso la ‘voce’ secondo cui la Cia avesse infiltrato l’Unità di crisi? gli Usa, in particolare Kissinger, non erano stati teneri con Moro per i suoi rapporti con Berlinguer’. “La Cia non ha avuto mai la possibilità d’infiltrarsi nei nostri Servizi”.
Furono infine due persone su posizioni assolutamente opposte a tentare, mentre l’ultimatum scadeva, di salvare Moro. L’indomita Noretta, la moglie e Mario Moretti, il capo delle BR. Entrambi marchigiani della costa trovarono nel corso di una telefonata da una cabina, fatta da Moretti nonostante la certezza d’essere intercettato, un momento di comunicazione solidale nel cercare d’uscire dall’imbuto infernale. Risultò impossibile ad entrambi: la signora Eleonora era già in rotta con la Dc, da parte sua Moretti non poteva lasciare libero ‘senza condizioni’ Moro pena la fine delle stesse BR. Lo Stato rifiutava la trattativa in nome delle vittime in divisa uccise dal commando brigatista indotto poi al massacro da indicazioni ‘esterne’: sulle prime il piano prevedeva infatti la ‘neutralizzazione’ senza sangue della scorta. Una trappola infernale a quel punto della Notte della Repubblica. I burattinai restavano nell’ombra.
Il presidente della Dc andò incontro al suo destino seduto sul pianale del bagagliaio della R4i. Stroncato dalle raffiche delle BR anche se alcune ‘ricostruzioni’ vorrebbero che ad eseguire la condanna sarebbe stato Giustino De Vuono morto nel ‘94, ex legionario. Affiliato alla ‘ndrangheta, De Vuono come Nicola Alvaro che, secondo di un pentito, avrebbe ucciso il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro. A scagionare però De Vuono era stato tuttavia il pentito ‘storico’ delle Br, il sambenedettese Patrizio Peci.
Gero Grasso, presidente della Commissione Moro: “Il presidente della Dc fu sequestrato ‘anche’ dalle BR ma non fu ucciso dai brigatisti”. Dove fu concertata la ‘macchinazione’? Cossiga: “Un giorno si dovrà parlare pure d’inglesi”. In quella terra dove secondo Otello Lupacchini da Lapedona –al suo attivo indagini pure sulle BR- si sarebbe coagulato pure l’incrocio di interessi comuni contro Enrico Mattei ucciso 16 anni prima di Moro. “Io ci sarò sempre”. “Il mio sangue ricadrà sulla Dc”. A distanza di 4 decenni, quel doppio presagio dal ‘Carcere del Popolo’ si è definitivamente calato sulla storia d’Italia, chiudendo per sempre la Repubblica dei Fondatori - non contano le numerazioni e progressive- aprendo lo scenario ad un futuro tradito. Su ‘Repubblica’ intervistato da Ezio Mauro (pedinato da Patrizio Peci nel maggio ‘77) Giovanni Moro ha detto: “E’ mio padre il fantasma di questa Italia senza pace”.
2/Continua
16/03/2018 07:46:02

Muccia, ore d’ansia per il consigliere comunale anti-sisma colpito da emorragia cerebrale

Maurizio Verdenelli
Stefano Antonelli, 47 anni, è nipote del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, gen. Tullio del Sette



Ore d’ansia sta vivendo Muccia per uno dei suoi cittadini più noti: Stefano Antonelli, 48 anni il 18 aprile prossimo, sposato, padre di Tommaso, undicenne, consigliere comunale di maggioranza (eletto nella lista Civica La Torre) con importanti deleghe sul fronte dell’emergenza e della ricostruzione post sisma, capo officina Lancia presso il concessionario Menchi a Piediripa (Macerata).
Antonelli, nipote del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri gen. Tullio Del Sette (sua zia è la consorte del generale, la camerinese Paola Marchetti) è stato colpito sabato scorso da un’emorragia cerebrale (forse causata da un ictus di limitata entità) che rivelatasi però più estesa del previsto ha imposto ai medici dell’ospedale di Camerino di mettere da parte ogni intervento immediato e di disporre l’immediato trasferimento con eli-ambulanza al più attrezzato polo regionale di Torrette (Ancona) dov’è tuttora ricoverato, in neurochirurgia, costantemente monitorato così da valutare momento per momento la possibilità di intervenire chirurgicamente.
Ad indurre Antonelli a ricorrere ai medici del presidio ospedaliero di Camerino è stata una fortissima emicrania: dalla Tac è emersa l’emorragia cerebrale. Tutto è avvenuto sabato, nella giornata di riposo del capo officina Lancia, nella casa di Dignano, nel comune di Serravalle di Chienti, dove lui e la sua famiglia vivono dalla ottobre 2016 quando Muccia è stata investita rovinosamente dalle scosse del terremoto che hanno devastato la provincia di Macerata. Antonelli con altri suoi familiari viveva fino ad allora in un bel palazzo, perfettamente restaurato dopo il sisma umbro-marchigiano del ’97, che s’affaccia sulla piazza principale del paese, subito completamente evacuato. Solo il 2 luglio scorso nella zona rossa è stato possibile ripristinare una viabilità di entrata ed uscita con l’installazione di un prefabbricato adibito ad ufficio comunale per le esigenze dei cittadini rimasti (circa 300, molti vivono ancora nei centri costieri).
In questi due anni, Antonelli  entrato in carica con la giunta guidata dal sindaco Mario Baroni il 6 giugno 2016 proprio alla vigilia della tremenda calamità naturale, si è prodigato con eccezionale impegno per alleviare le pene dei suoi concittadini organizzando anche molti incontri aggregativi per tenere alto il comprensibilmente depresso stato d’animo della popolazione. Di recente è morta nel sonno una ventenne, ospite in una delle Sae (“accanto a questo lutto, si segnalano pure casi di anziani ma pure di giovani colpiti da malore per lo stress post sisma” dice Baroni”): nel villaggio sorto alle spalle di Muccia, una casetta era stata assegnata alla famiglia di Antonelli il quale ha tuttavia continuato a vivere sull’altopiano di Colfiorito sottoponendosi ad un pendolarismo estremo, cinque giorni su sette, tra Dignano al confine dell’Umbria a Piediripa, luogo del suo lavoro assolvendo costantemente con un sorriso e la consueta professionalità il suo impegno di responsabilità per cui è apprezzato dalla grande platea degli utenti della concessionaria (Lancia, Fiat, Abarth, Toyota, Mitsubishi). L’impegno civico in mesi vissuti dalla cittadinanza in un dramma senza precedenti, il lavoro quotidiano e tutto il resto alla fine, evidentemente, hanno fiaccato la forte fibra di Stefano .
13/03/2018 07:35:14

Domande choc sulla fine di Pamela: “Esistono a Macerata tali macellatori?”

Rivolte al veterinario, direttore del Mattatoio comunale di Macerata.

Maurizio Verdenelli
Intanto il Tribunale del Riesame di Ancona ha respinto la richiesta di scarcerazione per i due nigeriani. E Salvini attacca sul caso migranti il sindaco Carancini




Desmond Lucky e Lucky Awelima restano in carcere a Montacuto (Ancona). Lo ha deciso oggi il Tribunale del Riesame di Ancona cui i legali dei due nigeriani si era appellati chiedendo la scarcerazione dei loro assistiti, coinvolti nella morte di Pamela Mastropietro. Resta in cella anche Innocent Oseghale, a Marino del Tronto (Ascoli Piceno). Intanto è stata smentita oggi dalla Procura di Macerata – la notizia che era apparsa nei giorni scorsi, come i nostri lettori sanno- della presunta intercettazione avvenuta nel corso di un colloquio in carcere tra Innocent e la sua compagna, l’italiana Michela P. Il giovane nigeriano, stando a questa ‘voce’ lanciata dalla trasmissione ‘Quarto Grado’ - si sarebbe addossato la responsabilità della morte di Pamela:  “Innocent Oseghale non ha confessato niente, in realtà” ha detto hai giornalisti oggi il procuratore capo di Macerata, dott. Giovanni Giorgio. Dalle risultanze peritali, un’uccisione con almeno due colpi di coltello al fegato, ma attualmente Oseghale è indagato solo per occultamento e distruzione di cadavere.
Intanto chi non ha visto l’ultima puntata della trasmissione di Gianluigi Nuzzi, dopo aver lanciato critiche all’inchiesta (“vergognosa”) che provava come a Macerata fosse possibile in 60 secondi acquistare eroina, è il sindaco Romano Carancini. Che, richiesto dai cronisti locali, sembra non voglia in ogni caso aderire all’invito a partecipare in studio argomentando le critiche all’inviato di ‘Quarto Grado’, Remo Croci, protagonista della clamorosa investigazione. “Porte aperte per lui!” aveva esclamato Nuzzi rivolto al primo cittadino maceratese. Ma lui non verrà.
Carancini è pure nel ‘mirino’ di Matteo Salvini che lo ha attaccato sul suo profilo social, riguardo all’accoglienza dei migranti in città. Non si dovrebbe meravigliare, il sindaco –ha scritto in buona sostanza il leader del Carroccio- se la Lega ha acquisito anche per questo così tanti voti anche a Macerata. Eletto deputato, come noto, il treiese Tullio Patassini e dopo tante tornate elettorali (dove la pattuglia maceratese risultava sempre nutrita se non addirittura affollata) il capoluogo non ha espresso parlamentari eletti, uscita di scena l’ex vicesindaca, la renziana Irene Manzi.
Tornando al caso Pamela, la mamma Alessandra, la nonna Giovanna Rita Bellini e lo zio, l’avv. Valerio Marco Verni, presenti nei giorni scorsi a Macerata, hanno intanto collocato due ceri (uno a Casette Verdini nel luogo del rinvenimento dei due trolley ed uno in via Spalato) in altrettanti ‘stazioni’ del calvario della ragazza. Della cui vicenda i mass media nazionali ed internazionali hanno sviscerato ogni particolare. Certe volte anche superando qualche chiaro limite. Come quando qualche collega in riferimento allo smembramento del corpo di Pamela, ha chiesto al direttore del Mattatoio comunale di Macerata, il veterinario dottor Gianni Cammertoni, se fosse a conoscenza di ‘macellatori’ capaci di poter operare con tale professionalità -secondo il perito settore dottor Marino Cingolani: evidentemente, aggiungiamo noi, non solo sulle bestie ‘da macello’ che rappresentano il nostro cibo quotidiano.
12/03/2018 22:07:53

DELLA IMMORTALITA'

LA RIMOZIONE DELL’IDEA DELLA MORTE, LA SCINTILLA DELLA VITA, L’EVOLUZIONE DELLA SPECIE, DARWIN

Luciano Magnalbo'
Quando morì mio cugino la moglie, rispondendo ad alcune domande, disse in modo lapidario: Carlo si riteneva immortale.
In effetti quindici giorni prima, bloccato a letto dal male devastante, spiegava con l’ultimo ardore che, avendo debellato l’inquilino e  rimanendo solo da curare la sciatica, alla fine del mese sarebbe tornato a caccia.
La moglie di mio cugino non ha fatto altro che certificare l’esistenza fino all’ultimo di quella energia vitale che spinge tutti noi a comportarci come se veramente fossimo immortali, mettendo da parte continuamente il pensiero della fine, che peraltro sappiamo che sicuramente arriverà.
Questo indica che in realtà lo spirito è l’elemento dominante, il trascendente  che governa la nostra vita attraverso la mente ed i sentimenti, è ciò che ci lega alle generazioni passate mediante il ricordo – e non solo – e che anche tramite i nostri discendenti ci proietta nel futuro.
Ho detto non solo perché bisogna distinguere tra pensiero, nelle forme del ricordo e della previsione, che psichicamente ci fanno viaggiare nel passato e nel futuro,  e DNA, patrimonio genetico materiale mediante il quale abbiamo legami fisici con tutti quelli che ci hanno preceduto e con tutti quelli che ci seguiranno.  
Da semplice uomo comune – e non certo da scienziato - ho sempre pensato come ogni essere vivente debba essere legato nella continuità delle generazioni alla prima scintilla della vita, in virtù dell’infinita catena della riproduzione che via via nel tempo ha subito modifiche, evoluzioni ed adattamenti, ma che mai ha subito interruzioni, essendo inimmaginabili cesure lungo tale catena che conduce alla prima molecola,  cui ho dato il nome di Larva.
Ne parlai in un mio blog attivo anni fa,  immaginando il testo di una e.mail speditami da una follower  docente di scienze naturali ed intellettuale:  “Caro Magnalbò, la Sua critica alla teoria evoluzionistica del Darwin nel post di ieri mi trova consenziente, ma limitatamente al filo che congiunge la scimmia con quella che Lei chiama la Larva, e cioè la molecola in cui si insediò la prima scintilla della vita. Questa analisi critica va però sviluppata per quanto riguarda la evoluzione delle varie specie di animali che, nel tempo, hanno assunto forme  e caratteristiche diverse tra loro ( musi, nasi,orecchie, zampe, pinne, gobbe, proboscidi, manto,pelo,squame, lingua, corna etc. etc.). Non è però questo che mi preoccupa, perché so quanto Lei sia puntuale nel lavoro, e sono sicura che quanto prima affronterà ab imis la questione: ciò che mi pone problemi, come appartenente alla comunità laica e scientifica,  è quanto da Lei lucidamente sostenuto, e cioè che con la ricerca  è coniugabile il concetto di fede in relazione al c.d. problema dell’Universo Intelligente, concetto che si sostanzia  nel principio dell’immanenza di una Mente al di là dei confini della scienza e delle nostre capacità di sapere. Lavorerò anche io su questo tema e tornerò a scriverLe. R.d S. R.“
Ma che cosa avevo scritto per suscitare l’interesse di tanto personaggio?
Avevo semplicemente scritto questo  pensiero sulla scintilla della vita:
“Darwin nella sua intuizione evolutiva non ha sbagliato, ma l'ha fatta partire dalle scimmie. E prima? Tra la Larva - mossa dalla originaria scintilla della vita - e le scimmie, sono passati milioni di anni, e anche le scimmie, quali esseri viventi, discendono dalla Larva. Il problema è invece l'ordine dell' Universo, se esso sia opera di un disegno intelligente o conseguenza di equazioni matematiche ad iniziare dal big-bang, equazioni ed operazioni  che sottintendono altrettante reazioni chimiche e fisiche che si ripetono continuamente nel tempo e nello spazio, e che sono identiche tra loro in identiche situazioni ( anche se nell'Universo nulla esiste di perfettamente identico, al di fuori della riduzione matematica: infatti se in matematica 2 più 2 fa quattro, ciò non è nella realtà fisica, in quanto è impossibile che una unità sia perfettamente identica all'altra). Il disegno intelligente presuppone invece l' idea di una Mente preesistente,  di cui noi  umani - con i nostri meccanismi mentali - non possiamo conoscere né l’entità né l'origine, e che per fede consideriamo Immanente. Ecco come attraverso la fede il pensiero di Dio, Creatore, Verbo, Immagine, Sapienza si concilia con la scienza, che oltre certi limiti non sa dare spiegazioni e deve fermarsi alla consistenza del  “subito dopo”, anche alla luce – aggiungo oggi - della notizia di questi giorni, quella che riferisce che, mediante strumenti particolarmente sensibili e sofisticati, alcuni ricercatori sono riusciti a percepire l’eco del big-bang: ma ciò non spiega scientificamente cosa l’abbia provocato, anche se forse è noto  in quale ambiente  si sia prodotta la causa scatenante.”

LA TUTELA DELLA VITA A PARTIRE DALL’EMBRIONE.
Dal pensiero sull’evoluzione sono poi passato a quello sulla tutela della vita, anch’esso riferibile in qualche modo al concetto di immortalità.
Ecco il pensiero:
“Parte il nostro viaggio  dalla tutela della vita fin da prima della nascita, concetto che può trovare condivisione  tra darwiniani, neodarwiniani, relativisti neoconservatori,  teologi creazionisti e scientisti puri.
Infatti la discussione non si fonda  sul valore intrinseco della vita, sul suo essere il motore che anima la materia, sul soggetto divino o materiale cui spetta la sua origine; la discussione investe direttamente un quesito, proponibile a tutte le teorie, se cioè vi sia qualcuno al mondo cui spetti decidere sulla vita di un altro, e cioè sul diritto più fondamentale che esista.
Di fronte a tale quesito, di natura si potrebbe dire procedurale e non sostanziale, a nulla rileva che l’uomo discenda da una scimmia o da una larva, che la vita sia arrivata o meno sulla terra da altri sistemi stellari, o che sia stata una entità preesistente, eterna ed immanente, e cioè un Dio che sempre fu, sempre è e sempre sarà, a donarla all’uomo, che prima era amorfa creta ( Dio lo modellò..); ed è singolare quanto emblematico notare come l’informe argilla di cui alla tradizione religiosa del Dio  modellatore sia quasi la stessa primordiale materia di cui alla originaria molecola ( Larva) nella quale lo spirito vitale – secondo la scienza -  trovò  habitat fecondo e capace di favorire la rigenerazione. E, al di fuori della Fede, si potrebbe ritenere che  forse fu l’uomo ad ideare Dio, una sorta di creazione invertita, per spiegarsi in qualche modo, secondo le proprie capacità intellettive, le origini della vita, essendogli del tutto  impossibile risalire con esattezza con metodi scientifici alla certa provenienza di essa.“
IL TEMPO
Era anche il periodo in cui mi ero dedicato all’analisi del tempo, e cioè a cercare di capire cosa sia il tempo, un elemento misterioso che con l’immortalità ha stretta attinenza, nel senso che essa si identifica in un tempo infinito, che scorre continuamente senza sosta, o che viceversa è immobile e non  scorre mai.
Dieci pensieri sul tempo
Primo pensiero:
Il tempo non è altro che la dimensione invisibile dello spazio; come lo spazio è un contenitore, che si restringe man mano che  i suoi contenuti aumentano.
Secondo pensiero:
Il rapporto tanti pensieri ed idee/ meno tempo è dato solamente dalla scansione convenzionale del tempo, senza la quale il tempo non è soggetto a limiti.
Terzo pensiero:
Per andare da un luogo all’altro, divisi da uno spazio, occorre tempo, e in questo caso il tempo diviene una misura; tale misura costituisce un limite del tempo, mentre senza tale condizionamento il tempo non ha dimensione.    
Quarto pensiero:
Il tempo non è una categoria dello spazio, ma un modo di essere virtuale di esso.
Quinto pensiero:
Mentre lo spazio fisico è delimitato da perimetri corporei e visibili, il tempo è delimitato da perimetri invisibili derivanti dal pensiero e dalle convenzioni.  
Sesto pensiero:
La velocità è il prodotto delle energie che si impiegano per muoversi nello spazio ed è inversamente proporzionale al tempo.
Settimo pensiero:
La identificazione totale tra velocità e tempo non è possibile perché in assenza di spazio il tempo esiste pur essendo immobile, mentre la velocità in assenza di spazio non esiste.
Ottavo pensiero:
In totale assenza di energie e percezioni il tempo esiste ma non è calcolabile.
Nono pensiero:
Il tempo dunque è nello stesso tempo lo spazio metafisico e la misura dello spazio fisico.
Decimo pensiero:
L’invecchiamento umano non è collegato al trascorrere del tempo ed alla sua velocità, perché le cellule invecchiano anche quando il tempo è immobile e non misurabile ( stanza completamente buia e senza suoni).  

L’IMMORTALITA’ RELATIVA
E’ l’unica forma esistente di immortalità, e deriva dalla mente, nel senso che  ogni uomo tenta di crearsela mediante il tramandare la propria immagine di cui si avrà  imperituro ricordo.
Naturalmente la costruzione dell’immagine è individuale e relativa, e varia secondo il variare dei singoli soggetti, del loro lavoro, del loro habitat e -  in sostanza - della loro singola storia, per cui anche la diffusione, se così si può dire, di tale immortalità, pur potendo essere eterna, per gli individui normali  lo è ristretta alla memoria della comunità di appartenenza ( ma bisogna però considerare che oggi molto è cambiato, poiché qualsiasi social network  consente di  diffondere l’immagine individuale, con i suoi comportamenti positivi o negativi,  nel contesto di una rete che si ramifica a livello mondiale).
Esempi
Entro tali limiti di immaginazione e conoscenza divenne immortale, con il suo bramato e sparlato fiore, la
donna  delle cui forme e delle cui specialità si discuteva la sera in cenacolo, finiti i lavori, nello studio del capo degli operai della villa, e immortale divenne Alfonso che con cento Nazionali e due fiaschi di vino ogni notte d’estate arava con il trattore la terra ( sono ricordi d’infanzia).
Rolando invece, il più bravo dei marmisti di tutti i tempi, cerca nelle balaustre e nei camini la sua immortalità, mentre il pittore fantastica del ricordo eterno che i mortali avranno di lui, quando quel suo quadro verrà appeso nelle più celebri stanze dei più celebri musei; e così il fotografo con i suoi ritratti ed i suoi paesaggi, e lo scrittore che scrivendo medita di venire reso immortale dai suoi libri, editi con tiratura pari al numero di tutti gli abitanti della terra; ed anche l’azione negativa genera immortalità, basti ricordare Giuda, Attila, Hitler, Stalin ed altri personaggi che nella loro malastoria fino ad oggi hanno costituito esempi di imperituro ricordo.
Il ricordo e l’oblio
Ma non si sa se il ricordo immortale continuerà ad avere posto in una era tecnologica dove tutto svanisce per fare luogo a figure virtuali, spesso mostruose, che si rinnovano ad altissima velocità, capaci magari di esplodere sullo schermo per poi immediatamente riattivarsi, radicando nell’immaginario infantile che ciò sarà un giorno o l’altro umanamente possibile; un’era tecnologica che spesso con i suoi strumenti culturali a comparti e ad effetto limitato può anche indurre alcuni soggetti a trascurare persino capisaldi di informazione e di cultura, come il giovane studente che  l’altro giorno nel corso di una trasmissione televisiva a quiz  non ha saputo dire che nome avesse assunto il cardinale Ratzinger come pontefice,  e di fronte alla meraviglia del conduttore si è scusato dicendo che lui non segue “certe cose”.  
A proposito di tale possibile oblio, che in pratica inficia il concetto della immortalità dovuta alla memoria,  Carla Mattioli, una colta amica per la quale l’immortalità si identifica con la fede – ritiene senza ombra di dubbio che per quanto riguarda la memoria che rende immortali essa può decadere : la figura per me immortale, come ad  esempio Garibaldi – sostiene la signora Mattioli - può non esserlo più per mio figlio e tantomeno per mia nipote.  È questa una teoria non del tutto difendibile, in quanto collegata all’idea di un popolo destinato ad una inevitabile e rovinosa caduta culturale, ma si accosta molto al principio, noto e risaputo, per cui la riconoscenza dopo due mesi muore.
Anche Mario Cesar Scoccia, un italiano in Argentina da cinque generazioni, è convinto che sia la fede la chiave della immortalità, mentre per Marcella Palazzo si è immortali solo nel cuore delle persone che ci amano e continuano ad amarci, e non crede che esista altra forma di immortalità; per Silvio Natali, infine, medico ed illustre pittore, è immortale  una poesia, un dipinto, un ideale, una foto, un ricordo, ma soprattutto una illusione.

LUNGO LA VIA DELL’IMMORTALITÀ – LA MEDICINA – LA VITA SI ALLUNGA
Nell’ambito della immortalità relativa anche la medicina ha la sua parte, e tende a svolgere un ruolo sempre più incisivo consentendo un ciclo vitale impensabile in tempi precedenti.
Se pensiamo infatti alle ultime evoluzioni dobbiamo concludere che l’immortalità relativa è una realtà munita di velocissima dinamica, tanto che fra breve avremo una società relativamente immortale in cui i nonni di 120 anni, bionici alle articolazioni, con il cuore ed il fegato meccanici, accaniti consumatori di viagra,  e probabilmente con capelli trapiantati,  avranno figli di 90, nipoti di 60, pronipoti di 30, pro-pronipoti di 1, e cioè avremo una società formata da 5 generazioni che convivono fra loro, per di più fra gestioni personali  fatalmente arretrate e gestioni personali  tecnologicamente avanzatissime.   
Inoltre tale concetto di immortalità, molto legato all’ essere materiale, pone grandi problemi nella società dell’immagine, nel cui ambito la chirurgia plastica  svolge una diffusa funzione di sostegno, che però assume toni devastanti quando viene a prevalere il mito dell’eterna giovinezza in una grave dissociazione tra corpo e pensiero, il quale oltretutto perde man mano capacità critica per quanto riguarda le forme materiali che lo ospitano.
Altro gravissimo problema che genera tale immortalità relativa è quello di uno Stato che non riuscirà a mantenere e sostenere i  livelli di protezione sociale oggi raggiunti, con la paradossale conseguenza che sarà proprio l’avanzamento della  scienza ad introdurre una progressiva decivilizzazione della società.
IL PENSIERO
L’immortalità dunque viaggia sul filo del pensiero, mediante il quale – attraverso l’immediata, personale ed autodeterminata formazione di immagini – si può compiere in poche secondi un viaggio nell’ Infinito, andando istintivamente a ricercarne la fine, poiché l’uomo non può con la sua mente concepire un qualcosa che si  dilati senza misura nello spazio e nel tempo.
Il pensiero quindi è capace di condurci ovunque, ma presuppone la preesistenza di una immagine formatasi nella nostra mente: infatti possiamo amare o non amare qualcuno se l’abbiamo già visto e ce lo rappresentiamo, possiamo desiderare un oggetto, una persona o una situazione solo se la nostra mente se ne è costruita una immagine, anche magari solo fantasiosa ed avulsa dalla realtà.
Vi è poi la immortalità derivante da un evento pubblico e straordinario, come la morte ingiusta, traumatica, e dolorosissima del Cristo che poi – evento successivo e complementare, sovrannaturale e misterioso  – sarà capace di risorgere.
Tali eventi sono alla base della nostra idea religiosa, trovano la loro storia nei Vangeli, ma l’atto finale di adesione e di adorazione può solo derivare dalla fede, che è un sentimento sciolto dalle cose umane e che oltrepassa l’ umana dimensione.
Si inserisce qui la costruzione teologica della transustanziazione, adottata dalla Chiesa con il IV Concilio lateranense del 1215, e cioè il pane che diventa il corpo del Cristo, ed  il vino Suo sangue, un rito che perpetuandosi ogni giorno in ogni messa celebra il continuo immortale rinnovarsi del martiro di un Dio fattosi uomo, divinamente risorto al terzo giorno dalla sua morte.
Lo stesso avviene per la creazione di Santi e Beati, procedure che presuppongono sempre un martirio materiale o spirituale del soggetto come  - per fermarci all’età moderna – le piaghe di Padre Pio o il profondissimo dolore per le ingiustizie sociali sopportato fino all’ultimo da papa Wojtyla.
L’immortalità derivante dall’evento è poi  anche quella dell’eroe, che sacrifica se stesso per il bene della Patria, o di un soggetto superiore o di un soggetto più debole, ed è dalla considerazione di tale evento che si perpetua la memoria di chi ne fu protagonista.  
Ma il pensiero non è capace solamente ad indurci ad un puro amore spirituale in quanto -  per istinti rivolti alla perpetuazione  della specie – controlla  anche l’impulso attrattivo che conduce alla consegna di quel seme che provocherà  il concepimento; ed è  per questo che il sesso femminile è capace di promuovere e regolare gli impulsi maschili, divenendone  oggetto di quasi trascendente desiderio, fino a costituirsi quale immortale ed insuperabile feticcio.
Da questo impulso a generare deriva quella che potrebbe chiamarsi l’immortalità epigenetica, e cioè quella immortalità che è insita in ogni storia familiare e che si svolge lungo un filo costante tra antenati, individuo esistente e suoi successori o, più precisamente, tra le loro percezioni, le loro memorie e le loro speranze.
 
GLI EQUIVOCI  DELLA IMMORTALITÀ
Se è vero dunque  che sotto il profilo fisico e materiale non esiste né può esistere il prolungamento di una vita all’infinito, ma si è raggiunta solo la possibilità di rallentare il deteriorarsi e l’invecchiamento  dell’organismo e delle sue cellule, ciò comporta che umanamente parlando non esiste una immortalità assoluta; né di ciò può correttamente parlarsi in riferimento alla clonazione o alla partenogenesi.
La clonazione, la pecora Dolly e il topo giapponese.
La clonazione è la procedura che consente di ottenere un individuo del tutto identico ad un altro, donatore di un nucleo  cellulare completo di corredo genetico: il più famoso risultato di clonazione su mammifero è la pecora Dolly, ma sono stati clonati anche cavalli, cani e gatti, e nelle aziende zootecniche più moderne la pratica viene usata per ottenere copie di campioni come tori da monta con  particolare capacità riproduttiva, o cavalli specialmente portati per la corsa. La clonazione può ripetersi all’infinito, lo stesso patrimonio genetico continua a vivere nelle copie che si succedono, e in Giappone  è stata realizzata da parte di un  team specializzato guidato da tale Teruhiko Wakayama la 26° generazione di un topo; e probabilmente i successori, dotati  delle stesse cellule celebrali disposte allo stesso modo, predisposte alle stesse emozioni  e soggette al medesimo sviluppo mentale, hanno gli stessi istinti e gli stessi moti razionali  del primo dante causa; anche se invece  in proposito alcuni studiosi ritengono che ogni copia avrà una psicologia individuale e propria, e quindi diversa.
Il cervello passante.
Tale argomento, che possiamo definire del cervello passante è stato ultimamente affrontato nella letteratura cinematografica dal regista Wally Pfister con il film Trascendence, nel quale il cervello di un ricercatore nel campo della intelligenza artificiale, che ha lavorato alla realizzazione di una macchina senziente, viene ucciso, ma il suo cervello viene prelevato e collegato allo strumento da lui ideato, capace di combinare l’intelligenza di tutto ciò che da quel cervello  è stato conosciuto con l’intera gamma delle emozioni umane; ne deriva un risultato diabolico, in quanto la macchina, mediante un procedimento autodeterminante ed inarrestabile elabora sempre nuove idee (programmi) privi di etica, di sensibilità e di umanità, promuovendo la formazione di una civiltà feroce, cinica e spietata, attraversata da un delirio di lotta e violenza tra gli individui che la compongono.
La partenogenesi.
In tutti questi casi trattati siamo di fronte a delle procedure di rigenerazione – anche tecnologica - dello stesso individuo, ma è chiaro che parlarne in termini di immortalità si produce solo un equivoco, come anche nel caso della partenogenesi, fenomeno noto in riferimento ad alcune piante ( riproduzione per gemmazione) e ad alcuni esseri viventi derivanti  dalla generazione di nuovi soggetti attraverso la divisione di una parte dell’individuo genitore. Tale fenomeno è noto fin dai tempi di Platone,  Aristotele ne parla nel suo sesto libro della Fisica,  e la Medusa è uno di questi esseri viventi.  
CONCLUSIONI
In definitiva l’immortalità come categoria non esiste, e soprattutto non esiste in conformità a quanto il pensiero dell’uomo pensa di lei, e cioè a un individuo, sempre lo stesso individuo,  che materialmente ha la capacità di durare all’infinito, senza che le sue cellule si deteriorino, che il suo organismo invecchi, e che il suo cervello si disabiliti.
D’altra parte se il concetto di immortalità fisica non può oggi trovare spazio nell’ambito di società strutturate in base alla morte degli individui e cioè sulla completa sostituzione anche in via di efficienza lavorativa delle varie generazioni che si susseguono, riuscire a concretizzarlo in futuro rappresenterebbe il più grosso guaio per la comunità mondiale e segnerebbe la  fine di essa: basta pensare ai 7,2 miliardi di individui presenti sulla terra al 1 gennaio 2014 proiettati all’infinito, e capaci in una sola generazione di riprodurne altri parimenti immortali.
Ma a parte questo, e al di fuori della scienza e della materiali aspirazioni, magari ascoltando musica o contemplando la natura con i suoi miracoli ed i suoi colori,  sento a volte che l’anima diventa insofferente alle cose umane, ai beceri atteggiamenti, alle offese che riceve, alle stupide ironie, al corpo degradato ed alla mente che si perde, ed è come se volesse andarsene in luoghi separati, dove tutto è ordine, armonia, leggerezza e beatitudine; e credo che questa sia la vera ed unica immortalità che si possa desiderare.
14/01/2018 16:45:56

CAPOLAVORI SIBILLINI EMIGRATI A MILANO

Daniela Tisi:"Così li salviamo" - eppure c'era l'esempio di Spoleto

Maurizio Verdenelli
Signori, si chiude! Dopo nove mesi e quattro giorni ed oltre diecimila visitatori, ‘Capolavori Sibillini’ ritornano nell’ombra, tristissima metafora della ricostruzione ‘incompiuta’ (macchè, neppure iniziata). La splendida mostra di Osimo a Palazzo Campana ha chiuso domenica 19 novembre i battenti dopo un ‘disperato’ prolungamento di 49 giorni rispetto a quel 1. Ottobre fissato come ‘closing’ quando a metà febbraio il ministro Dario Franceschini l’inaugurò, sulle orme, o meglio sulla location, della precedente esposizione Cavallini-Sgarbi  che, se ha usufruito di un ombrello mediatico ed illustri ospiti non paragonabile a Capolavori Sibillini, non può vantare le opere tratte dalla rete museale tra Macerata (particolare riferimento a San Ginesio e Loro Piceno), Fermo ed Ascoli in rovina a causa del terremoto del Centritalia. “Questi capolavori ritorneranno nelle loro sedi originarie” ha promesso il ministro. E la speranza era che vi ritornassero in autunno. Quando la speranza, come le foglie, si è staccata dall’albero ‘del nostro scontento’ si è pensato al Grande museo Diocesano di Milano. Dice Daniela Tisi, fermana, curatrice della mostra che ha Vittorio Sgarbi tra i consulenti: “L’alternativa erano i grandi magazzini-deposito di Palazzo Campana e non l’abbiamo voluta prendere in considerazione. Con la scelta milanese abbiamo voluto spostare l’attenzione del Paese, focalizzandola in una grande crocevia che non è solo economico e sociale ma anche e soprattutto culturale”. I Capolavori Sibillini all’ombra del Duomo? “Non solo, è stata fatta una scelta in direzione della grande Arte presente nella rete museale delle Marche del sud, colpite da una devastazione senza precedenti”.
Ci sono lamentazioni, neppure tanto sotterranee, per questa emigrazione di ‘identità’ di centri dalla grande storia artistica…”Comprendo e sono al fianco delle popolazioni, ma occorre dire ad esempio che i musei non sono stati restaurati e non sono pronti. Non lo è senz’altro il Contenitore di San Ginesio dal quale insieme con altri ‘gioielli’ è stata salvata la Pala di Sant’Andrea, capolavoro tra i capolavori sibillini”. Ed ora? “Posso senz’altro annunciare che la Regione Lombardia si è impegnata a raccogliere fondi per risolvere questo centrale problema post sisma della nostra regione”. Poi? “Ma non basta, si sta creando una virtuosissima cordata nel nome dell’Arte con la città di Torino in prima fila. I riflettori italiani si sono accesi su questa ‘tragedia’ dell’Arte marchigiana. E Milano è la città ideale per una tale rappresentazione. Un grande sostegno in attesa della riapertura della rete museale”. Che si spera avvenga entro l’estate prossima. E sempre di più emerge la lungimiranza dell’Umbria, rispetto alle Marche, che ha potuto ‘ricoverare’ degnamente a San Chiodo di Spoleto tutti i reperti dell’Arte regionale ‘feriti’ dal sisma (. Un team di altissime professionalità che fa capo al Centro operativo per la conservazione, manutenzione, valorizzazione dei beni storici, artistici, archivistici e librari sono al lavoro sin dal 2010, prevedendo Perugia dopo il terremoto del 1997 (condiviso con le Marche) una tale ricorrente, drammatica  emergenza. Una tale previsione non ha sfiorato invece Ancona.
15/12/2017 15:48:16