Ma torniamo ai social.
Oggi essi sono parte integrante della vita della maggior parte degli
individui, che li usano per comunicare con amici e famiglia, per
aggiornarsi su eventi locali e internazionali e per divertirsi. Vi
sono attualmente più di 2.6 miliardi di persone che usano i social,
ma quanti di essi effettivamente sanno che cosa sono? Nella loro definizione più semplice i social sono comunicazione
pura, utilizzata in un ambiente digitale (virtuale) per creare
relazioni, comunità di persone con cui condividere informazioni,
idee e messaggi in varie forme, da quella scritta a quella grafica e
dinamica.
La differenza principale tra la comunicazione tradizionale e la
comunicazione attraverso i social è Internet, cioè un “universo”,
un sistema all’interno del quale elementi vengono creati, si
trasformano, acquistano il carattere di modelli per lo sviluppo di
altri elementi. La forza di Internet e, quindi, dei social, è però
quella del potere creativo che a vari livelli è consegnato ai
singoli utenti, cioè il potere di generare contenuto che può essere
visto da utenti di altre parti del mondo – e qui sta la chiave –
istantaneamente.
L’abbattimento della variabile temporale, la prima delle quattro
componenti della Relatività Generale di Einstein e curva di
demarcazione tra la dimensione mentale e quella spirituale, è una
proiezione della nostra natura che poggia su diversi piani
simultaneamente. Le frequenze negative quali paura, rabbia, angoscia,
terrore, rancore, ecc. disconnettono l’armonia tra i nostri “corpi”
riducendo la nostra percezione alla sola forma fisica, quella più
solida e immediata (perché inserita tra le quattro mura dello
Spaziotempo).
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L’anno 2020 ha avviato una vera rivoluzione dal punto di vista
della materia. Per la prima volta da quando Internet è entrato nella
nostra realtà, il mondo virtuale ha superato quello reale. La
“Pandemia” che continua ad essere utilizzata per restringere lo
spazio, per incrementare la paura della morte grazie anche ad
un’ignoranza diffusa sui concetti base del nostro essere umani e,
di conseguenza, per amplificare la penetrazione del mondo virtuale
nella nostra esistenza. Che reale e virtuale possano coesistere è di
per sé anch’essa una dinamica naturale. Ma che la seconda venga
forzata limitando la prima attraverso la paura di un virus che finora
sembra avere effetti solo su organismi già indeboliti da precedenti
malattie o da una vita sregolata, è evidentemente riflesso di una
mentalità piuttosto contorta.
Siamo arrivati a questa situazione paradossale
dopo circa trent’anni dall’ingresso en
masse dei computer nella società. Nei
trent’anni precedenti (1960-1990) si era sperimentato molto sulla
possibilità di connettere i computer tra loro, così come oggi si
cerca di far comunicare le macchine tra loro e con gli esseri umani.
Negli anni ‘90 - curiosamente lo stesso periodo
dell’avvento della globalizzazione (vedi articolo La
lunga marcia) - nascevano i
primi blog e bacheche virtuali. Con esse gli utenti potevano creare
contenuti online sulle loro esperienze personali e interagire con
altri utenti. La piena potenzialità di Internet venne scoperta circa
dieci anni dopo con l’avvento della tecnologia smart,
come già detto, che ha poi permesso l’esplosione dei social.
Oggi
i social continuano a crescere e sembrano non volersi fermare,
connettendo persone e inviando informazioni in modo istantaneo a
livello globale. Ma invece di creare armonia e “un mondo connesso”,
come era l’ideale degli sviluppatori della Silicon
Valley, i
social dividono, frammentano, isolano e creano ansie, complici le
fake news
(divenute virali proprio grazie ai social) e alla manipolazione
dell’opinione pubblica durante, ad esempio, elezioni di nazioni con
grande peso specifico a livello internazionale. Senza dimenticare, a
livello digitale, gli attacchi informatici per il prelievo di dati e
informazioni sensibili di governi e multinazionali.
C’è
chi dice che i social siano nati con il telegrafo duecento anni fa.
Altri dichiarano che Friendster sia stato il pioniere all’inizio
del 2000. Nella loro accezione di comunicazione tra persone i social
ci sono sempre stati. Semmai è il mezzo che si è evoluto, dalle
conversazioni nei bar e i Pony
Express
alla visione di Orwell con il suo 1984,
la tecnologia ha permesso l’accesso a nuovi livelli di interazione
tra le persone, a nuovi mondi che poi si sono intrecciati con le
culture e le società tradizionali della realtà fisica.
Le
nuove “armi di paura di massa”, i social sono stati l’humus
ideale per il proliferare delle fake
news,
termine ampiamente usato durante la prima emergenza “pandemica”
per creare incertezza, disorientamento e per cercare di delegittimare
la credibilità di Internet a favore dei media nazionali. In Italia
abbiamo assistito per almeno due mesi al ridicolo spot Mediaset sui
“professionisti dell’informazione” che, oltre a contribuire
alla circolazione del termine fake
news anche
tra coloro che non usano Internet, hanno dimostrato quanto i social
facciano paura ai news
maker, come
mezzo potentissimo di espressione delle masse che può contrastare i
disegni delle élite di potere. Il solo limite è dato dal livello
culturale e di consapevolezza delle masse stesse all’uso di tale
potenziale.
Il fatto che i social siano stati
completamente distorti e che siano tutt’ora controllati da poche
multinazionali è solo lo specchio delle nostre debolezze e
vulnerabilità. Un potere che non abbiamo saputo padroneggiare perché
accecati dalla sua spettacolarizzazione. Ancora una volta, il nostro
ego si è nutrito a discapito dello spirito.
Sulle
fake news vale la pena spendere ancora qualche riga perché il
fenomeno ha le sue radici nelle strategie di propaganda attuate dai
governi durante la grande stagione dei partiti, a cavallo tra
Ottocento e Novecento. Ma le fake news oggi servono un scopo
diverso. Se prima la propaganda serviva per unire le masse su
principi comuni (veri, falsi o esagerati che fossero) e contro un
nemico comune (il comunismo o le democrazie occidentali, ad esempio),
in questo momento storico esse sono uno strumento di divisione,
stratificazione sociale e frammentazione culturale. Nell’Era
Digitale, dove la realtà è sempre più secondaria rispetto alla
dimensione virtuale, unirsi diventa controproducente per le élite
che controllano il pianeta. Ci viene fatto credere che viviamo in una
società malata ad ogni livello, per questo lo scoppio della
“Pandemia” è riuscito così bene e così velocemente (vedi
articolo “Sanificazione digitale" parte 1 e parte 2), creando danni enormi al nostro modo di vivere che
fino a pochi mesi fa era un compromesso tra beni reali e strumenti
digitali.
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Con il persistere della paura generata da media
e istituzioni sovranazionali la cui autorità è solo proporzionale
alle donazioni che ricevono dagli stati, si tenta di trasformare le
società in “regimi medicali” in cui ogni organismo vivente è
potenzialmente un pericolo (basta osservare quante volte la parola
“asintomatico” viene pronunciata dai media). Vaccini e
antibiotici serviranno solo come cavallo di Troia per l’aumento dei
contagi e per la diffusione di misure sanitarie sempre più
restrittive. Sia il dott. Fauci che l’OMS hanno prudentemente messo
le mani avanti annunciando che una cura a questo coronavirus potrebbe
non esistere mai. Nonostante ciò le case farmaceutiche continuano a
chiudere contratti di miliardi di dollari con i governi per lo
sviluppo dei vaccini.
Questa escalation continuerà fino a
quando la farsa Covid-19 arriverà all’epilogo e si aprirà il
sipario del vero protagonista dello show, che sarà annunciato
come la soluzione di tutti i mali del pianeta: l’Intelligenza
Artificiale che, immune all’attacco del “virus”, sarà
legittimamente e ampiamente utilizzata per sostituirci nei punti
strategici della società. I social avranno un importante ruolo
psicologico nel farci accettare un sistema tecnocratico artificiale.
A quel punto, forse, le fake news avranno meno ragione di
esistere.