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12.09.2019
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Quali prove sulla Macchina di Majorana-Pellizza?

Intervista al giornalista Rino Di Stefano

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1) La tua ricerca sulla vicenda della “Macchina” è partita da un incontro con Pelizza oppure dalla fisica di Ettore Majorana?

Né l’uno né l’altro. Il mio interesse per questa storia è nato nel gennaio 2009 quando un imprenditore, a me sconosciuto, è venuto a trovarmi per consegnarmi un dossier riservato su una strana Fondazione religiosa con sede a Vaduz, nel Liechtenstein. In questo dossier si parlava di una mirabolante tecnologia che la Fondazione cercava di commercializzare nel mondo. Incuriosito, ho cominciato ad indagare e ho scoperto che questa Fondazione, che era rimasta in attività per sei anni e due mesi, non esisteva più da dieci anni. Inoltre, la tecnologia di cui si parlava non apparteneva alla Fondazione, bensì ad un uomo che io non avevo mai sentito nominare: Rolando Pelizza. Lo incontrai solo un anno dopo e così mi feci raccontare come erano andate le cose. Non sono mai riuscito a sapere chi avesse mandato quell’imprenditore da me. Solo in un secondo tempo Pelizza mi ha rivelato che l’autore di quella tecnologia era Ettore Majorana.

2) Puoi descrivere i punti principali della tua indagine?

Come sempre nelle mie indagini, ho solo cercato di appurare la verità delle cose. In un primo tempo, ho ricostruito la storia di Pelizza. La sua biografia venne pubblicata nel 2013, per cui in quel momento non c’era nulla in giro. Cercai quindi di trovare tutta la documentazione probante sulla sua storia, soprattutto i rapporti tra la sua persona e i tre governi che si erano interessati alla vicenda: italiano, americano e belga. Giunsi alla conclusione che la famosa macchina era esistita ed era stata esaminata da diversi rappresentanti di quei governi. Ma Pelizza non me la mostrò mai e cercò, anzi, di nascondermi diversi dettagli. Di fatto, non si fidava di me. Per cui, nella mia inchiesta, mi sono avvalso anche di diverse altre fonti. Più andavo avanti e più mi rendevo conto che, qualora la macchina ci fosse ancora nel presente, sarebbe stata nascosta. Troppo pericolosa! Cercai anche di coinvolgere alcune università in questa storia, affinché quella tecnologia potesse essere studiata a livello scientifico. Anche perché non aveva senso parlare della “macchina” se non ci fosse stato un riscontro scientifico. Ma fu tutto inutile. Non mi risulta che quella macchina sia mai entrata in un laboratorio accademico.

3) Quali sono a tuo avviso le prove e i miti sulla macchina Majorana-Pelizza?

Abbiamo documenti, video e testimonianze che confermano la presenza di quella macchina negli anni Settanta. Altre prove ci confermano la presenza della stessa macchina nel 1992. Ma non disponiamo di alcun elemento probante per quanto riguarda il presente. Tra l’altro nel 2019 Pelizza ha pubblicato una lettera aperta ai lettori nella quale sostiene che non ha più la macchina e che gli viene impedito di continuare i suoi esperimenti. Questo mi sembra che sia un de profundis per l’attività di Pelizza. E anche un modo per uscire ingloriosamente da questa vicenda. Se prima l’interesse del pubblico teneva viva la storia, adesso nella gente si denota una certa e marcata delusione. In pratica, questo incredibile racconto, corroborato da una valida documentazione per quanto riguarda il passato, rischia di diventare una controversa leggenda in tempi moderni.

4) La tua opinione sul “ringiovanimento” di Majorana?

Secondo la versione di Pelizza, e alcuni documenti in nostro possesso, la famosa macchina sarebbe in grado di operare quattro fasi sulla materia: annichilimento, riscaldamento, trasmutazione e traslazione da una dimensione all’altra. Quest’ultima fase sarebbe quella che permetterebbe il ringiovanimento. Non una sola di queste operazioni è mai stata testata a livello scientifico. E se non c’è una conferma scientifica, non si può affermare ad alcun livello che tali fasi rientrino nella sfera del possibile. A onor del vero, c’è da dire che, se mai esistesse una simile macchina, non potrebbe davvero essere resa pubblica. Le conseguenze sarebbero inimmaginabili. Per cui, stando così le cose, non posso neppure prendere in considerazione un eventuale ringiovanimento di Majorana.

5) Negli anni Trenta iniziavano a circolare le prime teorie quantistiche e la storia ricorda Enrico Fermi come l’unico fisico che a quel tempo si interessava alla fissione dell’Atomo. Come si inserisce Ettore Majorana nel contesto di quel tempo?

Questa è una domanda che dovrebbe essere rivolta al professor Erasmo Recami, il biografo ufficiale di Ettore Majorana. Recami ha scritto un ottimo libro sulla storia ufficiale di Majorana, dalla sua nascita alla scomparsa nel 1938. Tutto quello che posso dire, per aver studiato la vita di questo scienziato, è che non è proprio vero che negli anni Trenta Enrico Fermi fosse l’unico a interessarsi alla fissione dell’Atomo. Caso mai fu il primo a dimostrare che si potesse fare e il 10 dicembre 1938, a poco più di otto mesi dalla scomparsa di Ettore, ricevette il Premio Nobel. Il punto centrale di questo discorso è che a quel tempo in molti stavano studiando le leggi della materia, con approcci diversi. Il conflitto scientifico tra Fermi e Majorana (i due erano buoni amici) consisteva nel fatto che quest’ultimo accusava Fermi e gli altri colleghi di via Panisperna di violentare la natura. Secondo lui, c’era un’altra via per studiare e scoprire le vere leggi della materia. Ed è assai probabile che alla fine lo stesso Majorana le scoprì e, rendendosi conto delle conseguenze che poteva avere la sua scoperta, decise di scomparire per non comunicarle a nessuno. Del resto, se si pensa alle famose quattro fasi della macchina, ci si rende conto che, se fossero vere, si potrebbero ottenere risultati incredibili e le conseguenze dell’energia nucleare potrebbero essere evitate. A questo proposito, c’è da dire che quella macchina potrebbe essere ipoteticamente funzionante solo se si considerasse che tanta energia potrebbe essere sviluppata soltanto se all’interno di quel meccanismo si sviluppasse il monopolo magnetico. Un concetto, questo, del tutto assurdo per la fisica che noi conosciamo. Ma ho scoperto, e gli studiosi italiani ignoravano questo dettaglio, che negli anni Trenta Ettore Majorana stava studiando proprio il monopolo magnetico. Tanto è vero che negli anni Sessanta l’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica organizzò a Kiev un convegno proprio sul monopolo di Majorana. C’è da domandarsi come mai in Italia nessuno ne fosse al corrente.

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6) Può l’esistenza della macchina di Majorana-Pelizza influire su grande scala (massa di persone, eventi atmosferici, campi elettromagnetici) o è calibrata su scale minori?

Ripeto: non abbiamo alcuna verifica scientifica sull’esistenza di questa macchina. Sappiamo solo che c’è stata ed era in grado di fare alcune cose oggettivamente impensabili. Abbiamo anche alcune prove di questa attività passata. Ma nulla che riguardi il presente. Certamente, se ci fosse, sarebbe in grado di intervenire su uomini e cose in modo realmente straordinario. Ma non sarebbe saggio farla conoscere al grande pubblico per le inevitabili conseguenze.

7) Hai iniziato la tua carriera giornalistica negli “Anni di Piombo”, poi sei passato a Economia e Finanza. Se dovessi scegliere due delle inchieste più importanti nei rispettivi settori, quali sarebbero?

Quando studiavo giornalismo negli Stati Uniti, una delle prime cose che mi hanno insegnato è che la notizia è come una donna incinta: o lo è o non lo è. Non ci sono mezze misure. Ebbene, se lo è, allora la notizia va data e pubblicata. Ho sempre tenuto presente questo concetto, per cui non mi sono mai preoccupato di quale tipo di notizia mi stavo occupando in quel momento. Se era notizia, tanto bastava. A prescindere dal settore cui apparteneva. Nella mia vita professionale mi sono occupato di tante cose, non ricordo nemmeno più quante. Se dovessi fare mente locale, direi che sono due le storie che mi hanno coinvolto di più emotivamente. La prima è stata nel 1982, quando, parlando per telefono con un lettore che era appena tornato in Italia da Londra, mi disse che la sera prima aveva assistito al programma televisivo Panorama della BBC sul disastro di Ustica. Ebbene, i giornalisti britannici avevano iniziato le loro ricerche sull’aereo Itavia precipitato nel Mediterraneo con 81 persone a bordo, già nel 1980. A pochi giorni dall’incidente. E adesso, due anni dopo, erano stati in grado di raccontare al loro pubblico che il jet di linea italiano era stato senza alcun dubbio buttato giù da un missile aria-aria lanciato da un caccia militare. Nel 1982 in Italia si facevano mille ipotesi, non vi erano certezze e, di fatto, le autorità si guardavano bene dal giungere a qualunque conclusione. Io ringraziai il lettore, chiamai per telefono un mio collega inglese che lavorava alla BBC, mi feci inviare il materiale e scrissi uno degli articoli più documentati e “esplosivi” (è il caso di dirlo…) della mia carriera. Venerdì 27 agosto 1982 Il Giornale uscì con il mio articolo intitolato “Il DC-9 Italia esploso nell’80 ad Ustica fu colpito dal razzo di un jet nemico”. Scoppiò il caos: in Parlamento ci furono sette interrogazioni; Luzzati, presidente della Commissione d’inchiesta sul disastro, convocò una conferenza stampa per dire che lui non ne sapeva niente; l’allora premier Spadolini chiamò subito l’amico Indro Montanelli per chiedergli di non continuare oltre con articoli di quel tipo. E venni messo a tacere, mentre Il Corriere della Sera continuò la sua inchiesta sul DC-9. Quel giorno d’agosto ebbi davvero la sensazione di come la ragion di Stato prevalga sempre, anche sulla giustizia.

L’altra inchiesta che ritengo importante è invece quella che sto ancora conducendo sul caso Majorana-Pelizza. Ho motivo di pensare che anche in questo caso siano davvero molti i poteri che non vogliono far conoscere la verità.

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8) Il caso del “doppio” Marconi. Esiste una correlazione tra le due macchine? E chi era Franco Marconi?

No, si tratta di due storie completamente diverse. Per quanto riguarda Guglielmo Marconi, abbiamo testimonianze certe che ci consentono di dire che egli inventò un sistema di trasmissione via etere, a lungo raggio, che mandava in corto circuito gli impianti elettrici che venivano colpiti. Per esempio, se le onde colpivano un’auto in movimento, il veicolo si bloccava subito. E lo stesso poteva accadere anche ad un aereo, se fosse stato investito da quelle onde. Per cui si poteva comprendere l’uso che se ne poteva fare come arma bellica. Marconi diede anche una dimostrazione pratica alla presenza di Mussolini, bloccando tutta una serie di veicoli lungo la strada che porta ad Ostia. Poi cominciarono a venirgli dei dubbi. Applicata agli aerei, quell’arma ne avrebbe fatto cadere a migliaia. E lui, che era abbastanza religioso, alla fine chiese consiglio al papa Pio XI. Il pontefice gli fece un piccolo discorso: “Figlio mio, vuoi essere ricordato per l’invenzione della radio, che tanto bene ha fatto all’umanità, oppure per aver causato la morte di tanti uomini con il tuo congegno?”. Marconi comprese. Tornò nel suo laboratorio e distrusse sia quella macchina, sia il progetto cartaceo. Nessuno trovò mai traccia di quel dispositivo.

La storia di Franco Marconi è completamente diversa. A raccontarcela sono due militari e studiosi della Guardia di Finanza, Gerardo Severino e Giancarlo Pavat, nel libro “Il raggio della morte”, La storia segreta del militare italiano che avrebbe potuto cambiare il corso della II Guerra Mondiale. Ebbene, Franco Marconi era un finanziere che nel 1939 informò i suoi superiori di avere una macchina in grado di operare “folgorizzazione a distanza”. In pratica, puntava il suo meccanismo su un bersaglio anche molto distante (abbiamo testimonianze che arrivava a 6000 metri) incendiando e distruggendo l’oggetto preso di mira. Severino e Pavat hanno trovato fior di documenti che testimoniano come Franco Marconi avesse ripetutamente dato dimostrazione di questi esperimenti, di fronte a colonnelli e generali. Venne anche ricevuto almeno due volte da Mussolini, che gli promise assistenza e aiuto. Infatti, per far funzionare quel meccanismo, il finanziere aveva bisogno di due metalli nobili (e costosi): l’oro e il platino. Ed è qui che entra in ballo la similitudine con la macchina di Pelizza: anche in quest’ultima sono necessari oro e platino nel meccanismo interno. Un caso? E chi può rispondere? Tutto quello che possiamo dire è che, di volta in volta, il povero Franco Marconi venne perseguitato dai fascisti, dai partigiani e, infine, dai tedeschi che, visto che non voleva collaborare con loro, lo deportarono nel campo di sterminio di Dachau. Fortunatamente ne uscì vivo e nel 1945, quando a guerra finita venne congedato, gli imposero di non fare mai menzione con nessuno della sua incredibile macchina. E si attenne a quelle disposizioni fino a quando non esalò l’ultimo respiro. Non si sa, invece, che fine fece quella tecnologia, anche se è verosimile che sia finita nel comando militare a stelle e strisce. Più che altro restano i dubbi circa l’origine della macchina di Franco Marconi. L’uomo non aveva conoscenze tecniche (era perito agrario) e non sapeva spiegare come mai il suo congegno emettesse quel raggio letale. Chi glielo aveva dato? E perché? Non abbiamo risposte a queste domande.

9) La manipolazione della materia, da Majorana a Ighina alla tecnologia H.A.A.R.P. Perché l’uomo tenta di controllare l’ambiente naturale?

Posso rispondere a questa domanda offrendo solo il mio punto di vista personale. Mi sembra ovvio che l’uomo cerchi sempre di comprendere di più e meglio l’ambiente che lo circonda. Inoltre, il desiderio di conoscere e di cercare nuove soluzioni ai problemi dell’esistenza è del tutto insito nell’essere umano. Dallo sfruttamento dell’energia solare, al moto delle acque e al soffio del vento, l’uomo cerca sempre di ricavare nuova energia. Può anche darsi, ma non possiamo esserne sicuri, che Majorana avesse davvero trovato sistemi energetici che oggi ci appaiono fantascientifici.

10) Dall’Era Nucleare degli anni ’30-’50 a quella Digitale di oggi. Cosa è cambiato negli equilibri economici del mondo?

Il mondo si basa sempre su rapporti di forza. Al momento, la nazione più potente è quella americana. Tallonata da quella cinese che cerca, anche in quanto rappresentante di un sistema politico alternativo alla democrazia, di dimostrare che il sistema occidentale ha fatto il suo tempo. E poi ci sono gli altri Paesi, tutti più o meno armati e orientati a non perdere potere nel proprio ambito geopolitico. Vedi la Russia, l’Inghilterra, la Germania e la Francia. Tutti, chi più e chi meno, cercano nuovi mezzi e prospettive per poter contare di più nell’ambito mondiale. Basta guardare ciò che sta succedendo in Africa. Non c’è dubbio che la macchina di Majorana, se esistesse, potrebbe dare una buona mano per condizionare i rapporti di forza. Personalmente ritengo che, se ci fosse una possibilità su un miliardo che quella macchina fosse una realtà concreta, solo un Paese potrebbe disporne: gli Stati Uniti d’America.

28/07/2020 12:19:05

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