In
ebraico il termine Babel
significa “confuso” dal verbo Balal,
“confondere”. L’Effetto Babel
della nostra era non è un lavoro di fiction ma sembra perfetto per
analogia e comportamento alla spettacolarizzazione ultra-comunicativa
in cui siamo immersi da due decenni, che non solo confonde e
paralizza la nostra capacità critica ma è anche lo specchio di un
esagerato esibizionismo che non conosce più né etica né morale.
Come ai tempi della costruzione della Torre descritta nella Genesi,
anche oggi l’uomo sembra fluttuare su un delirio
di onnipotenza nato dal monismo materialista,
alimentato dalla tecnologia e proiettato verso l’illusione
che la libertà significhi caduta di ogni riferimento tradizionale e
morale. La trasgressione è più cool
e meno faticosa dell’educazione alla convivenza sociale.
L’Effetto
Babel è
un concetto molto ampio che però ha come comune denominatore la
frammentazione, la divisione e la
confusione provocate attraverso la pianificazione di eventi shock
che sono in grado di paralizzare ogni
tentativo di costruzione: morale, economica, sociale.
La
storia non ha ancora accertato l’esatta localizzazione dello
Shinar,
luogo dove, secondo l’Antico Testamento, gli uomini sopravvissuti
al Diluvio fondarono una città ed iniziarono a costruire la Torre di
Babele. Sembra però che dovesse essere al confine tra il nord
dell’Iraq e il nord-est della Siria.
Nel
2003 l’Effetto Babel
colpisce l’Iraq con l’invasione dell’esercito USA, lanciando un
segnale molto chiaro al mondo arabo (soprattutto a Siria, Iran,
Libia): l’influenza americana doveva
restare il caposaldo della geopolitica mondiale.
In
due occasioni, a febbraio e luglio del 2001, l’allora segretario
della difesa Donald Rumsfeld ebbe a dire
che togliere di mezzo Saddam avrebbe “perfezionato la credibilità
USA e la sua influenza nella regione”.
Poi avvenne l’11 settembre, in cui due torri caddero (vedi
l’articolo Operazione "Enduring
Freedom" o quanto “dura” la
nostra libertà)
La
guerra in Afghanistan non era sufficiente, anche perché il
vero obiettivo era, come lo è ora, l’Iran.
Serviva una manovra a ventaglio che poteva innervosire lo stato
Islamico e, allo stesso tempo, tagliarlo fuori da possibili alleanze
con i paesi vicini. L’Iraq, inoltre, era un paese con un peso
specifico maggiore rispetto alla terra dei Talebani e vi erano alcune
questioni in sospeso sin dalla guerra del 1991, quando Bush senior si
era fermato alle porte di Baghdad senza entrarvi.
L’Effetto
Babel
utilizzato per l’invasione dell’Iraq si è concretizzato in una
serie di pretesti, allusioni, accuse inconsistenti che hanno ottenuto
un effetto devastante. Come è scritto nella Genesi, “Il
Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di
costruire la città” (Gen 11:8). Tradotto in
termini geopolitici, fu avviata una reazione a catena che, negli anni
a venire, avrebbe avuto ripercussioni su tutti i paesi vicini:
Egitto, Libia e Siria sarebbero stati
colpiti come un virus letale dalla guerra civile, così che gli
uomini “cessarono di costruire”.
A riprova di ciò esistono le dichiarazioni di Rumsfeld che il 30
settembre 2001 consigliava a Bush:
“Il
governo USA dovrebbe porsi un obiettivo di questo genere: nuovi
regimi in Afghanistan e in un altro stato chiave [o due] che sostiene
il terrorismo...”
mentre Douglas J. Feith, allora sottosegretario alla difesa, scriveva
a Rumsfeld il mese successivo:
“Un’azione
contro l’Iraq renderebbe più facile un confronto politico,
militare o di altra natura con Libia e Siria”
L’amministrazione
Bush usò la paura per le armi batteriologiche e il terrorismo come
piede di porco per scardinare gli equilibri delle nazioni del Golfo
Persico; spese trilioni di dollari,
provocò centinaia di migliaia di morti, destabilizzò la regione e
favorì la nascita dell’ISIL (Islamic
State of Iraq and the Levant) poi
diventato ISIS. Un simile metodo tentato dall’amministrazione Trump
solo pochi mesi fa nei confronti dell’Iran.
Lo
scorso febbraio Donald J. Trump dichiarava che la ragione per cui le
sue truppe si trovavano ancora in Iraq era per monitorare l’Iran.
Una tale affermazione ha sollevato in parte il velo di menzogne
somministrate all’opinione pubblica negli ultimi diciassette anni
sulle ragioni della guerra in Iraq, tanto da spingere gli attuali
leader iracheni a chiedere l’espulsione immediata dei militari USA
dalla nazione. Con un’abile retromarcia ed una parziale correzione
dei termini l’amministrazione Trump assicurava agli iracheni che
l’accordo USA-Iraq e la costituzione dell’Iraq, che proibisce
l’uso di forze straniere per controllare un altro paese, sarebbero
state rispettate in pieno. Ma al contempo, lo scorso gennaio il Wall
Street Journal pubblica un articolo in
cui il governo USA sembra aver minacciato di chiudere l’accesso ai
conti federali di New York qualora l’Iraq chieda nuovamente a
Washington di smobilitare le sue truppe. A
New York sono tenuti i profitti delle vendite petrolifere e un blocco
a quelle risorse causerebbe il crollo del sistema finanziario
iracheno. Altra ragione, questa, per la
quale l’Iraq non potrebbe liberarsi tanto facilmente della presenza
USA sul suo territorio, che ammonta a 5200 uomini dislocati in 6
diverse aree: Al-Qaim (confine con la Siria), Al Asad, Taji,
Bismayah, Qayyarah occidentale e Irbil (nel cuore del Kurdistan).
Anche
in questo caso è la finanza l’ostacolo più arduo da superare per
ottenere una vera indipendenza nazionale. Che
l’Iraq sia tutt’ora un paese “satellite” della politica
imperialista americana lo dimostra il bombardamento da parte di
truppe israeliane alle basi del PMF
(Popular Mobilization Forces),
milizia armata formata dal governo iracheno nel 2014. La crisi in
questo caso fu evitata attraverso lo strumento del diniego, in quanto
gli USA dissero di non essere assolutamente a conoscenza dei piani di
Israele.
Altra
versione dubbia, visto che attualmente l’amministrazione Trump ha
sotto mira proprio il PMF, accusato di essere uno strumento di
controllo da parte dell’Iran (nemico giurato anche di Israele per
pura “coincidenza”). La legge che
dovrà espellere gli USA dall’Iraq si
sarebbe dovuta perfezionare in questi mesi, specialmente dopo
l’uccisione di un certo generale Qasem Soleimani il 3 gennaio 2020.
L’Iran
avrebbe potuto dichiarare guerra agli USA, che avrebbero avuto buon
gioco nel rinforzare le truppe sia in Iraq che in Afghanistan.
Israele non sarebbe stato certo a guardare, schierandosi a fianco del
suo “protettore” atlantico. A quel punto Russia e Cina sarebbero
potute scendere in campo e non certo a fianco degli USA. Siamo stati
vicinissimi all’inizio di una nuova guerra mondiale combattuta,
secondo l’apocalisse di Giovanni, nell’Armageddon,
luogo dell’ultimo scontro prima della fine dei tempi. Armageddon,
come Babel,
si troverebbe da qualche parte tra Siria, Palestina e Iraq.
Un
tale scenario non si è verificato, l’Iran non ha (ancora) reagito.
E poi è arrivata una delle “sette
piaghe d’Egitto”, non in forma di
locuste ma di un agente patogeno invisibile e molto controverso che
sta modificando tutti gli assetti politico-economici del mondo
chiamato Coronavirus, che estrinseca alla massima potenza il concetto
dell’Effetto Babel.