Secondo
Rodrik la causa di questi segnali partiva dalla caduta di quel Muro,
che alla fine degli anni novanta aveva “costretto” tutte le
nazioni a diventare competitive sul mercato mondiale, e molte di esse
lo avevano potuto fare solo mantenendo il costo della manodopera
basso e una regolamentazione molto elastica, specialmente quei paesi
che avevano provato il socialismo o che avevano adottato politiche
protezioniste applicando tariffe alle importazioni.
L’avvento
dell’ Eurozona ha permesso anche l’accentramento del sistema
bancario e finanziario in genere in grandi poli controllati da
nazioni come la Germania, che nel corso dell’evoluzione dei
movimenti europeisti ha potuto praticamente controllare il corso
economico degli Stati membri, utilizzando (per alcuni, sfruttando) al
meglio le risorse di ciascuno, estremizzando il gap tra speculazione
finanziaria ed economia reale.
Il principio base della
globalizzazione era quello del vantaggio comparativo, cioè del fatto
che le nazioni del mondo, commerciando tra di loro, potevano
scambiarsi beni che mancavano da una parte o dall’altra,
beneficiandone reciprocamente. Teoricamente, le nazioni più ricche
avevano il vantaggio di accedere a beni e servizi più economici
perché prodotti in paesi con manodopera più bassa, mentre i paesi
produttori ricevevano liquidità per poter crescere economicamente.
Quello che
non era stato considerato, o meglio, che non era stato comunicato,
era il costo sociale di un tale meccanismo. Ad esempio i lavoratori
dei Paesi sviluppati che non possedevano alte qualifiche sono stati
tagliati fuori da questo meccanismo, andando ad incrementare il tasso
di disoccupazione in Europa e America. Gli economisti hanno
giustificato questo trend negativo con l’incrementare
dell’automazione nelle industrie: l’avvento delle macchine in
sostituzione dei lavoratori.
Ma la
realtà era diversa, un’integrazione economica che causava una
progressiva disgregazione sociale.
Dopo
anni di critiche e paradossi sugli effetti del “free
trade”, si è arrivati già nei primi
anni del 2000 alla considerazione che la globalizzazione aveva
aumentato la disoccupazione e abbassato i salari medi.
Se
qualcosa non fosse cambiato, si dicevano i potenti durante il forum
di Davos, le conseguenze politiche sarebbero state irreversibili.
Nonostante tutto, quello che gli economisti scelsero fu di pubblicare
un fiume di articoli e libri che promuovevano la necessità di aprire
ulteriormente i mercati. Serviva un nuovo evento che potesse
distrarre la popolazione da un’evidenza che ormai era divenuta
impossibile da nascondere. Per questo la questione della
globalizzazione venne messa da parte con lo shock del 2001, un
attacco senza precedenti all’America che spinse il congresso a dare
il via libera alla politica imperialista di George W. Bush. Un
paradosso geopolitico anche abbastanza elementare ma che, in regime
di panico e paura, funzionò benissimo. Dove la globalizzazione non
riusciva ad aprire i mercati del mondo, arrivava l’imperialismo
americano con interventi militari per rimodellare le nazioni in modo
da creare nuovi mercati adatti alla “strategia globalizzante”. E
in questo modo il consenso sul procedere della globalizzazione
continuò per un altro decennio.
In questo
periodo la percezione della globalizzazione come formula vincente per
i mali del mondo proveniva dalla crescita economica della Cina, dai
numeri che questo Paese di lavoratori instancabili riusciva e creare
e dalla quantità di prodotti che venivano distribuiti nel mondo.
Cosa
significa, oggi, “maggiore globalizzazione”? La globalizzazione è
cambiata rispetto agli anni 2000, con l’avvento della Terza
Rivoluzione Industriale, nome dato all’avvento di Internet e,
soprattutto, del fenomeno dei Social
Media, il mondo si è spostato online.
Le connessioni avvengono in un ambiente virtuale migliaia di volte
più veloci rispetto alla mobilità reale. E, ma sarà oggetto di un
successivo articolo, la scoperta delle potenzialità dei Big
Data ha fornito lo strumento per
orientare una grande massa di persone verso obiettivi precisi, come
ad esempio l’acquisto di quel bene o servizio, l’accettazione di
quella legge o quella limitazione, ma anche quelle che sono le paure
e i timori peggiori di una società.