Egli
invece aveva intuito o forse, sin dall’inizio, era riuscito ad
entrare in sintonia con essa, che l’Opera doveva essere preservata
per una ragione molto particolare. All’intuizione è seguita
un’azione pratica, quella della preservazione degli elementi.
Quindi sono seguiti anni di duro lavoro per bloccare i crolli.
Finalmente
veniamo guidati, attraverso un viottolo coperto da bassi tralicci
coperti di vegetazione, all’anfiteatro, che è il primo elemento
dell’Opera su cui posiamo lo sguardo.
Ufficialmente
la Scarzuola fu ideata dall'Architetto
Tomaso Buzzi, che aveva iniziato a concepirne
l’idea sin dal 1921, ma che trovò la
zona adatta solo nel 1957. Avendo acquistato il terreno, l’anno
dopo Buzzi cominciò a sviluppare l’Opera, partendo dal concetto di
“sogno non realizzato”. La Scarzuola è, nella sua definizione
più cruda, “la pietrificazione dei sogni” o, come interpretiamo
noi queste parole, la materializzazione di una serie di visioni.
Certo è che Buzzi non era sicuro di riuscire a realizzare il suo
progetto, specialmente quando la sua priorità era la carriera. Solo
in seguito, lasciandosi alle spalle ambizioni e desideri materiali,
potè focalizzarsi su se stesso per iniziare la costruzione. Molta
della sua determinazione è il prodotto degli ostacoli che Buzzi ha
avuto nel corso della sua vita, soprattutto nel secondo ventennio
fascista. Quando il regime ha cominciato ad allargarsi a tutti i
livelli della società e a raggiungere le università, l’architetto
si è sentito privato della libertà ed è entrato in uno stato di
profonda sofferenza.
“Lui
diceva ‘tutto è memoria’. Però la cosa nuova è come io le
metto insieme, quello che crei oggi. Se vuoi creare qualcosa devi
andare nel passato, però io li metto in una scatoletta...”
Attingere
dal passato per ricreare qualcosa in un contesto moderno, usando le
percezioni e le tecnologie riconoscibili da tutti, questo pensiamo
intenda Marco con le sue parole ficcanti e ironiche. Buzzi lo ha fatto
usando però il concetto della prospettiva alterata, della falsa
simmetria e del simbolismo esoterico.
Cerchiamo
di vedere questo suo tentativo di rompere schemi prefissati partendo
dall’asimmetria della prospettiva: abbiamo davanti a noi un
anfiteatro che ha due terrazze circolari sulle quali sono disegnate
la luna (sinistra) e il sole (destra). L’anfiteatro è chiuso sul
lato opposto da una costruzione che rappresenta, nella concezione di
Buzzi, una nave posta di fianco. Al centro della fiancata vi è un
occhio e due orecchie. L’occhio, il cui sopracciglio è un’ala, è
il simbolo di Buzzi, che starebbe a significare il grado di evoluzione
dell’uomo che, giunto ad uno stadio di piena consapevolezza,
osserva e ascolta, ma non parla. Nella nostra lettura di questo
simbolo aggiungiamo che l’Occhio che Tutto Vede non è altro che il
terzo occhio aperto sulle realtà multidimensionali dell’Universo.
Dalle
orecchie partono due file di scale che conducono sul “pontile”
della nave, decorata con un labirinto di linee che ricordano i
moderni chip o transistor. Nelle interlinee vi sono gli strumenti
musicali più disparati: la lira, il flauto di Pan, la trombetta, il
violone. La musica, ci spiega Marco, è una componente fondamentale
dell’Opera di Buzzi.
“...La
musica per Buzzi era fondamentale. Ogni tufo messo in una certa
maniera crea frequenza. La pietra da' una frequenza, questa un'altra.
Ognuno percepisce una cosa diversa...”
L’architetto
infatti, nello scegliere il luogo, sapeva dell’esistenza dell’acqua
sotterranea e conosceva le proprietà del tufo, che si disgrega a
poco a poco sotto l’effetto combinato degli elementi: aria (vento),
fuoco (sole), acqua e terra (muschio). Il lavoro di questi elementi
sulla roccia produce delle frequenze sottili, una musica inaudibile
ai più, ma che per un’alchimista è una fase imprescindibile,
quella dei principi cabalistici della disgregazione (Yesod) del regno
materiale (Malkuth).
Dal
pontile, guardando alle nostre spalle, possiamo vedere che tra le due
torri d’ingresso è acquattata una bestia cornuta dalle fauci
spalancate. Una figura demoniaca posta esattamente davanti all’occhio
alato. Tra i due simboli vi è l’arena dell’anfiteatro, dove
nell’antichità si recitava la vita nelle sue tre componenti
principali: la commedia, la tragedia e la satira. Il mostro è inteso
come la selva oscura di Dante, i mostri, o la rappresentazione delle
paure incontrollate che l’uomo si porta dentro.
Marco
ci spiega che vivere alla Scarzuola “significa avere i piedi bene
ancorati per terra”. Il suo ruolo di “custode” non si limita
alla manutenzione della proprietà, ma tocca l’essenza stessa
dell’Opera, visto che è stato proprio egli stesso ad aver dovuto
realizzare parte degli elementi che Buzzi aveva solo lasciato in forma
di disegni e appunti:
“...Nello
stesso tempo deve essere tutto annullato dalla pazzia. Non è una
missione, è troppo pesante, ma il teatro è ironia. Infatti lui
[Buzzi]
fa tre giochi insieme. Nel teatro ci sono tre tipi di scenografie:
una per la commedia, ed è data dalla città contemporanea. Una per
la tragedia e alla città contemporanea si aggiungono gli edifici
antichi. E una è la satira che ha la natura...”
Questo
perché nel teatro della vita sono necessari tutti e tre gli aspetti,
e vanno equilibrati. La maggior parte della gente oggi tende ad
aggrapparsi agli estremi tra commedia e tragedia, ma non aggiunge la
satira che invece, afferma Marco, “è la parte centrale del Tau”.
Questo
intreccio di situazioni è magistralmente simboleggiato dal labirinto
di erbetta che compone il piano dell’anfiteatro. Il labirinto è la
prova più difficile che si ha sul piano della vita. Carichi come
siamo di “mostri” (ansie e paure), nel labirinto dobbiamo trovare
la strada per conoscerle e controllarle. Solo allora si troverà una
via d’uscita e, infine, il terzo occhio, quello “alato”, si
risveglierà.
Al
centro del piano c’e’ un piccolo obelisco, lo “Zed” che
potrebbe catalizzare, ma è una nostra opinione, le energie celesti e
quelle terrene nel punto nevralgico dell’Opera, a metà tra le
forze ctonie (rappresentate dalla bestia all’ingresso) e quelle
uraniche (l’occhio alato), cioè dove si gioca la partita
dell’esistenza, sul piano della nostra realtà materiale.
E’
lì che Marco ci fa notare un suono, impercettibile, che pervade
l’intera struttura:
“Vedete
che il tufo si sgretola e ritorna terra? Lui [Buzzi]
voleva il lavorio del tufo, il lavorio del muschio che mangiava il
tufo e del gelo che disgregava e che era musica. Faceva parte della
musica che noi non percepiamo. Lo sgretolamento è musica, lui
diceva. Sempre per il Solve
et Coagula...”
Quindi
Tomaso Buzzi avrebbe voluto che la sua Opera, nata
dalla terra, tornasse alla terra, come un Golem la cui iscrizione
magica viene cancellata? Sono state queste parole di Marco il primo
indizio che ci ha fatto riflettere sulla reale funzione di questo
complesso architettonico. La
nostra guida aggiunge che
egli stesso si occupa di mantenere l’equilibrio tra le due forze,
“...perche’
devi lasciare che la natura prenda possesso, ma nello stesso tempo
devi non far totalmente che si sciolga, devi consolidare. Il muschio
lo tolgo poco perche’ deve sentirsi questa musica...”
Quindi
tutta la simmetria degli elementi e il loro equilibrio è
in molti casi apparente. Infatti le proporzioni sono falsate, tra
nanismo e gigantismo, e ciò
che troviamo a destra non è esattamente identico a quello che c’è
a sinistra. E’ un paradosso? No, perché Buzzi intendeva uscire
dagli schemi predeterminati che lo avevano soffocato in vita;
intendeva uscire, come ripete Marco più volte nel corso della
giornata, “dalla Matrix”. Eppure, in una visione globale
dell’Opera, non possiamo che apprezzare la bellezza e l’armonia
delle forme, delle posizioni, degli angoli e delle strutture. Ci
rendiamo conto di essere di fronte ad un altissimo livello di
architettura esoterica.
Ci chiediamo se Tomaso Buzzi fosse in
realtà un alchimista mascherato da architetto. Marco ci spiega che
la magia faceva parte della formazione di suo zio, ce l’aveva
dentro e l’ha utilizzata per creare un sistema di “conservazione
della memoria” sui modelli di Giulio Camillo Delminio, del quale
oggi si parla pochissimo. L’Opera di Buzzi è un enorme archivio
mnemonico che può essere letto a vari livelli a seconda del grado di
maturità cognitiva e sottile che si possiede:
“...ecco
perché c’è l’infinito, perché [l’Opera]
è eterna, quindi passato, presente e futuro li ha messi tutti
insieme. Perchè [Buzzi]
aveva la visione dall’alto, ecco l’occhio e l’ala, lui aveva
visto tutto...”
Dal “pontile” della nave ammiriamo forse la parte che più
incarna l’ “archivio della memoria” di Tomaso Buzzi, la sua
città ideale: una costruzione surrealista poggiata sulla nave di
Caligola che, a sua volta, galleggia sul lago di Nemi. La città è
una trasposizione in prospettiva dei vizi e delle virtù umane. La
base, in scala naturale, è una serie di celle e prigioni scure,
mentre man mano che ci si eleva, in alto le proporzioni di
allontanano, vengono ridotte in scala, in una visione paradossale che
rappresenta le contraddizioni dell’uomo, che cerca le virtù
avendone una prospettiva falsata, mentre cade nei vizi senza
conoscerne l’essenza venefica. Così in alto osserviamo il
Partenone, il Colosseo (“Buzzi aveva la casa a Roma che si
affacciava su di esso”), la torre dei Gonzaga (“li amava”) e
poi la torre dei venti, la piramide, l’arco di trionfo, gli
obelischi:
“La
piazza è un ottagono. L’ottagono è una tartaruga, la piazza
ricorda la città ideale a Urbino. Poi lui [Buzzi]
rifà lo stesso gioco di prima. Se di qua ci sono i templi, ci devono
essere anche di là, ma li fa disuguali. Sempre per il due...l’unione
è in armonia. Lui crea un’opera nell’unità...”
Quando
Marco Solari si è trovato di fronte al compito di continuare l’Opera
di Buzzi, ha dovuto fare i conti non solo con le difficoltà materiali
ma, soprattutto, con l’enorme lavoro interiore di “ascoltare” e
capire il significato di ogni singola pietra. L’intuizione
principale è stata quella di “azione immediata”: azionare, anche
sbagliando, per poi correggersi in movimento. Lo stallo è la cosa
più tremenda perché è quello che vuole il sistema, “la Matrix”.
Questo è il secondo indizio che ci ha guidato alla comprensione
dell’Opera.
La “Città Ideale”, o meglio, il gruppo degli
elementi posti sulla poppa della nave (orientata a ovest) che
rappresentano le virtù umane, è ispirata al lavoro che Antonio
Averlino detto il Filarete aveva progettato per Francesco Sforza e
chiamato “la Sforzinda” (poi ripreso anche da Walt Disney nella
sua celebre città incantata che ne rappresenta il marchio). Quel
progetto, mai realizzato, si è qui concretizzato nella “Buzzinda”,
come la chiamava Tomaso Buzzi.
“E’
una città progettata...con la prospettiva...Il primo piano è
regolare...poi quando comincia a fare i piani superiori li
falsa...perchè per il Filarete la città era dispiegata sia
interiormente che esteriormente...rappresentava anche l’umano...”
La
nave è in movimento, perché non è dritta, fa notare Marco, ma la
sua asse è leggermente inclinata, in direzione del mostro e del
labirinto. Ci sembra, allora, che la chiave simbolica stia tutta nel
movimento. L’acqua, o il mercurio fluido, che favorisce il
trasporto dell’anima o della mente elevata che, una volta
risvegliato il terzo occhio, può andare “al di là”, verso Sud,
verso una dimensione diversa. Non possiamo non notare la somiglianza
con il lago o mercurio filosofale di Maat (concetto egizio
antichissimo che simboleggia il giudizio, l’equilibrio, la misura,
ecc), sopra il quale la barca solare di Osiride viaggia. E, a
conferma di questo, notiamo come sulle mura esterne dell’Opera si
ripete il simbolo del Sole. Chiediamo a Marco una spiegazione:
“L’Opera
è solare, lui [Buzzi]
segue il discorso solare...Ci sono dei momenti dell’anno dove il
Sole colpisce determinate cose e le enfatizza...Poi ci sono i famosi
passaggi, cioè il crepuscolo e l’alba...sono i più interessanti,
quegli attimi che durano niente e in cui però l’Opera vibra...”