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ANNO XVI


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12.09.2019
"The Giant of Kandahar", statistiche
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La Commissione



INDAGINI/In Italia

La Scarzuola, ovvero la Macchina Alchemica di Buzzi

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Diego Antolini
Avevamo sempre sentito parlare della Scarzuola come di un luogo mistico, esoterico, carico di simboli e suggestioni che spaziano dall'astrologia all’alchimia, dall’architettura visionaria alla spiritualità. Dalle foto disponibili su Internet e dalle notizie lette ci siamo fatti l’idea che si trattasse di una costruzione che raccoglieva una grande quantità di significati, molti dei quali ancora da decifrare.

Non si può parlare della Scarzuola oggi senza nominare Marco Solari, un personaggio che dal 1981 risiede all’interno della proprietà e guida decine e decine di persone ogni settimana alla scoperta dell’Opera di Tomaso Buzzi, suo zio. Marco viene visto da molti come un uomo scontroso, controverso, enigmatico o, semplicemente, arrogante, ma certamente dopo averlo ascoltato, si fissa nelle memorie delle persone a livelli sempre diversi.

La sensazione che abbiamo avuto sin dall’inizio della nostra ricerca documentale era che la Scarzuola celasse ancora dei segreti non rivelati, qualcosa di indefinito e sottile che solo l’Alchimia è in grado di manifestare nella nostra realtà. E, allo stesso modo, siamo partiti dall’assunto che le voci su Marco Solari erano basate prevalentemente sull’apparenza, mentre a noi interessava individuare l’Omphalos, l’essenza ultima di quel luogo, già trovato e considerato sacro da un grande mistico qual era Francesco d’Assisi.
Ci sono voluti circa due mesi per preparare l’incontro, mesi durante i quali Marco Solari è stato sempre molto disponibile e cortese. Alla fine abbiamo concordato una data, naturalmente in un orario dove avremmo potuto visitare la Scarzuola da soli e parlare con Marco in tutta tranquillità. Abbiamo chiesto e ottenuto di poter arrivare nel tardo pomeriggio, così da poter osservare alcune dinamiche durante il tramonto, intuizione che poi, nelle parole di Marco, ci sarebbe stata confermata come un elemento molto importante.

Siamo stati accolti all’ingresso della proprietà in uno spazio erboso circondato da mura dove sono dipinte delle scene dei vangeli. Alla fine del cortile vi è la chiesa della Scarzula, altro luogo carico di spiritualità, che però in questa occasione non abbiamo visitato. Marco ci ha trattenuti nel cortile per una buona mezz’ora, parlandoci di energie, della sua visione della Matrice-Sistema e dell’ “isolamento” psichico che protegge la Scarzuola dalle influenze esterne.

Sapevamo che la visita non sarebbe avvenuta solo a un livello fisico e materiale, ma sarebbe stato un percorso iniziatico alla scoperta dei segreti della Scarzuola. Questo ci si è rivelato immediatamente nelle parole e nel modo in cui Marco ci ha condotto ad ammirare l’Opera di Buzzi. L’anticamera nel cortile è servita a tutti noi per “sintonizzare” le energie sulle giuste frequenze. La sensazione che abbiamo avuto è stata che fino a quando non lo avremmo fatto, non avremmo potuto accedere al livello successivo. Questo si è rivelato essere il giardino. E’ il luogo dove Francesco d’Assisi scoprì le fonti d’acqua, è il luogo del silenzio e della contemplazione. E’ il luogo dove, molti affermano, appare Veronica, una presenza della quale parleremo in un prossimo articolo. Il dialogo con Marco nel giardino è stato illuminante per capire le connessioni con il Parco dei Mostri di Bomarzo. Abbiamo immediatamente notato le similitudini. Marco ci osserva da dietro gli occhiali da sole e ci dice:

C’è un collegamento in quanto tutti e due [giardino della Scarzuola e Parco di Bomarzo] hanno espresso un loro stato interiore e tutti e due hanno un filone...che seguono che è l’Hypnerotomachia Poliphili. Qui c’è più perché lui [Buzzi] era veramente ossessionato da quel libro. Lui [Orsini] invece era un capitano di ventura...è stato anche all’estero...quindi risente dei discorsi dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata. Qui non ci sono, perché l’architetto è più una situazione di visioni di luoghi...

Ma come è stato coinvolto Marco Solari in questo difficile compito di “custode”? Egli ci dice di avere una caratteristica che lo accompagna sin da quando era bambino, cioè quella di non essere mai stato definito da nessuno. Sia nel nome, che gli veniva spesso storpiato, che nei lineamenti e nelle appartenenze familiari, Marco veniva visto come parte integrante e naturale del contesto in cui si trovava. Una capacità camaleontica che a lui ha sempre divertito.
Lo incalziamo, gli chiediamo come lui vede se stesso. Dopo un minuto di silenzio, afferma che la sua forza è l’intuizione, un dono che ha sempre avuto e che gli ha permesso di “salvare” l’Opera di Buzzi contro il parere di tutti i familiari, che l’avrebbero voluta distrutta per costruire un albergo.

Siamo negli anni ‘80, sono gli anni che noi [l’Italia] decadiamo, dove la nostra dimensione, quella creativa degli anni ‘70, vacilla e comincia ad uniformarsi...

La-Scarzuola-ovvero-la-Macchina-Alchemica-di-Buzzi
La-Scarzuola-ovvero-la-Macchina-Alchemica-di-Buzzi

Egli invece aveva intuito o forse, sin dall’inizio, era riuscito ad entrare in sintonia con essa, che l’Opera doveva essere preservata per una ragione molto particolare. All’intuizione è seguita un’azione pratica, quella della preservazione degli elementi. Quindi sono seguiti anni di duro lavoro per bloccare i crolli.

Finalmente veniamo guidati, attraverso un viottolo coperto da bassi tralicci coperti di vegetazione, all’anfiteatro, che è il primo elemento dell’Opera su cui posiamo lo sguardo.

Ufficialmente la Scarzuola fu ideata dall'Architetto Tomaso Buzzi, che aveva iniziato a concepirne l’idea sin dal 1921, ma che trovò la zona adatta solo nel 1957. Avendo acquistato il terreno, l’anno dopo Buzzi cominciò a sviluppare l’Opera, partendo dal concetto di “sogno non realizzato”. La Scarzuola è, nella sua definizione più cruda, “la pietrificazione dei sogni” o, come interpretiamo noi queste parole, la materializzazione di una serie di visioni. Certo è che Buzzi non era sicuro di riuscire a realizzare il suo progetto, specialmente quando la sua priorità era la carriera. Solo in seguito, lasciandosi alle spalle ambizioni e desideri materiali, potè focalizzarsi su se stesso per iniziare la costruzione. Molta della sua determinazione è il prodotto degli ostacoli che Buzzi ha avuto nel corso della sua vita, soprattutto nel secondo ventennio fascista. Quando il regime ha cominciato ad allargarsi a tutti i livelli della società e a raggiungere le università, l’architetto si è sentito privato della libertà ed è entrato in uno stato di profonda sofferenza.

Lui diceva ‘tutto è memoria’. Però la cosa nuova è come io le metto insieme, quello che crei oggi. Se vuoi creare qualcosa devi andare nel passato, però io li metto in una scatoletta...

Attingere dal passato per ricreare qualcosa in un contesto moderno, usando le percezioni e le tecnologie riconoscibili da tutti, questo pensiamo intenda Marco con le sue parole ficcanti e ironiche. Buzzi lo ha fatto usando però il concetto della prospettiva alterata, della falsa simmetria e del simbolismo esoterico.

Cerchiamo di vedere questo suo tentativo di rompere schemi prefissati partendo dall’asimmetria della prospettiva: abbiamo davanti a noi un anfiteatro che ha due terrazze circolari sulle quali sono disegnate la luna (sinistra) e il sole (destra). L’anfiteatro è chiuso sul lato opposto da una costruzione che rappresenta, nella concezione di Buzzi, una nave posta di fianco. Al centro della fiancata vi è un occhio e due orecchie. L’occhio, il cui sopracciglio è un’ala, è il simbolo di Buzzi, che starebbe a significare il grado di evoluzione dell’uomo che, giunto ad uno stadio di piena consapevolezza, osserva e ascolta, ma non parla. Nella nostra lettura di questo simbolo aggiungiamo che l’Occhio che Tutto Vede non è altro che il terzo occhio aperto sulle realtà multidimensionali dell’Universo.

Dalle orecchie partono due file di scale che conducono sul “pontile” della nave, decorata con un labirinto di linee che ricordano i moderni chip o transistor. Nelle interlinee vi sono gli strumenti musicali più disparati: la lira, il flauto di Pan, la trombetta, il violone. La musica, ci spiega Marco, è una componente fondamentale dell’Opera di Buzzi.

...La musica per Buzzi era fondamentale. Ogni tufo messo in una certa maniera crea frequenza. La pietra da' una frequenza, questa un'altra. Ognuno percepisce una cosa diversa...

L’architetto infatti, nello scegliere il luogo, sapeva dell’esistenza dell’acqua sotterranea e conosceva le proprietà del tufo, che si disgrega a poco a poco sotto l’effetto combinato degli elementi: aria (vento), fuoco (sole), acqua e terra (muschio). Il lavoro di questi elementi sulla roccia produce delle frequenze sottili, una musica inaudibile ai più, ma che per un’alchimista è una fase imprescindibile, quella dei principi cabalistici della disgregazione (Yesod) del regno materiale (Malkuth).

Dal pontile, guardando alle nostre spalle, possiamo vedere che tra le due torri d’ingresso è acquattata una bestia cornuta dalle fauci spalancate. Una figura demoniaca posta esattamente davanti all’occhio alato. Tra i due simboli vi è l’arena dell’anfiteatro, dove nell’antichità si recitava la vita nelle sue tre componenti principali: la commedia, la tragedia e la satira. Il mostro è inteso come la selva oscura di Dante, i mostri, o la rappresentazione delle paure incontrollate che l’uomo si porta dentro.

Marco ci spiega che vivere alla Scarzuola “significa avere i piedi bene ancorati per terra”. Il suo ruolo di “custode” non si limita alla manutenzione della proprietà, ma tocca l’essenza stessa dell’Opera, visto che è stato proprio egli stesso ad aver dovuto realizzare parte degli elementi che Buzzi aveva solo lasciato in forma di disegni e appunti:

...Nello stesso tempo deve essere tutto annullato dalla pazzia. Non è una missione, è troppo pesante, ma il teatro è ironia. Infatti lui [Buzzi] fa tre giochi insieme. Nel teatro ci sono tre tipi di scenografie: una per la commedia, ed è data dalla città contemporanea. Una per la tragedia e alla città contemporanea si aggiungono gli edifici antichi. E una è la satira che ha la natura...

La-Scarzuola-ovvero-la-Macchina-Alchemica-di-Buzzi
La-Scarzuola-ovvero-la-Macchina-Alchemica-di-Buzzi

Questo perché nel teatro della vita sono necessari tutti e tre gli aspetti, e vanno equilibrati. La maggior parte della gente oggi tende ad aggrapparsi agli estremi tra commedia e tragedia, ma non aggiunge la satira che invece, afferma Marco, “è la parte centrale del Tau”.

Questo intreccio di situazioni è magistralmente simboleggiato dal labirinto di erbetta che compone il piano dell’anfiteatro. Il labirinto è la prova più difficile che si ha sul piano della vita. Carichi come siamo di “mostri” (ansie e paure), nel labirinto dobbiamo trovare la strada per conoscerle e controllarle. Solo allora si troverà una via d’uscita e, infine, il terzo occhio, quello “alato”, si risveglierà.

Al centro del piano c’e’ un piccolo obelisco, lo “Zed” che potrebbe catalizzare, ma è una nostra opinione, le energie celesti e quelle terrene nel punto nevralgico dell’Opera, a metà tra le forze ctonie (rappresentate dalla bestia all’ingresso) e quelle uraniche (l’occhio alato), cioè dove si gioca la partita dell’esistenza, sul piano della nostra realtà materiale.
E’ lì che Marco ci fa notare un suono, impercettibile, che pervade l’intera struttura:

Vedete che il tufo si sgretola e ritorna terra? Lui [Buzzi] voleva il lavorio del tufo, il lavorio del muschio che mangiava il tufo e del gelo che disgregava e che era musica. Faceva parte della musica che noi non percepiamo. Lo sgretolamento è musica, lui diceva. Sempre per il Solve et Coagula...

Quindi Tomaso Buzzi avrebbe voluto che la sua Opera, nata dalla terra, tornasse alla terra, come un Golem la cui iscrizione magica viene cancellata? Sono state queste parole di Marco il primo indizio che ci ha fatto riflettere sulla reale funzione di questo complesso architettonico. La nostra guida aggiunge che egli stesso si occupa di mantenere l’equilibrio tra le due forze,

...perche’ devi lasciare che la natura prenda possesso, ma nello stesso tempo devi non far totalmente che si sciolga, devi consolidare. Il muschio lo tolgo poco perche’ deve sentirsi questa musica...

Quindi tutta la simmetria degli elementi e il loro equilibrio è in molti casi apparente. Infatti le proporzioni sono falsate, tra nanismo e gigantismo, e ciò che troviamo a destra non è esattamente identico a quello che c’è a sinistra. E’ un paradosso? No, perché Buzzi intendeva uscire dagli schemi predeterminati che lo avevano soffocato in vita; intendeva uscire, come ripete Marco più volte nel corso della giornata, “dalla Matrix”. Eppure, in una visione globale dell’Opera, non possiamo che apprezzare la bellezza e l’armonia delle forme, delle posizioni, degli angoli e delle strutture. Ci rendiamo conto di essere di fronte ad un altissimo livello di architettura esoterica.
Ci chiediamo se Tomaso Buzzi fosse in realtà un alchimista mascherato da architetto. Marco ci spiega che la magia faceva parte della formazione di suo zio, ce l’aveva dentro e l’ha utilizzata per creare un sistema di “conservazione della memoria” sui modelli di Giulio Camillo Delminio, del quale oggi si parla pochissimo. L’Opera di Buzzi è un enorme archivio mnemonico che può essere letto a vari livelli a seconda del grado di maturità cognitiva e sottile che si possiede:

...ecco perché c’è l’infinito, perché [l’Opera] è eterna, quindi passato, presente e futuro li ha messi tutti insieme. Perchè [Buzzi] aveva la visione dall’alto, ecco l’occhio e l’ala, lui aveva visto tutto...

Dal “pontile” della nave ammiriamo forse la parte che più incarna l’ “archivio della memoria” di Tomaso Buzzi, la sua città ideale: una costruzione surrealista poggiata sulla nave di Caligola che, a sua volta, galleggia sul lago di Nemi. La città è una trasposizione in prospettiva dei vizi e delle virtù umane. La base, in scala naturale, è una serie di celle e prigioni scure, mentre man mano che ci si eleva, in alto le proporzioni di allontanano, vengono ridotte in scala, in una visione paradossale che rappresenta le contraddizioni dell’uomo, che cerca le virtù avendone una prospettiva falsata, mentre cade nei vizi senza conoscerne l’essenza venefica. Così in alto osserviamo il Partenone, il Colosseo (“Buzzi aveva la casa a Roma che si affacciava su di esso”), la torre dei Gonzaga (“li amava”) e poi la torre dei venti, la piramide, l’arco di trionfo, gli obelischi:

La piazza è un ottagono. L’ottagono è una tartaruga, la piazza ricorda la città ideale a Urbino. Poi lui [Buzzi] rifà lo stesso gioco di prima. Se di qua ci sono i templi, ci devono essere anche di là, ma li fa disuguali. Sempre per il due...l’unione è in armonia. Lui crea un’opera nell’unità...

Quando Marco Solari si è trovato di fronte al compito di continuare l’Opera di Buzzi, ha dovuto fare i conti non solo con le difficoltà materiali ma, soprattutto, con l’enorme lavoro interiore di “ascoltare” e capire il significato di ogni singola pietra. L’intuizione principale è stata quella di “azione immediata”: azionare, anche sbagliando, per poi correggersi in movimento. Lo stallo è la cosa più tremenda perché è quello che vuole il sistema, “la Matrix”. Questo è il secondo indizio che ci ha guidato alla comprensione dell’Opera.
La “Città Ideale”, o meglio, il gruppo degli elementi posti sulla poppa della nave (orientata a ovest) che rappresentano le virtù umane, è ispirata al lavoro che Antonio Averlino detto il Filarete aveva progettato per Francesco Sforza e chiamato “la Sforzinda” (poi ripreso anche da Walt Disney nella sua celebre città incantata che ne rappresenta il marchio). Quel progetto, mai realizzato, si è qui concretizzato nella “Buzzinda”, come la chiamava Tomaso Buzzi.

E’ una città progettata...con la prospettiva...Il primo piano è regolare...poi quando comincia a fare i piani superiori li falsa...perchè per il Filarete la città era dispiegata sia interiormente che esteriormente...rappresentava anche l’umano...

La nave è in movimento, perché non è dritta, fa notare Marco, ma la sua asse è leggermente inclinata, in direzione del mostro e del labirinto. Ci sembra, allora, che la chiave simbolica stia tutta nel movimento. L’acqua, o il mercurio fluido, che favorisce il trasporto dell’anima o della mente elevata che, una volta risvegliato il terzo occhio, può andare “al di là”, verso Sud, verso una dimensione diversa. Non possiamo non notare la somiglianza con il lago o mercurio filosofale di Maat (concetto egizio antichissimo che simboleggia il giudizio, l’equilibrio, la misura, ecc), sopra il quale la barca solare di Osiride viaggia. E, a conferma di questo, notiamo come sulle mura esterne dell’Opera si ripete il simbolo del Sole. Chiediamo a Marco una spiegazione:

L’Opera è solare, lui [Buzzi] segue il discorso solare...Ci sono dei momenti dell’anno dove il Sole colpisce determinate cose e le enfatizza...Poi ci sono i famosi passaggi, cioè il crepuscolo e l’alba...sono i più interessanti, quegli attimi che durano niente e in cui però l’Opera vibra...


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Possibile che l’Opera di Tomaso Buzzi sia dedicata ai Misteri di Osiride? In chiave alchemica sicuramente si, anche se “mascherata” dall’iconografia occidentale. La stanza delle nove muse, ad esempio, potrebbe rappresentare l’Enneade di Eliopoli. La donna gigantesca che ammiriamo appena usciti dal labirinto potrebbe essere Iside e l’energia femminile, che protegge il suo utero (stanza circolare dietro di lei) inseminato da Osiride (albero spoglio e secolare presente al centro della stanza è simbolo fallico e obelisco naturale).

Nel nostro viaggio “al di là” del labirinto troviamo, oltre alla Grande Madre e al suo Sancta Sanctorum, il lago alchemico e, in basso, la Via Alchemica della Magia Bianca, Rossa e Nera. Ma la guardiamo solo dall’alto, perché il crepuscolo si avvicina e vogliamo entrare nel ventre della nave, dove Marco non permette ancora l’ingresso al pubblico. Lì ci viene mostrata la stanza di Diana, con una pozza d’acqua a mezzaluna (e siamo dietro all’Occhio Alato) e l’energia che avvertiamo si intensifica. La sensazione di incompiuto, di attesa qui è più intensa. Chiediamo a Marco se l’Opera sia davvero completa. Lui risponde:

...so che fra un anno devo tornare perché mi chiamano qua. Mi stanno chiamando. Mi sta chiamando l’Opera...sento che devo venire qui a fare dell’altro, ma non so che cosa...perchè io devo capire bene i meccanismi qui dentro. C’è la Via Secca, mentre questa è la Via Umida...perchè la nave è dentro l’acqua...

Azzardiamo, a questo punto, quello che durante tutta la visita è cresciuto da germe dell’intuizione ad una rivelazione. L’Opera di Buzzi è un entità viva, una macchina alchemica organica che deve però essere attivata, come lo sono molti altri luoghi come la piramide di Giza in Egitto o il tempio di Angkor Wat in Cambogia (da noi personalmente visitato), Stonehenge, Baalbek, Tiahuanaco, ecc. Avvertiamo la stessa vibrazione elettrostatica, lo stesso campo di forze che non proviene direttamente dall’Opera ma dall’area, dalla stessa terra.

La Scarzuola, come individuata da Francesco d’Assisi, è certamente uno dei luoghi del pianeta dove è presente un’intersezione delle linee di energia cosmiche, o Ley Lines. Tomaso Buzzi doveva saperlo quando ha scelto di acquistare il terreno per materializzare la propria visione.

Quali sono i benefici nella visita a questa incredibile combinazione tra ingegno umano e visione sottile? “Essere se stessi” è, secondo Marco Solari, il messaggio ultimo della Scarzuola. E, aggiungiamo noi, una possibilità unica di comprendere i propri mostri interiori per uscire dal labirinto della realtà attuale, per guardare “oltre”, per navigare verso i misteri dell’Infinito.

31/01/2019 00:43:39

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