Il primo principio della sua dottrina era l'estrazione della
quintessenza, o mercurio filosofico, da ogni corpo materiale. Paracelso
credeva che se la quintessenza fosse stata raccolta da ogni animale,
pianta e minerale, il risultato ottenuto sarebbe stato lo spirito
universale o “corpo astrale” nell'uomo, e che un sorso dell'estratto
potesse restituire la giovinezza. Alla fine egli giunse alla conclusione
che i “corpi astrali” esercitavano una reciproca influenza l'uno
sull'altro, e dichiarò che lui stesso aveva comunicato con i morti e con
i vivi, con questi ultimi anche a distanza considerevole.
Paracelso
fu il primo a porre in essere il collegamento tra l'influenza astrale e
quella dei magneti, usando la parola “magnetismo” con la sua
applicazione moderna. Fu grazie a questo fondamento che Mesmer costruì
poi la sua teoria dell'influenza magnetica.
Sebbene immerso in tali
studi esoterici, Paracelso non trascurò la pratica della medicina.
Infatti sia l'astrologia che il magnetismo divennero parte integrante
dei suoi trattamenti. Quando veniva chiamato da un paziente, il suo
primo atto era quello di consultare i pianeti, l'origine della malattia e
se, ad esempio, il malato era una donna, egli dava per scontato che la
causa del male risiedesse nella luna. La sua anticipazione della
filosofia di Cartesio era nella teoria che armonizzando i vari elementi
del corpo umano con quelli della natura – fuoco, terra, acqua, aria,
luce – vecchiaia e morte potevano essere ritardati indefinitamente. Il
suo esperimento nell'estrazione dell'essenza dei papaveri risultò nella
produzione del laudano, che Paracelso usava prescrivere liberamente
nella forma di “tre pillole nere”. Non a caso egli è oggi celebrato come
il primo medico ad avere usato oppio e mercurio, oltre ad aver
riconosciuto il valore dello zolfo.
Un altro grande problema
tutt'oggi dibattuto dalla scienza moderna, e che Paracelso studiò
estensivamente, è quello della possibilità di ottenere la vita dalla
materia inorganica. Secondo l'alchimista questo è possibile; egli lasciò
ai posteri una dettagliata ricetta per la creazione dell'Homunculus o
uomo artificiale: trattando in modo particolare certe sostanze
“spagiriche” - che, opportunamente a nostro avviso, non sono state mai
specificate – Paracelso dichiarò di poter riprodurre un bambino umano in
miniatura. Speculazioni di questo tipo, in un tempo dove praticamente
ogni medico o studioso era solito imporre le proprie teorie sul popolo
ignorante, potevano essere viste come strategie “di forma” più che di
sostanza. Tuttavia nel corso della sua vita Paracelso mostrò una
peculiare uniformità di obiettivi e un desiderio reale di penetrare i
misteri della natura, anche se spesso li mascherava sotto un
atteggiamento arrogante e vanaglorioso.
Abbiamo usato il termine
“opportunamente” in precedenza, giustificato dal fatto che Paracelso
stesso era consapevole di possedere una conoscenza illuminata,
superiore, che non poteva e non doveva essere concessa a tutti. Per
questo motivo egli, nel pubblicare i nove volumi della sua filosofia
sotto il nome di Archidoxa Medicina, rivelò di averne pensati dieci ma
l'ultimo – che doveva contenere la chiave di lettura per i primi nove –
lo avrebbe pubblicato solo a certe condizioni:
“...[il decimo volume]
è un tesoro che gli uomini non meritano di possedere, e che potrà
essere dato al mondo solo quando Aristotele, Avicenna e Galeno saranno
ripudiati, e verrà giurata sottomissione totale a Paracelso...”
Naturalmente
il mondo non ottemperò al comando di Paracelso e così, sotto la
pressione dei suoi studenti, egli alla fine pubblicò il decimo volume
dell'Archidoxa con il titolo “La Chiave o il decimo libro dell'Archidoxa
preso da un antico manoscritto tedesco”, ma rendendolo ancora più
ermetico degli altri, così che il suo utilizzo come “chiave” sarebbe
stato possibile solo agli iniziati.
Ancora sulla quintessenza, tema
principale nell'Opera di Paracelso, occorre aggiungere che egli
dichiarava che ogni corpo era composto di quattro elementi, e che la
combinazione di questi dava origine a un quinto elemento o anima dei
corpi mescolati: in gergo alchemico, il suo “mercurio”. Ma non il
mercurio chimico quanto, piuttosto, il Mercurio Filosofale.
Scrive Paracelso:
“...Vi
sono tanti mercuri quante sono le cose esistenti. Il mercurio di un
vegetale, di un minerale o di un animale della stessa specie, anche se
si assomigliano, non sono precisamente identici ed è per questa ragione
che minerali, animale e vegetali della stessa specie non sono mai
uguali...il vero mercurio filosofale è l'umidità radicale di ogni corpo,
e la sua autentica essenza...”
A un certo punto della sua
ricerca, Paracelso decise di esplorare il mondo vegetale per trovare la
pianta che poteva essere paragonata all'oro nel regno dei metalli – una
pianta il cui “elemento predestinato” doveva unire in se stesso le virtù
dell'essenza di tutti gli altri vegetali. Sebbene difficilissimo da
individuare, egli riconobbe con una sola occhiata (ma non si sa in quale
maniera) la supremazia della Melissa su tutte le altre piante,
circondandola di quella corona farmaceutica che più tardi i Carmelitani
avrebbero consacrato.
Dalla Melissa Paracelso non tirò fuori, ma
imparò ad estrarre l' “elemento predestinato” delle piante, la “vita
prima” che, secondo il quinto libro dell'Archidoxa, combinata con altri
elementi poteva riparare e rigenerare qualsiasi cellula vivente. Molto
tuttavia dipendeva dalla relazione che esisteva tra il carattere della
pianta e quello dell'individuo che chiedeva di essere ringionvanito.
Il
fatto che egli si concentrò sulle piante parrebbe deviare dalla
preminenza che gli alchimisti hanno sempre conferito ai metalli
(rispetto a tutti gli altri elementi del mondo naturale) per la
realizzazione della Grande Opera: ma per Paracelso sembrava facilissimo
estrarre la “vita prima” dalla luna, dal sole, da Marte o da Saturno,
cioè dall'argento, oro, ferro o piombo, così come dal bitume, dallo
zolfo e persino dagli animali.
Quindi la sua ricetta per il
completamento dell'Opera doveva muovere dal regno più complesso,
variegato ed enigmatico in assoluto, quello delle piante. Poco importava
se le sue idee erano in apparente contrasto con quelle dei suoi
colleghi alchimisti: non nei fiori dell'Antimonio ma nel suo mercurio
risiederebbe l'arcanum, egli scrisse.
Della triade ermetica discussa
in questo studio Paracelso rappresenta certamente la fase finale di un
percorso che gli assegna la Sefira Atziluth, o dell' “emanazione” così
come Cagliostro e il Conte di Saint Germain rappresentavano Yetzirah o
“formazione” e Briah o “creazione” anche se non possiamo dimenticare il
genio di Fulcanelli che sarà discusso in seguito.
Che Paracelso sia
riuscito o meno a trovare la formula dell' Elisir di lunga vita, di
quello della giovinezza e persino della Pietra Filosofale è tutt'ora
oggetto di dibattito tra alchimisti ed esoterici. Certo è che il suo
studio del mondo naturale ha dimostrato come, per comprenderne i segreti
più nascosti non ci si possa “fissare” su una sola categoria, ma che è
attraverso l'ineffabile ritmo della natura stessa che si rivelano,
quando l'occhio è vigile, gli infiniti sentieri della conoscenza
ermetica.