La Sindrome della Luna d'Argento II

Licantropia II

TEORIE

Nel periodo che va dal XV al XVII secolo l'Europa fu investita da vere e proprie epidemie di licantropia, in particolare nelle regioni della Francia e della Germania, in concomitanza con l'incrementarsi della caccia alle Streghe.

Muovendo dalla certezza dell'appartenenza dei Lupi Mannari al Diavolo e alle sue schiere, il dubbio era se si trattava di metamorfosi effettiva o soltanto illusoria; si tracciò quindi un'eziologia (studio delle cause), una diagnostica e una profilassi (studio dei rimedi) dell'infezione licantropica.
Si può divenire Lupi Mannari per diversi motivi:
-Per una maledizione, scagliata direttamente da Dio, o per mezzo di un santo, come punizione per atti particolarmente crudeli. Il modello originario rimane la leggenda di Licaone.
-Diviene licantropo anche chi nasce la Notte di Natale (o in altre festività importanti: Capodanno, Epifania, Pasqua) in quanto la nascita in un tempo sacro appare un atto di profanazione.
-Dormire a volto scoperto sotto la luna piena, secondo molte tradizioni popolari, espone al rischio del licantropismo.
-Si può diventare Lupi Mannari anche incidentalmente, ad esempio venendo infettati dall' acqua licantropica, che si raccoglie nelle orme lasciate da un Lupo Mannaro.
L'idea della trasmissione della licantropia mediante il morso di un Uomo-Lupo è invece derivata esclusivamente dal cinema, mutuata quasi certamente dalle modalità di trasmissione dell'infezione vampirica.

Jack Nicholson ha interpretato magistralmente il ruolo del Lupo Mannaro

-La causa più importante della licantropia rimane comunque la natura diabolico-stregonesca: si diventa Lupi Mannari per intervento diretto del Diavolo, oppure si stringe un patto con esso che, in cambio dell'anima, consegna una veste o una cintura di pelle di lupo. Se indossati, questi strumenti permettono la trasformazione.
Grazie a filtri e unguenti speciali, Streghe e Stregoni potevano mutare se stessi e gli altri in lupi; spesso si servivano dei licantropi come cavalcature per recarsi al Sabba. In tal caso li montavano al contrario, con la faccia rivolta verso la coda.
La persona affetta da licantropia si può riconoscere da una serie di tratti caratteristici: corpo eccezionalmente peloso, occhi iniettati di sangue, dentatura allungata e possente, temperamento irascibile, portato all'aggressività.

Vi sarebbero delle differenze sostanziali sotto diversi punti di vista tra le tre categorie fenomenologiche di Lupo Mannaro, Licantropo e Uomo-Lupo:

Il Lupo Mannaro è tecnicamente un uomo che nelle notti di plenilunio si trasforma fisicamente in un grosso animale feroce e compie delitti sanguinari per soddisfare la propria fame. Generalmente al momento del ripristino delle sembianze umane il soggetto mantiene solo un vago ricordo dei delitti notturni; il lupo mannaro teme la luce e non sale mai i gradini di una scala; raramente può essere guarito da frustate date con sottili verghe di frassino, seguite da medicazioni bollenti a base di zolfo, olio di ricino, aceto e pece. Può essere ucciso soltanto con oggetti e proiettili d'argento.

I Licantropi sono uomini che restano uomini. La licantropia è una patologia mentale senza ripercussioni somatiche; può considerarsi licantropo un soggetto affetto da una forma di isterismo che lo induce a credersi trasformato in lupo o posseduto dallo spirito dell'animale. E' follia pura, il soggetto è molto aggressivo, può essere danneggiato dalla luce solare, è solitario e affetto da frequenti crisi maniaco-depressive.

Gli Uomini-Lupo sono invece bambini che vengono allevati da un branco di lupi e che poi diventano comportamentalmente dei lupi. Sono stati conosciuti e fotografati decine di casi di questo tipo, nella regione dell' Uttar Pradesh in India del Nord e in Francia. Uno dei casi più famosi risale all'estate 1798, e fu oggetto di una attenta indagine scientifica. Il bambino venne trovato nella foresta del Tarn, un dipartimento situato nella zona meridionale del Massiccio Centrale; catturato una prima volta, riuscì a fuggire per poi tornare spontaneamente il 9 gennaio del 1800 in un villaggio nel vicino dipartimento dell’Aveyron.

Uno dei volumi più recenti sui bambini allevati da animali

Questo caso fu accuratamente descritto dal medico Jean Itard, che scrisse un resoconto dettagliato della vita di Victor (il bambino fu battezzato così per la sua particolare reattività al suono ‘O’) e di tutto quel che è accaduto dopo il ritrovamento. Victor presentava un’età apparente di circa 11-12 anni, ma non era ancora riuscito ad elaborare una specifica identità sessuale, né un linguaggio articolato, che non fosse quello dei richiami adoperati dai lupi, né una qualche forma di autonomia che potesse rievocare l’identità e le connotazioni di una persona. Nonostante gli anni trascorsi insieme, agli inizi Itard non riuscì ad insegnare a Victor a integrarsi pienamente nella società e il ragazzo morì ancora giovane nel 1828.

Il soggetto non ha stazione eretta, si esprime come un lupo, ha le mani rattrappite, le unghie lunghe, le ginocchia callose, i capelli lunghissimi e la barba incolta; il suo corpo è sporco e cosparso di cicatrici, lo sguardo ferino, l'atteggiamento diffidente. Anche lui ulula, ma non si trasforma.

Al di là della distinzione fenomenologica si possono individuare delle tipologie standard riguardo alla trasformazione, tipologie che in via generale abbracciano tutto il campo della licantropia.
Le categorie di riferimento sono essenzialmente tre:

La trasformazione fisica sembra essere in realtà la meno accertata, visto che nei secoli sono rarissimi i casi di testimonianza diretta della mutazione dell'uomo in lupo. In ogni caso, tale trasformazione consiste nella 'ristrutturazione' molecolare del corpo, più o meno completa, in molti casi dolorosa e non sempre reversibile. La mente del soggetto rimane umana, anche se tutti i parametri fisiologici vengono alterati, con la logica conseguenza dell'aumento del lato istintivo della personalità, che rende difficile un controllo razionale dei propri comportamenti. In passato era credenza comune che questa trasformazione avvenisse attraverso un rituale magico, e con l'ausilio di una cintura in pelle di lupo (che però concretamente non è mai stata trovata).

La trasformazione mentale è oggetto di studio anche in campo medico e scientifico, visto il collegamento con una patologia riconosciuta e rigorosamente catalogata. Ben più difficile sono le sfumature di tale trasformazione. A quella prettamente Mentale (dove il soggetto perde ogni collegamento con la sua natura umana, presenta vuoti di memoria e si comporta in tutto e per tutto come un animale) si affiancano quelle Onirica, dell'Aura e della Personalità Multipla. La prima metamorfosi avviene in sogno, e può provocare alterazioni della pressione del sangue; la seconda è più 'energetica': è caratterizzata da un'alterazione delle percezioni e da un innalzamento della temperatura corporea; l'ultima è molto simile alla schizofrenia. In questo caso però il soggetto può essere in grado di controllare le varie personalità, e utilizzarle volta per volta per i suoi scopi.

La trasformazione sensoriale si divide a sua volta in cinque sottogruppi: la trasformazione Astrale, che appunto avviene su un altro piano dimensionale, ma resta collegata al corpo del soggetto attraverso trance, o visioni; la trasformazione Spirituale, mediante la quale lo spirito del soggetto entra in quello dell'animale; la trasformazione Bilocata, dove, in trance, la coscienza del soggetto materializza a distanza il corpo di un lupo perfettamente reale, in grado di nuocere. Il corpo del soggetto diviene rigido e freddo, perdendo fino alla metà del peso corporeo. Le ferite che dovessero essere inferte al lupo 'bilocato' si trasmetterebbero immediatamente al 'bilocante'; La trasformazione per Possessione, dove è lo spirito del lupo che prende possesso del corpo del soggetto, controllandolo e annullandone la componente umana; infine, la trasformazione Sensoriale vera e propria, in cui il soggetto riceve e scambia le informazioni sensoriali dell'animale con cui è collegato. Ne può percepire anche i pensieri, ma non può controllarne le azioni. In questo caso è una lotta tra coscienze, e prevarrà la più forte, mentre l'altra sarà annullata.

Le difese contro la licantropia sono scarse. Il Lupo Mannaro sopporta (come i Berserker) le ferite più atroci, e la sua incredibile forza e agilità ne rendono difficile la cattura.
Si credeva nel potere dell'argento contro i licantropi, per cui impiegavano per ucciderlo lame o pallottole argentee benedette da un prete.

Colpirlo in fronte con un forcone, infine, può costringerlo a riprendere l'aspetto umano, e se ci si impossessa della veste stregata e la si brucia, si impediranno successive trasformazioni.

DOCUMENTI STORICI

"...Credesti tu, come taluni sogliono, che certe femmine volgarmente chiamate Parche esistano e siano capaci di fare ciò che loro si attribuisce: e cioè che possano predestinare un uomo alla nascita, acciò che questi, quando vuole, possa trasformarsi in lupo -- che in tedesco vien detto werewulf -- o in qualsiasi altra figura? Se ciò credesti, credendo che sia accaduto o possa accadere che ad una creatura divina sia dato di mutar forma e aspetto per opera d'altri che non Dio Onnipotente, devi per dieci giorni fare penitenza a pane e acqua..."

[Dai Decretali di Burcardo di Worms, sec. XI]

Jacques Albin Simon Collin de Plancy (1794-1881), erudito francese di inizio XIX secolo, pubblicò la sua opera più celebre a Parigi nel 1818. Il Dictionnaire Infernal è un volume di circa mille pagine contenenti documenti, biografie, informazioni riguardanti la magia, la stregoneria, l'occulto.
In esso, in relazione alla licantropia, si dice che l'opinione più diffusa sui Lupi Mannari all'epoca era che gli Stregoni potevano operare la trasformazione solo con l'aiuto del Diavolo; di tali creature de Plancy fa notare come

"...La loro esistenza è attestata da Virgilio, Petronio, Solino, Strabone, Pomponio Mela, Dionisio Afro, Varrone, e da tutti i giureconsulti e demonografi dei secoli passati...L'Imperatore Sigismondo fece discutere in sua presenza, da un conclave di sapienti, la questione dei Lupi Mannari, e fu unanimamente stabilito che la mostruosa metamorfosi era un fatto accertato e costante..."

Ovidio (43 a.C.-18 d.C ca.), nelle Metamorfosi, riprende la leggenda di Licaone (vedi par. LEGGENDE POPOLARI, LICANTROPIA I) per descrivere in versi, per la prima volta, la trasformazione di un uomo in lupo:

"...La veste in folto vello si tramuta,/ passano in gambe le protese braccia;/ lupo diventa, e ancor della perduta/ forma ritien la manifesta traccia:/ chè nella fronte, già da pria canuta,/ sta quel piglio tuttor d'ira e minaccia;/ scintillan gli occhi, e pinta è nella fiera/ sua complession de l'odio l'arma atroce..."

Statua raffigurante Ovidio (Sulmona, chiesa dell'Annunziata)

Giraldo di Cambria (1147-1223) nella sua Topographia Hibernica racconta che una notte un sacerdote, mentre era in viaggio, venne avvicinato da un lupo. L'animale parlò con voce d'uomo, pregandolo di celebrare l'Estrema Unzione per la sua compagna, prossima alla morte. Spiegò che essi appartenevano alla gente di Ossory, nell'Ulster, sulla quale pesava una maledizione lanciata da San Natalis abate: ogni sette anni due membri della comunità, un uomo e una donna, assumevano la forma di lupi e dovevano abbandonare il paese.
Il prete, pur stupito, seguì l'animale fino ad una radura che si apriva all'interno di un bosco, e vi trovò la lupa. Per dimostrare all'ecclesiastico la veridicità del suo racconto, il Lupo Mannaro abbassò con una zampa la pelliccia della compagna, che si rivelò essere una vecchia.
Il sacerdote somministrò l'Estrema Unzione, dopodichè il lupo rimise la pelliccia al suo posto.

I Bretoni danno al Lupo Mannaro il nome di Bisclavret. Spesso si tratta di una volpe che si getta sotto i cavalli dei cacciatori per terrorizzarli. Si pensava che tale animale dal comportamento insolito fosse in realtà uno Stregone trasformato in animale; era credenza comune che se una dama sconosciuta veniva ad offrire un rinfresco ai cacciatori, subito dopo l'apparizione di un Bisclavret, poteva trattarsi di una fata, e non c'era da fidarsene.

Incisione che rappresenta un Bisclavret

Edouard D'Anglemont ha consacrato al Bisclavret una delle sue poesie, mentre Marie de France, tra i suoi Lais (poemi in versi scritti intorno al 1160 in dialetto francese) dedicati a Enrico II Plantageneto, ne inserì uno incentrato sul Loup Garou, intitolato, appunto, Bisclavret. In esso si narra di un Barone che, tre volte la settimana, si allontana da casa senza dare spiegazioni. La moglie, dopo molte insistenze, riesce ad ottenere la confessione: egli è in realtà un Bisclavret, e quei tre giorni si trasforma in lupo e vaga per la foresta. La moglie, terrorizzata, cerca di scoprire un modo per allontanarsi dal Barone. Scoperto che l'uomo, quando si trasforma, si spoglia e nasconde le vesti sotto un macigno, con la complicità di un suo pretendente, un Cavaliere, ruba i vestiti del Barone e questi, non trovandoli più, non può riprendere la forma umana. Avviene così che la Dama sposa il Cavaliere, e del Barone non si hanno più notizie. Un giorno il Re, durante una battuta di caccia, cattura un lupo, in realtà Bisclavret; l'animale si mostra subito così docile che il sovrano, sorpreso, decide di portarlo a Palazzo e di farne un compagno fedele.
I giorni scorrono via tranquilli, ma una sera, durante un ricevimento organizzato dal Re in persona, Bisclavret nota la moglie traditrice assieme al Cavaliere, e incapace di controllarsi li attacca, staccando il naso della donna. Subito fermato, la bestia sarebbe stata sicuramente abbattuta, se non fosse intervenuto un vecchio cavaliere, che insinuò al Re un dubbio: che fosse per caso il Barone scomparso un anno prima?
Le minacce costrinsero la Dama e il Cavaliere suo amante a confessare, e il Re acconsentì a tentare un esperimento: Bisclavret venne condotto in una stanza con i suoi vestiti (nel frattempo recuperati) e tutti attesero fuori. Dopo un po' il Re ed alcuni suoi consiglieri aprirono la porta, e videro il Barone addormentato sul letto. Il Re, al colmo della gioia, abbracciò il suo suddito, e come punizione per la megera e il suo complice, li bandì dal regno. Questi se ne andarono, ed ebbero dei figli, tutti riconoscibilissimi da una caratteristica: molte delle femmine nacquero senza naso.

Il Kongs Skugsjo (Specchio dei Re), opera norvegese in prosa risalente al 1250, racconta che San Patrizio, sdegnato perchè una tribù di uomini lo aveva accolto con versi simili ad ululati, chiese a Dio di colpirli con una punizione esemplare.
Da quel giorno tutti i discendenti maschi del clan, in certi periodi, si trasformano in lupi. Alcuni di loro vi restano per sette anni, e poi tornano uomini per altri sette; altri, invece, si tramutano in lupi per sette anni, per poi riacquistare definitivamente la forma umana.

Pencer, nella seconda metà del Cinquecento, riferisce che in Livonia, a fine dicembre, ogni anno si trova uno strano personaggio che raduna gli Stregoni in un certo luogo, anche a forza, se qualcuno rifiuta; attraversato un fiume, tutti i componenti del gruppo si tramutano in lupi e fanno strage di uomini e greggi.

Fincel racconta di come, a Padova, venne catturato un Lupo Mannaro. Gli vennero amputate le zampe, e l'animale si trasformò subito in uomo, ma con mani e piedi mozzati.

Nel 1588 vicino Apchon sulle montagne d'Alvernia, Henry Boguet (1550-1619) narra di un gentiluomo che commissionò ad un cacciatore suo conoscente della selvaggina. Il cacciatore partì per eseguire l'incarico, ma venne assalito, in pianura, da un grosso lupo. L'uomo sparò un colpo con l'archibugio, ma fallì il bersaglio. Durante la lotta che ne seguì, il cacciatore con il suo coltello da caccia riuscì a tagliare una zampa alla bestia, che fuggì rapidamente.
Tornato dal gentiluomo, il cacciatore gli mostrò il trofeo; ma invece della zampa del lupo, i due uomini con grande stupore videro la mano di una donna, che portava al dito un anello d'oro. Il gentiluomo riconobbe in esso il gioiello di sua moglie, quindi si precipitò da lei. La trovò seduta vicino al fuoco, che nascondeva il braccio destro sotto il vestito. Il marito le mostrò la mano mozzata e la donna, messa alle strette, confessò di aver assalito il cacciatore in forma di Lupo Mannaro.
Il gentiluomo consegnò allora la moglie alle autorità, che la bruciarono sul rogo.

Daniel Sennert (1572-1637), medico, nel quinto capitolo del suo trattato Malattie Occulte, riferisce una serie di fatti da cui risulta l'abitudine di certi indiavolati di correre in giro come lupi.

Una donna accusata di simile comportamento, sotto la promessa da parte di un giudice di aver salva la vita se avesse dato prova dei suoi poteri, si unse il corpo con un unguento particolare e cadde addormentata.
Al risveglio, tre ore dopo, raccontò di aver sbranato una pecora, sotto forma di lupo, e fornì il nome del villaggio dove aveva compiuto il fatto. I giudici si recarono sul posto e videro con i propri occhi la pecora dilaniata e morente.

Secondo Pierre Delancre (1553-1631), celebre demonologo del XVII secolo, i Lupi Mannari hanno una spiccata predilezione per la carne fresca, arrivando a sgozzare cani e bambini, mangiando questi ultimi con eccellente appetito. Altre caratteristiche di queste creature sono l'andatura quadrupede, la capacità di ululare come veri lupi, le dimensioni delle fauci e della dentatura, e gli occhi rossi come braci ardenti.
Delancre racconta poi che il Duca di Russia, avvertito che un suo suddito era in grado di trasformarsi in ogni sorta di bestia, lo convocò a Palazzo e lo fece incatenare. Poi gli ordinò di dare prova dei suoi poteri: il suddito si trasformò subito in lupo, ma il Duca aveva preparato due mastini, che si scagliarono contro il licantropo e lo fecero a pezzi.

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Nella Saintonge si dice che la pelle dei Lupi Mannari è così resistente da essere insensibile alle pallottole. Solo proiettili benedetti, in certe ore particolari della notte, in una cappella dedicata a S.Uberto protettore dei cacciatori, possono uccidere il mostro.
D'altra parte le cerimonie di benedizione sono lunghe e complesse, necessitando spesso di ingredienti molto rari. Da qui la facilità con cui la maggior parte dei Lupi Mannari sfuggiva agli agguati.

Jean Bodin (1530-1596) giureconsulto e demonografo angevino, racconta che nel 1542 si videro centocinquanta Lupi Mannari su una piazza di Costantinopoli.
Nella sua Demonomanie des Sorciers egli riporta le gesta di Gilles Germar, nato a Lione e arrestato a Dôle. Egli confessò volontariamente che un giorno, travestito da Lupo Mannaro, aveva sgozzato una ragazza in un bosco, ne aveva divorato le braccia e le gambe, e aveva portato il resto ai suoi familiari, anch'essi antropofagi; il mese successivo, sempre travestito da Lupo Mannaro, aveva ucciso un'altra fanciulla, e stava per consumarne le carni quando il sopraggiungere di alcune persone lo aveva fatto fuggire; quindici giorni dopo, nella villa di Grédisans, aveva ucciso un bambino e ne aveva mangiato braccia e gambe; infine, stavolta in forma d'uomo, aveva ucciso un adolescente nel bosco di Pérouze. Stava appunto per divorarlo, quando è stato arrestato. Germar venne condannato a morte e bruciato sul rogo.
Peter Stumpf, nato a Bedburg presso Colonia, fu uno Stregone che si votò al Male sin dall'età di dodici anni. Partecipò ai Sabba, entrò in contatto con spiriti e demoni, e concluse un patto con Satana: in cambio dell'anima gli venne consegnata una cintura in pelle di lupo, che consentiva la trasformazione, se indossata.
Con l'aiuto di tale strumento, Stumpf cominciò a battere le campagne alla ricerca di ragazze, donne e bambini. Uccise circa sedici persone, tra cui tredici bambini e due donne incinte, a cui strappò il feto dal ventre per mangiarne il cuore. Violentò anche la figlia e la sorella, e uccise in forma di lupo un altro suo figlio, aprendogli il cranio e mangiandone il cervello.
Il regime di terrore che aveva creato durò venticinque anni: venne catturato dai gendarmi e -sotto tortura- confessò i suoi delitti, denunciando come complici anche la figlia e una sua amante, Katherine Trompin. Il 28 ottobre 1589 venne giustiziato sulla pubblica piazza: lo legarono a un carro e con un paio di cesoie roventi lo dilaniarono in dieci pezzi, mentre con una mazza di legno gli frantumarono braccia e gambe. Fu decapitato, e il corpo bruciato sul rogo assieme alla figlia e all'amante.

l'esecuzione di Stumpf

Dopo l'esecuzione venne innalzato un palo, sulla cui cima venne fissata la ruota dove era stato legato Stumpf; la testa dello stregone venne posta sul mozzo della ruota, e sui raggi vennero appese sedici figurine in legno, testimonianza delle vittime del Lupo Mannaro.

Uno studioso di Beauvoys-de-Chavincourt, Jacques Rickius, stampò nel 1599 a Parigi un volume intitolato Discorsi della licantropia, o della trasmutazione di uomini in lupi.
Nel 1615 J.de Nyauld pubblicò un trattato, Lycanthropie, che chiamò anche 'follia lupesca' e 'licaonia'.
Claudio, Priore di Laval, aveva pubblicato alcuni anni prima un libro dal titolo Dialoghi della licantropia.
Tutti affermavano l'esistenza dei Lupi Mannari. Rickius, nel suo trattato, raccoglie le gesta di Jacques Raollet, Lupo Mannaro della provincia di Maumosson, presso Nantes, che fu arrestato e condannato a morte dal parlamento di Angers.
Durante l'interrogatorio Raollet si rivolse ad un gentiluomo presente, e gli chiese se ricordava di aver sparato, tempo prima, a tre lupi; alla risposta affermativa, l'imputato confessò di essere uno di quei tre lupi, e che proprio l'intervento del nobile aveva salvato la vita della fanciulla che i licantropi avevano rapito.
Rickius afferma che, quando Raollet venne preso, aveva i capelli lunghi, gli occhi incavati nella testa, le unghie ad artiglio, ed emanava un lezzo talmente forte che era impossibile stargli vicino.
Quando la Corte di Angers lo condannò, il Lupo Mannaro confessò di aver divorato, tra le altre cose, anche carri, mulini a vento, avvocati, procuratori e sergenti, precisando che questi ultimi si erano rivelati talmente coriacei che non li aveva potuti digerire.

Jean Grenier fu un Lupo Mannaro vissuto intorno al 1600. Confessò di essere figlio di un 'Prete Nero', dedito alla Magia Nera e frequentatore di Sabba, che indossava una pelliccia di pelle di lupo e gli aveva insegnato molti segreti.
Accusato dalla strega Jeanne Garibaut di aver divorato, nonostante la sua giovane età (quindici anni) molti bambini, venne condannato a servire per tutta la vita in un convento, dove si convertì.
Fra i testimoni d'accusa figurava Marguerite Poirier, una pastorella di tredici anni, la quale dichiarò che un giorno, mentre era a guardia del gregge, Grenier si era gettato su di lei in forma di lupo, e l'avrebbe divorata se lei non l'avesse colpito sulla schiena con un bastone. La ragazza affermò anche che Grenier si era vantato di potersi tramutare in lupo a piacimento, e che amava bere il sangue e mangiare le carni dei bambini; tuttavia, non ne mangiava mai le spalle e le braccia.

Gilles Garnier fu condannato a Dôle, sotto il regno di Luigi XIII, per aver divorato molti bambini. Venne arso vivo, e le sue ceneri furono sparse al vento.

Scrive Jules Garinet (1797-1877) nel suo Histoire de la Magie en France:

"...Henry Comus, Dottore in legge e Consigliere del Re, dimostrò durante il processo che Garnier aveva preso una fanciulla di dieci anni in una vigna, e l'aveva uccisa e trascinata sino al bosco di La Serre dove, non contento di mangiarne egli solo, ne aveva portato un pezzo a sua moglie.
Un altro giorno, trovandosi sotto forma di lupo -trasformazione orribile sotto la quale senza dubbio egli andava in caccia- aveva parimenti ucciso e divorato un giovinetto ad una lega da Dôle, fra Gredisans e Monotée.
Infine, sotto forma d'uomo e non di lupo, aveva preso un fanciullo di dodici o tredici anni e l'aveva portato in un bosco per sgozzarlo
..."

Nel giugno del 1764 una fanciulla venne assalita da un lupo nella foresta di Merçoire presso Langogne, in Francia. Anche se ferita riuscì a fuggire e potè descrivere l'animale: grosso come un vitello, petto ampio, collo robusto, orecchie dritte, muso da levriero, due denti laterali lunghi e affilati, coda sfrangiata e una striscia bianca che gli attraversava la schiena. Disse inoltre che si muoveva a balzi lunghissimi.
Nei mesi successivi la regione del Géuvadan fu invasa dal terrore della 'bestia', che assalì ed uccise numerosissime donne e bambini: Jean Denis, una ragazzina, venne assalita ma riuscì a fuggire. Perse però la ragione, e non la recuperò mai più; sua sorella Jeannette, invece, venne straziata dagli artigli del mostro.

L'8 ottobre 1764 due cacciatori spararono al lupo che, benchè colpito varie volte, riuscì a fuggire; gli diedero la caccia, ma senza risultato, un reggimento di Dragoni prima, e il più abile cacciatore della zona, Denneval, poi.
Si disse che di trattava di un Lupo Mannaro, e venne accusato un boscaiolo chiamato Antoine Chastel, che venne imprigionato con tutta la sua famiglia. I delitti però raddoppiarono. Un nobile dei dintorni, signor de la Chaumette, disse di averla ferita al collo, ma il 16 giugno1765 la belva assalì una bambina, che si salvò per miracolo; il 21 sbranò un ragazzo di quattordici anni e uccise e divorò una donna di quarantacinque; rapì inoltre una bambina, che non venne mai ritrovata.
Chastel fu liberato e il Re Luigi XV incaricò l'archibugiere di corte, Antoine de Beauterne, di abbattere la 'bestia del Géuvadan'.
Il 21 settembre 1765 de Beauterne uccise un lupo di proporzioni gigantesche, lungo quasi due metri. Imbalsamato, venne portato a Palazzo e si disse che l'incubo era finito; ma a novembre i delitti ricominciarono. A questo punto il Re cominciò ad occultare le notizie, perciò non si conosce il numero esatto delle vittime della bestia. Si stima però che tra il maggio e il giugno del 1767 furono almeno quattordici. I villaggi della zona si strinsero attorno alla fede, con Veglie e Preghiere, mentre moltissime battute di caccia venivano organizzate.
Il 19 giugno 1767 partecipò ad una di queste battute anche Jean Chastel, padre dell'uomo che era stato in precedenza accusato.Dopo aver fatto benedire alcune pallottole, ricavate da medaglioni d'argento che recavano impresso il volto della Vergine, l'uomo si appostò sulla Sogne d'Auvert, aprì un libro di preghiere e attese. La bestia gli si presentò di fronte all'improvviso, inseguita dai cani. Chastel lesse a voce alta le preghiere mentre il lupo, immobile, lo fissava; poi, lentamente, posò il libro, imbracciò il fucile e fece fuoco. La bestia cadde fulminata e si dice che da allora, in quel punto, non è cresciuta più l'erba.

Scrive Paul Sebillot (1843-1918) sul folklore francese:

"...Nel medioevo le foreste erano il ritrovo favorito dei Lupi Mannari. La stessa credenza sussisteva ancora nel XVII secolo...Verso la metà del secolo scorso si diceva nel Borbonese che i Lupi Mannari perdevano la loro forma umana a mezzanotte, guidavano attraverso le campagne dei branchi di lupi e li facevao danzare attorno a un grande fuoco. S'incontra dappertutto la storia di un uomo che, arrivato nel mezzo di questa assemblea urlante, viene scorto dal conduttore dei lupi, e costui lo fa accompagnare da due dei suoi cani, raccomandandogli di non cadere...
E' molto pericoloso, diceva uno scrittore normanno agli inizi del XIX secolo, essere cattivi con loro; sono dei maghi che non si fanno scrupoli di farsi seguire da lupi fedeli, ai quali danno da divorare le bestie dei loro nemici.
Anche quando durante la notte un lupo qualunque ha fatto qualche normale razzia, la si attribuisce senza esitare ai capi dei lupi
..."

Da quanto riportato sopra appare chiaro come, ancora all'inizio dell'Ottocento, la credenza nei Lupi Mannari era fortemente radicata tra gli abitanti dei villaggi europei.
Nel 1804 un uomo chiamato Marechal abitava a Longueville, a due leghe da Mery-sur-Seyne. Faceva il taglialegna e altri mestieri piuttosto solitari, mestieri che tradizionalmente venivano associati agli Stregoni.
Con l'aiuto del Diavolo tutte le notti Marechal si tramutava in lupo o in orso, e terrorizzava la gente. Una notte un contadino si appostò, armato di fucile, ma al momento di sparare al Lupo Mannaro mancò il bersaglio; Marechal invece, anch'egli armato, rispose al colpo e ferì il giovane ad una gamba. Il contadino, spaventato, fuggì via ed avvertì le autorità, che inviarono dei gendarmi a prendere il taglialegna. Si scoprì allora che il presunto stregone era in realtà un malvivente, che derubava le case durante le sue visite notturne.

Ecco quindi che, mentre Bodin auspicava una morte crudele per tutti i Lupi Mannari, affermando che questi erano così numerosi che

"...avviene che di dieci delitti non se ne punisca che uno, e d'ordinario soltanto i pezzenti vengono condannati. Infatti, chi ha amici e denaro, sfugge alla morte..."

Johann Wierus (1515-1588), demonologo allievo di Agrippa von Nettesnheim, prospetta tutt'altra questione riguardo ai licantropi:

"...Se davvero in Livonia o in altre regioni limitrofe, sono stati visti lupi famelici che si crede siano streghe (in Germania li si chiama con il nome di Werwolf) essi sono certamente niente altro che veri lupi, ma il demonio li fa agitare per produrre tragici effetti: egli sfrutta il loro vagare e la loro azione predatoria allo scopo di riempire ed alterare l'immaginazione di certi uomini i quali impazziscono nella forma della licantropia, cioè si convincono ed affermano di aver compiuto opere di lupi..."

  Johann Wierus e il frontespizio della sua opera più celebre

Nella Pseudomonarchia Daemonum Wierus racconta di Michel Verdung, Stregone francese arrestato nel 1521 insieme a Pierre Burgot e Gros-Pierre. Verdung confessò di aver condotto Burgot presso Chateau-Charlon dove entrambi, recando in mano una candela verde che emanava una fiamma azzurra, avevano offerto sacrifici e salmodiato preghiere in onore del Diavolo.
Dopo essersi unti di grasso si trasformarono in lupi e presero a comportarsi in tutto e per tutto come bestie. Burgot dichiarò di aver ucciso un bambino con i suoi artigli, e lo avrebbe mangiato se i contadini non gli avessero dato la caccia.
Verdung ammise di aver ucciso una ragazza, e insieme a Burgot di averne sbranate altre quattro. Fornì ai giudici i tempi, i luoghi e tutti i dettagli degli orribili delitti. Disse anche che lui e Burgot facevano uso di una polvere speciale in grado di causare la morte.
Tutti e tre questi Lupi Mannari vennnero arsi vivi. Le loro imprese sono descritte in un affresco dipinto nella chiesa di Poligny; ciascuno di essi, sulla zampa destra, stringe un coltello.

Sull'incidenza del Lupo Mannaro nel folklore nordico (in particolare svedese) è interessante la testimonianza letteraria di B.Thorpe, che nel suo Yule-Tide stories, a Collection of Scandinavian and North German popular tales and tradition (Londra, 1853) riporta un racconto, Werewolf.
Si racconta di un Re che, rimasto vedovo, promette di non sposarsi più. La governante della figlia, una bellissima principessina, riesce abilmente a circuire la fanciulla, convincendola della necessità che il padre debba riprendere moglie; naturalmente ella si offre come pretendente, e la principessa ne rimane deliziata. Dopo vari tentativi, la ragazza riesce a convincere il Re, che però gli oppone un patto: egli sposerà la governante, ma se poi, in futuro, la principessa non si dovesse trovare bene con la matrigna, non dovrà cercare la spalla regale su cui piangere.
Un giorno il Re è chiamato ai confini del regno da una guerra, e lascia la nuova moglie al castello. Rimasta sola, la donna si rivela una strega spietata, che maltratta la principessa e favorisce in ogni modo le sue due figlie (avute da un precedente matrimonio).
Intanto la principessa cresce, e diviene sempre più bella, tanto che i giovani che si dichiarano a lei non si contano; tra di essi vi è un giovane cavaliere, il cui amore viene accolto e ricambiato dalla ragazza. La matrigna, invidiosa e alla ricerca di un ottimo partito per le figlie, decide di operare un incantesimo: mentre il giovane cavaliere è impegnato in una battuta di caccia nel bosco, viene trasformato in lupo. La sera i compagni di caccia riferiscono alla principessa che il suo amato è scomparso, e questo le causa un dolore immenso.
Passano i giorni, e la principessa è sempre più triste. Un giorno decide di visitare i luoghi dove il suo innamorato è scomparso, e chiede alla regina il permesso di recarsi nel bosco. Questa dapprima rifiuta, poi le impone una delle sorellastre come dama di compagnia. Le due ragazze si inoltrano nel bosco, e lì la principessa scopre una capanna; vi entra per dissetarsi, e trova una vecchina che, commossa dal suo dolore, decide di aiutarla: le dice che dovrà tentare di prendere un fiore magico fuori della capanna, e poi di seguire attentamente quello che le verrà detto. La ragazza esce dalla baracca, e subito nota un giglio bianco poco lontano. Fa per prenderlo, ma questo sparisce, per ricomparire poco distante. Così, sempre inseguendo il fiore, la fanciulla si addentra tra gli alberi, incurante dei richiami della sorellastra.
Finalmente, sulla cima di una montagna, riesce a prendere il fiore. Qui però compare un piccolo uomo, un folletto, che le ordina di gettare il fiore in un calderone pieno di pece bollente. Nel momento in cui la principessa esegue, ecco apparire un grosso lupo lanciato in corsa verso di lei. Il folletto allora ordina alla ragazza di gettare il contenuto del calderone sul lupo, e lei esegue; il lupo si trasforma improvvisamente nel giovane cavaliere amato, lasciando a terra una superba pelliccia di lupo.

A questo punto, dalla montagna, i due giovani possono vedere il ritorno del re, il tentativo della matrigna di simulare la morte della principessa, tentativo che fallisce; la collera del re, e la spedizione regale, guidata dal sovrano in persona, che si addentra nel bosco alla ricerca della figlia.
A questo punto il folletto ordina alla principessa di gettare la pelle di lupo sulla matrigna e le sue figlie, appena si avvicinano alla montagna: la fanciulla esegue, e le tre donne si trasformano immediatamente in lupi, che fuggono ululando nella foresta.
Il re, poco distante, vede apparire la figlia insieme al Cavaliere che, in lacrime, gli corrono incontro.
Per la felicità viene organizzata una grande festa; il re concede la figlia in sposa al giovane Cavaliere, per la gioia di tutto il regno. Solo, rimane il mistero del folletto: da quando i due ragazzi scesero dalla montagna, nessuno lo vide più.

Un'altra testimonianza, questa volta proveniente dalla tradizione anglosassone, è data da Artù e Gorlagon, componimento derivante da un manoscritto latino del XV secolo, ma risalente ad un più antico originale gallese (tratto da Folklore, Londra 1904).
Si narra di un Re dalle virtù molto elevate, che possedeva, nel suo giardino, un alberello magico: il destino aveva infatti stabilito che, se fosse stato estirpato, avrebbe avuto la capacità di trasformare il sovrano in lupo. La moglie, una donna bellissima ma infedele, teneva come amante il figlio di un re pagano, e tentava in tutti i modi di mettere in pericolo la vita del Re per poter amoreggiare alla luce del sole con il suo giovane innamorato. Un giorno, spiando di nascosto il Re, la donna scoprì che egli si recava tutti i giorni nel suo giardino. A cena gli chiese il motivo di tanto interesse per le piante, e il Re, dopo molte pressioni, confidò alla moglie il suo segreto. Questa, che aspettava solo un prestesto per mettere in atto il suo diabolico piano, si introdusse con l'inganno nel giardino del Re, tagliò l'alberello e lo nascose nella manica della veste. Poi tornò dal Re e, fingendo di abbracciarlo, lo colpì alla testa con i rami. Subito il sovrano si trasformò in lupo, ma gli rimase l'intelletto di uomo; fuggì nella foresta inseguito dai cani, e lì visse; si accoppiò con una lupa che gli diede due cuccioli.
Intanto la moglie infedele aveva nominato l'amante sovrano del regno, convinta che il suo piano era perfettamente riuscito.
L'uomo-lupo, però, preparava la sua vendetta: un giorno fece irruzione nel castello, uccidendo i due figli della moglie (figli avuti dal giovane amante); venne inseguito ma riuscì abilmente a fuggire. Poco tempo dopo toccò a due nobili conti, fratelli della regina. Vennero dilaniati in modo orribile, e anche in questo caso il lupo riuscì a fuggire, perdendo però i suoi due lupacchiotti, che furono catturati e impiccati. Reso folle dalla disperazione, il Lupo Mannaro dette inizio ad una serie di stragi alle greggi, che non risparmiò nessun pastore della zona. Gli uomini si riunirono in gruppo e gli diedero la caccia, costringendolo a cambiare regione. Anche qui, però, dopo le prime stragi, venne braccato e dovette fuggire. Riprese comunque le sue scorrerie, questa volta non solo nei confronti degli animali, ma anche degli uomini; nessuno aveva più il coraggio di dormire, e tutti vegliavano a guardia della propria vita.

Quel regno era governato da un Re, famoso per la sua saggezza e per la sua clemenza, che, saputo del lupo, partecipò alla caccia. Il lupo, avendo saputo la notte prima il percorso che avrebbe seguito il sovrano, decise di attenderlo. Quando lo vide passare, accompagnato da due fedelissimi amici, gli si avvicinò con le orecchie basse, e si mostrò così docile e affettuoso, che il Re ordinò di non fargli del male. Per provare la sua fedeltà e intelligenza, poi, lo aizzò contro un cervo; il lupo lo uccise davanti ai suoi occhi, poi balzò sul cavallo a fianco del Re, che decise senza indugio di portarlo a Palazzo.
Un giorno il Re partì per un viaggio verso un regno lontano, e affidò la cura del lupo alla moglie; questa, invidiosa del lupo, simulò terrore nei suoi confronti, tanto che il re si convinse a far forgiare una catena d'oro, con alla quale il lupo sarebbe stato legato la notte. Invece la regina trascurò l'animale, tenendolo sempre legato al letto regale. La donna aveva un rapporto amoroso con un valletto, e in assenza del re, i due approfittarono per darsi ai più lascivi comportamenti. un giorno il lupo li vide entrare nella stanza e infilarsi insieme nel letto; furioso, spezzò la catena e assalì il valletto, lasciandolo più morto che vivo. Non toccò invece la regina, ma si limitò a guardarla con occhi fiammeggianti d'odio; i servitori accorsero, allarmati dai rumori, e la regina inventò che la bestia aveva divorato il suo bambino, e quasi ucciso il valletto che tentava di proteggerlo. Uscita, rinchiuse il figlio e la nutrice nelle segrete, così che tutti si convinsero del racconto della donna.
Il Re tornò prima del previsto, e la regina ripetè al marito quanto raccontato ai sudditi; nel mentre, però, il lupo gli si gettò tra le braccia, e gli fece le usuali gioiose feste. Il re era combattuto dal dubbio. Non credeva la moglie capace di mentire, ma d'altra parte non poteva credere che il lupo, se era colpevole, avrebbe dimostrato tutto quell'affetto innocente. L'animale risolse tutto: guidò il sovrano fino alle segrete, gli mostrò il bambino, e gli aprì gli occhi alla verità: la moglie lo aveva tradito.
Tornato dal valletto, gli fece confessare tutto, poi lo condannò ad essere scorticato e ucciso. La moglie infingarda venne squartata dai cavalli e gettata tra le fiamme.
Subito dopo, il Re convocò i Consiglieri di Corte per esaminare la straordinaria situazione: il lupo non poteva essere un lupo normale, visto che possedeva un intelletto così vicino agli uomini; doveva essere per forza un uomo, vittima di qualche incantesimo. Decisero così di lasciare libero il lupo, e di seguirlo fino al suo paese d'origine; la bestia li guidò per terra e per mare. Il sovrano aveva armato un esercito, perciò non temeva nessun nemico. Giunto a casa, il lupo dimostrò con le solite gesta festose la sua felicità; il re e pochi uomini entrarono in un villaggio, e lì ascoltarono la storia del buon Re trasformato in lupo dalla perfida regina, e i lamenti per le angherie perpetrate dal nuovo sovrano, il pagano.
Allora il Re amico del lupo invase a sorpresa il regno, ne disperse l'esercito e prese prigionieri sia la regina che il suo amante.
Sotto tortura, la perfida donna restituì l'alberello, e il Re saggio lo strofinò subito sul capo del lupo, che riprese finalmente la forma umana. Debitamente ricompensato, il sovrano tornò nel suo regno, mentre il Re tradito condannò a morte l'amante pagano, e ripudiò la moglie, nella sua invidiabile clemenza.