Le memorie di Rosciano

Un castello al confine dell'Invisibile

DALLE ORIGINI ALLA RINASCITA

L’origine del nome non e’ certa: Russanum, Rescanum, Recsano o Rusciano, di derivazione indoeuropea e oggi divenuto Rosciano, significa “luogo ameno dove nascono le rose”.
L’area dove sorge il castello era abitata gia’ al tempo degli Etruschi e forse anche in epoca antecedente. Le prime notizie, secondo lo storico Felice Ciatti, risalgono al 548 e.v. quando la fortezza venne attaccata e distrutta da Totila re dei Goti. Rosciano prendeva il nome dalle rose scolpite sulle pietre del castello. Il luogo e’ in effetti molto particolare: situato a Signoria, una localita’ tra Torgiano e Bettona e nascosto da un fitto bosco, il maniero divenne avamposto fortificato dei Longobardi intorno al X secolo in pietra arenaria e fece parte del Granducato di Spoleto. Era considerato un punto strategico perche’ si poteva controllare la confluenza di strade e fiumi lungo l’antico corridoio bizantino. Gia’ nell’Anno Mille era considerato imprendibile per le alte mura e per la presenza di due profondi fossi che lo circondavano; appartenne a famiglie di origine imperiale al seguito di Federico I e Federico II. All’interno del nucleo fortificato esisteva un monastero appartenente agli Scifi, la piu antica famiglia che si conosca ad aver posseduto il castello. Di origine germanica, nobili di Sassorosso sul Monte Subasio (famiglia da cui discese Santa Chiara di Assisi) gli Scifi ricoprirono la carica di “Picerna Imperii” o coppieri dell’Impero, testimoni agli atti ufficiali.
La proprieta’ passo’ per molte mani illustri, dai Tancredi (stirpe di condottieri)  ai Montemelini, ai Della Staffa, ai Signorelli e poi Graziani, Baglioni e Ansidei. Poi entro’ a far parte dello Stato Pontificio fino all’unificazione dell’Italia.
Il Castello di Rosciano non era solo la residenza di famiglie nobili ma un vero e proprio feudo con un territorio compreso tra il fosso Maggiore al confine con Bettona, la Chiesa del Crocifisso al confine con Pontenuovo e il fiume Chiascio. Il feudatario godeva di autonomia, stabiliva le tasse, amministrava la giustizia e imponeva il pedaggio per attraversare il ponte di Rosciano; i capi famiglia residenti nel feudo ogni anno dovevano giurare fedelta’ al feudatario. Il castello tocco’ il suo apice tra l’anno mille e il 1500 ma il suo declino inizio’ con la costruzione del castello di Torgiano nel 1274 (quando i signori di Rosciano del tempo vendettero terre al comune di Perugia per la sua edificazione). Nel territorio del feudo si contano 11 chiese tra cui l’Abbazia di Santa Maria di Baltignana, il monastero-priorato “Chiesa di Sant’Angelo” (eretto nel 1248 dal Beato Martino, generale dei Camaldolesi) e una pieve all’interno del castello stesso, con due chiese dedicate rispettivamente a San Bartolomeo e San Salvatore. La chiesa piu’ antica risale al 1058 (Santa Maria di Baltignana). Rosciano era cosi’ importante a livello religioso che possedeva un canonico che lo rappresentava presso la cattedrale di San Rufino (Assisi).
Nel 1198 Papa Innocenzo III affidava la cura spirituale della popolazione del castello al vescovo di Assisi. Nel XIII secolo il feudo passo’ in proprieta’ alla stirpe dei Tancredi, che aveva acquisito un grande potere (Omodeo di Tancredi era uno dei consoli di Perugia nel 1202 e suo figlio Tancredi I divenne sindaco della citta’).
Nel 1384 il Castello di Rosciano venne attaccato e distrutto da Perugia (a cui si era ribellato).
Nel 1410 la famiglia dei Montemelini compare come proprietaria del castello e furono loro a costrurire il ponte sul Chiascio. Accanto al ponte fu costruita un’osteria che divenne famosa per via dell’oste che usava derubare i suoi ospiti. Alla fine l’uomo fu fatto impiccare da Malatesta di Pandolfo Baglioni, signore di Rosciano. Dai Montemelini la proprieta’ passo’ alla famiglia Della Staffa e, da questa, a Fabrizio III di Ridolfo Signorelli (famoso capitano di ventura) come parte della dote portata da Lingarda della Staffa in occasione della loro unione.
Nel 1585 il Vescovo di Assisi Mons. Pignatelli venne in visita pastorale trovando le chiese in rovina; nel 1593 fu la volta del Vescovo di Perugia Mons. Comitoli che annoto’ come le chiese non avevano fedeli (erano tutti passati alla parrocchia di Torgiano).
Rosciano rimase di proprieta’ dei Signorelli fino al 1699, quando con Camillo la famiglia si estinse, Passo’ allora ai nobili Graziani, Baglioni e Ansidei che si alternavano nel possesso utilizzando il castello come ritrovo di riposo e di caccia ma senza porre in atto alcuna cura, tanto che gli edifici cominciarono un inesorabile decadimento. Nel 1798 il castello, ormai abbandonato, venne riunito a Deruta per poi tornare nella giursdizione di Perugia.
Nel 1817 ne erano proprietari i conti Ludovico Ansidei, Benedetto Baglioni e Anna Graziani. Infine la Chiesa, a seguito del “motu proprio” di Papa Pio VII lo reclamo’. Rosciano fu, durante la sua decadenza, rifugio di briganti e vagabondi e fu in questo periodo “buio” che dovettero sorgere le leggende su maledizioni, fantasmi e tesori nascosti mai ritrovati.
Nel XIX secolo la storia di Rosciano si incrocia con la famiglia di Fausta Ciotti, quando tutta la proprieta’ fu acqustata dai fratelli Don Crispolto (arciprete di Bettona) e Francesco Ciotti. Questi poi lo passarono in eredita’ a Giuseppe Ciotti (padre di Fausta). Il castello era a quel tempo in totale rovina, praticamente inaccessibile a causa della fitta vegetazione che lo ricopriva quasi interamente. Fausta e sua sorella Beatrice accompagnavano spesso loro padre lungo interminabili passeggiate nel bosco fino ai ruderi del castello e queste esperienze maturarono in Fausta un grande amore per la natura e per i suoi molteplici linguaggi. Le prime esperienze a Rosciano in compagnia del padre vengono descritte da Fausta cosi’:

Rivedo ancora il buio misterioso di alcuni spazi che si aprivano al mio sguardo e che mi erano vietati...rivedo una catena che chiudeva un antico portale...ma soprattutto una scalinata che allora saliva verso l’ignoto e si perdeva nel nulla

Negli anni Sessanta, mentre Fausta frequentava le scuole superiori, il castello venne venduto dal padre per una somma irrisoria alla famiglia Alunni Bistocchi, che in effetti era piu’ interessata ai terreni circostanti che al castello e al bosco. Per Giuseppe fu una scelta dolorosa ma necessaria per poter assicurare alla quattro figlie (Fausta, Beatrice, Patrizia, Emanuela) un’educazione scolastica. Per Fausta fu addirittura un trauma: ancora giovanissima, giuro’ a se stessa che avrebbe ripreso la terra e il castello con i soldi della sua futura professione.
Passarono trent’anni durante i quali Fausta ebbe una brillante carriera professionale come psicoterapeuta, che le permise crearsi numerosi rapporti professionali e delle entrate adeguate a mantenere la sua promessa di ragazza. Ricchezze materiali ma anche affettive, visto che durante quegli anni conobbe e sposo’ Remo Granocchia (che chiama il suo “Cavaliere”) e con il suo aiuto non solo riacquisto’ il castello il 1 Maggio 1992 [giorno di Beltane o Valpurga, l’inizio del periodo della Luce secondo l’anno nella tradizione Celtica n.d.a.], ma lo riporto’ agli antichi fasti con un lavoro instancabile durato dieci anni. La ricostruzione ha assorbito la famiglia Ciotti interamente nel fisico, nella mente e nelle emozioni. Sembra incredibile che due sole persone (Remo e Matteo, il figlio) coadiuvate da Fausta e Chiara (l’altra figlia) possano aver ridato forma alla torre, alla chiesa, alle antiche sale. Ma naturalmente non sono mai stati soli, visto che il castello e la sua energia ha accompagnato il lavoro manuale, anche perche’ ogni ambiente e’ stato restaurato seguendo l’antico disegno e rispettando le tecniche di costruzione originali. Tale rinascita sarebbe stata profetizzato dalla leggenda legata alla costruzione del castello secondo la quale, se esso fosse stato perduto, sarebbe caduto in una specie di “sonno” per poi tornare alla vita grazie all’amore sincero e innocente di una bambina che lo aveva amato in passato. Il castello stesso “sceglie” colei che dovra’ custodirne l’essenza, l’anima, ma che nei lavori materiali dovra’ esserele affiancato un forte cavaliere che dovra’ proteggerla durante la ricostruzione. La storia di Fausta si intreccia con la leggenda e nella leggenda tutt’ora vive, intessuta in una trama antica e profonda che si riflette oggi sulle antiche tradizioni che lei ha riportato in auge: accoglienza con i cerimoniali medievali, la consegna agli ospiti delle chiavi del castello e, alle dame, dell’anello d’argento a forma di rosa da parte della Castellana (impersonata dalla stessa Fausta). Altre iniziative sono legate ai bambini e al mondo del fantastico che Rosciano dispensa senza soluzione di continuita’, come “la Festa di Investitura di Dame e Cavalieri” o le passeggiate nel bosco alla ricerca del Piccolo Popolo e dell’ingresso nel loro mondo.
Il Castello, oggi sotto il vincolo dello Stato, e’ stato restaurato con la supervisione della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Perugia nella persona dell’architetto Fabio Palombaro che ha fornito preziose indicazioni storiche e archeologiche, e dell’assistenza tecnica dell’ingegnere Fausto Ciotti. I materiali utilizzati sono stati le stesse pietre originali che erano sparse ai piedi delle mura diroccate in gran quantita’. Le pietre, arenaria di colore grigio-azzurro, sono state raccolte e ridistribuite nella proprieta’.
Durante i lavori tutti potevano avvertire la magia del luogo nei silenzi e nelle voci della natura, ma anche attraverso un’impressione costante di “essere osservati”, di non essere mai soli.
Nel 1996 la prima sala completamente restaurata, la Sala del Camino, fu inaugurata in occasione della manifestazione “Vignaioli e Tavernieri” della comunita’ di Torgiano. Dopo molti secoli, una nuova famiglia tornava ad abitare il castello.
Nel 1998 venne celebrato il primo matrimonio a Rosciano tra Chiara e Christophe e, per l’occasione, venne aperta la millenaria Sala Lingarda che solo pochi hanni prima era interamente sepolta sotto una montagna di detriti. Durante la cerimonia il castello si allago’; secondo Fausta fu un segnale che gli “Antichi Signori” erano presenti e rimanevano sempre i veri padroni di Rosciano.
A poco a poco altre parti del castello sono state restaurate: l’antico monastero con la sala Capitolare; la Torre dedicata alla “Tessitrice d’Oro”, una dama vissuta molti secoli prima e che oggi e’ una delle tre presenze benefiche a protezione del maniero; la Sala delle Armi con il cortile a balcone che si affaccia su Perugia. Quest’ultima fu inaugurata in occasione del battesimo di Mathis, il secondogenito di Chiara e Christophe. E poi piazzette, cortili, torri, il ponte levatoio con il fossato e vari altri punti che hanno ritrovato una nuova funzione pur nell’originale collocazione spaziale.
Nel 2012 il Vescovo di Perugia Mons. Bassetti, a 427 anni dalla visita di Mons. Pignatelli, ha celebrato una messa all’interno della chiesa di San Bartolomeo (ora dedicata a San Giuseppe artigiano in ricordo di Giuseppe Granocchia, Giuseppa Burani e Giuseppe Ciotti, genitori degli attuali proprietari).
Nel 2013 e’ avvenuta l’apertura del Salone Tancredi e, come da tradizione di famiglia (Fausta ci spiega che ogni evento di famiglia e’ un’occasione per realizzare o completare dei lavori), si e’ celebrato il battesimo di Edoardo (figlio di Matteo e Viviana). A Noa (prima nipote di Fausta) e’ stata dedicata una casa medievale a torre chiamata “Petit Maison de Noa”. Alla sorellina di Edoardo, Iris, e’ stata invece dedicata l’ultima opera realizzata, la chiesa romanica di San Giuseppe, “oltre a tutte le rose e fiori del giardino perche’ lei stessa e’ come un fiore dai colori dell’arcobaleno”, chiosa Fausta.

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LE LEGGENDE “MALEDETTE” DI ROSCIANO

Il Castello ha anche un lato oscuro che, come per tutti i luoghi antichi e magici, ha prodotto leggende e racconti legati alla superstizione locale ma anche a fatti realmente accaduti.
Cosi’ da tempo immemorabile circolano voci sul “Castello maledetto” o “Casa del Diavolo”, come ci dice Fausta, che sarebbe stato colpito da un maleficio e abitato da demoni sin da tempi molto antichi. I graffi sulle antiche pietre [nella Sala Lingarda, ad esempio, n.d.a.] erano interpretati dal contado come tracce degli artigli del diavolo. Si diceva che, di notte, potevano udirsi imposte di ferro che sbattevano, il suono di campane invisibili, lo sferragliare di catene, il cozzare del metallo delle armi, tutti oggetti non piu’ esistenti ma che tra le mura diroccate e semisepolte dalla vegetazione parevano piu’ che mai attuali.
Dai contadini e dai cacciatori delle campagne circostanti giungevano innumerevoli racconti collegati al castello che parlavano di fantasmi, di magia e di fatti misteriosi. Le leggende del castello, come le venivano trasmesse dalla zia di Fausta, sconfinavano anche al di fuori delle mura, come  quella della casa costruita con i soldi trovati nel bosco: un contadino sarebbe stato visitato in sogno dal “frate cercatore” (una delle presenze legate al castello) che, dopo averlo messo alla prova, gli avrebbe indicato il luogo dove era nascosta una pignatta piena di monete d’oro. Il pover uomo, seppur terrorizzato, potrebbe aver effettivamente superato le prove e aver trovato il tesoro, visto che da un giorno all’altro si mise a costruire una casa, completandola in breve tempo senza mai rivelare dove avesse trovato il denaro per fare il lavoro.
Il frate cercatore di questa leggenda compare anche in molti altri racconti e avvistamenti fatti da contadini e cacciatori almeno fino agli anni venti del secolo scorso: egli sarebbe il fantasma di un camaldolese benedettino che avrebbe abitato il monastero all’interno delle mura di Rosciano. Chi lo ha visto lo descrive come un silenzioso monaco che accetta di dividere il suo pasto frugale con i visitatori del bosco. Ma l’altra faccia della leggenda parla del frate cercatore come dell’araldo di un favoloso tesoro perduto, che si mostra in sogno a chi viene scelto e, se questi accetta di passare alcune difficili prove, potra’ avere accesso al tesoro. A quanto sembra il frate cercatore appare soltanto nei boschi che circondano il castello e mai all’interno di questo. Le presenze che invece “abitano” il castello sono:

- Il nobile Tancredo, giovane di un’antica casata che avrebbe vissuto a Rosciano nel XIII secolo. Il suo fantasma si aggirerebbe per le stanze e il bosco e durante i banchetti al castello cui ama parteciparvi. Fausta per questo motivo ha continuato la tradizione di preparare un posto in piu’ a tavola per l’ospite invisibile, anche in segno di rispetto verso gli antichi proprietari. Il motivo della presenza di Tancredo sembra doversi collegare al fatto che le sue ossa riposano in luogo non consacrato, probabilmente nel bosco, e solo quando saranno ritrovate e traslate all’interno di un luogo sacro il fantasma potra’ trovare finalmente pace. Nella prima meta’ del Novecento si racconta che alcuni cacciatori si trovavano a bivaccare nei pressi (o all’interno) di Rosciano, quando una figura ammantata di un ampio pastrano nero si avvicino’ loro, senza profferire parola. I cacciatori lo invitarono a mangiare ma egli rimase in piedi, indicando il bosco. Uno dei cacciatori decise di seguirlo e la nera figura lo guido’ attraverso sentieri tortuosi fino a una radura. Durante il cammino l’uomo si accorse con orrore che l’altro non faceva alcun rumore camminando, e guardando in terra vide che non lasciava tracce visto che i piedi non toccavano il terreno. Al centro della radura si ergeva un enorme albero e, alla sua base, il cacciatore scopri’ delle ossa. Prima di giungere alla radura si era accorto che la figura enigmatica, che per tutto il percorso non aveva parlato, era scomparsa. A quel punto si accorse di essere giunto in una parte del bosco che non conosceva e decise di tornare indietro. Non fu facile ma alla fine il cacciatore ritrovo’ la strada per tornare alla sua abitazione e scopri’ che si era allontanato da casa per quasi una settimana.

- La Dama della Torre, che vive chiusa nella sua stanza a tessere stoffe o leggere, dipingere e scrivere poesie. Sarebbe legata alla torre da un incantesimo che le impedisce di uscire fino a quando il suo amato non ritorna dalla crociata. Fausta racconta di averla “sentita” per la prima volta da bambina, quando “d’estate salivo nel bosco ed entravo tra i ruderi del castello mi soffermavo a fissare le grandi finestre vuote...nella speranza e nel desiderio di intravedere qualcosa...
La zia Elda le aveva raccontato spesso di una bellissima e nostalgica dama che viveva tra i ruderi nelle stanze vuote a cielo aperto e non poteva uscire ne’ mostrarsi perche’ legata a un incantesimo che, se spezzato, avrebbe impedito al suo amore di ritornare. Di notte era possibile ascoltare, a volte, il suono ritmico di un telaio in azione o quello piu’ dolce di un’arpa.
Quando fu restaurata la torre dell’antico monastero, Fausta decise di dedicare alla Dama la stanza piu’ alta, dipinta di verde e d’oro  e con quattro finestre che permettono di avere una visione completa del territorio circostante. La stanza possiede molti mobili antichi e un letto a baldacchino. Un angolo e’ sollevato a formare una specie di pianerottolo che si raggiunge attraverso una breve fila di scale. Sul pianerottolo e’ posta una sedia a dondolo vicino alla finestra, “perche’ lei possa riposare, ricamare, leggere, sognare...”. Vi e’ poi un tavolino su cui sono poggiati libri di poesie, un quaderno, una penna, un cesto di frutta fresca e un mazzo di fiori che Fausta provvede a cambiare ogni giorno.
Una volta all’anno, in una particolare notte di luna piena, e’ possibile intravedere la luce di una lucerna e l’ombra di un velo che riflette la luce lunare.
Esiste la testimonianza di una coppia che diversi anni fa passo’ la notte proprio nella stanza della Tessitrice d’Oro e visse un’esperienza molto singolare che fu registrata nel diario del castello. L’uomo, uno psicologo o comunque un esponente della professione medica, era nella stanza e si preparava per dormire. La luce era ancora accesa e, guardando casualmente il soffitto, vide che da una delle grosse travi di quercia si andava formando una sagoma di colore argenteo-metallico. Sembrava fatta di materia semifluida e gommossa e si spostava lungo la trave. Lo psicologo Sali’ sul letto per meglio guardare lo strano fenomeno e una ventata di aria gelida lo investi’ improvvisamente, facendolo quasi cadere. La pelle del viso e i capelli gli si ghiacciarono e ci volle tutta la notte prima che egli riuscisse a riportarli ad una temperatura normale. Fausta comunque ci assicura che la Dama e’ una presenza benevola e infatti anche dopo aver vissuto un’esperienza tanto singolare, il messaggio della coppia (come di tutti gli altri ospiti della stanza che hanno scritto sul diario da noi visionato) e’ un messaggio positivo di grande pace e armonia. Scrive Fausta in uno dei suoi quaderni: “Qualcuno che ha soggiornato nella stanza...racconta con emozione di aver sentito sensazioni di presenza, suoni, palpiti, sospiri, ondate di profumi di rose e gelsomini...Qualcuno racconta con timore di aver sentito...il ruomore di mobili spostati, il rimbalzo ossessivo di una pallina...Forse sono dolci e forti manifastazioni della Dama che convive con i nuovi abitanti del castello, partecipando...agli eventi che si svolgono nei cortili delle sale. Alcuni sostengono di aver intravisto tra gli ospiti una dama bianca aggirarsi per controllare che ognuno stesse a proprio agio e che ogni cosa fosse al suo posto...

- Bambino dagli occhi di ghiaccio, vecchio dagli occhi di fuoco, Cavallo rampante: sono tre presenze che apparirebbero a coloro che “non sono grati al castello” e che si avventurano nel bosco. Tali apparizioni comunicherebbero per via telepatica nella mente delle persone che se li trovano davanti, intimandogli di non proseguire e lasciare il posto immediatamente. Se questi ignorano l’avvertimento e proseguono lungo il cammino, possono venire investiti da un vortice d’aria che li scaraventa in un fosso o lungo il pendio del bosco e li fa ritrovare in un’altra zona al loro risveglio. Non ci risulta che queste apparizioni siano avvenute in tempi recenti.

Le Pietre Parlanti - Vi e’ poi la leggenda delle “Pietre Parlanti”, pietre che formano un arco oggi posto nella Sala Lingarda. Le pietre furono ritrovate nel 1997 sepolte nel terreno e infatti tutt’ora conservano resti delle radici degli alberi incastrate in esse. Si tratta di pietre particolari e millenarie che “restituiscono i suoni della vita che e’ passata, ma solo per chi ha orecchio”, puntualizza Fausta. Avendo passato buona parte della notte in “ascolto” nella Sala Lingarda, possiamo confermare l’esistenza di un campo energetico superiore alla soglia sensibile. Proprio nei pressi dell’arco le nostre radio portatili hanno cominciato ad emettere interferenze lunghe e ripetute.
C’e’ un confine indefinito tra visibile e invisibile, presente e passato, fede e laicita’.
L’arco su cui sono state installate le pietre risale al Mille (pietra-terra-vita) ed e’ considerato un  simbolo del bosco e, crediamo noi, uno dei possibili “portali” che esistono a Rosciano. Secondo la versione popolare il castello sarebbe costruito di pietra viva che scambia energia con chi vi entra in contatto e, appunto, “restituisce i suoni della vita passata...”: accade cosi’ che Fausta piu’ di una volta ha udito le risate di bambini, pianti, suoni di armi di un’altra epoca.
Fausta sente di avere una grande responsabilita’ per aver coinvolto tutta la famiglia in questa sua missione. I figli tuttavia l’hanno accettato e tutt’ora partecipano con lei alle attivita’ del castello.



- Il Sentiero degli Gnomi e dei Folletti, un sentiero “ad anello” che percorre una parte dei boschi che circondano Rosciano. Fausta, da bambina, lo percorreva con suo padre oppure da sola, e lo ricorda cosi’: “...Il sentiero partiva dai ruderi del Castello, attraversava una piccola radura di corbezzoli ed eriche dove si ergeva un leccio ai cui piedi, in cerchio, l’una accanto all’altra, stavano pietre levigate. Ogni volta che passavo mi chiedevo chi le avesse sistemate cosi’ e immaginavo che uomini o fate o altri esseri del bosco avessero la consuetudine di incontrarsi sotto quell’albero...per raccontarsi storie e segreti e riti magici...”.
Quando il sentiero, dopo una salita, piega a est ci si trova di fronte a un albero steso per quasi tutta la sua lunghezza in senso orizzontale, per poi salire all’altezza della chioma verso l’alto. E’ incredibile come questo pino sia cresciuto e viva perfettamente in questa posizione. La zona e’ detta “del Pino Gobbo” proprio in relazione a questo albero. Da una certa angolazione esso pare un gigante disteso sul terreno in posizione fetale. Molte delle radici escono dal terreno come fossero piedi. Fausta immaginava di trovarsi di fronte un misterioso principe imprigionato nel tronco da un malefico incantesimo o un gigante addormentato da secoli. Certo e’ che di fronte a questa singolarita’ della natura l’immaginazione puo’ correre selvaggia e senza limiti.
Il percorso si conclude con il ritorno alla strada asfaltata che riconduce al castello. Se si sceglie di seguire la strada nell’opposta direzione si arriva ad un bellissimo altopiano dal quale si puo’ ammirare la pianura circostante, bagnata dal Chiascio e dal Tevere e che non trova ostacoli fino alle montagne piu’ lontane all’orizzonte (oggi vi e’ stato costruito un Agriturismo). E, ovviamente, il Castello di Rosciano e’ visibile in tutta la sua ampiezza, dalle mura alle torri all’antico ponte levatoio. La cima dell’altopiano e’ coperta da un fitto prato e dal “grande leccio” come viene chiamato da Fausta, che pensa potesse essere in tempi antichi un luogo sacro, magari sede di un tempio pagano, “perche’ stando li’ un senso di leggerezza e di bellezza invadeva l’anima che si apriva alla contemplazione e alla preghiera...”.
In anni recenti Fausta ha condotto gruppi di bambini delle scuole, che venivano a visitare il castello, lungo il sentiero degli gnomi vestita da castellana, raccontando loro storie e leggende.

Rito dell’anello a forma di rosa – Un antico rito di Rosciano che Fausta ha riscoperto e che pratica in occasione dei matrimoni che vengono celebrati a Rosciano. Su richiesta, l’antico rito prevede la consegna agli sposi delle chiavi del castello e un anello d’argento a forma di rosa che rappresenta il simbolo di Rosciano. Questo rito e’ collegato alla leggenda secondo la quale chi si avvicinava al castello doveva dimostrare di esserne degno, perche’ non solo i Signori di Rosciano ma il castello stesso accettavano solo un certo tipo di persone. Anche Fausta ha dovuto superare diverse prove nel corso della sua vita (un tumore, operazioni alle anche con applicazione di protesi, trapianto osseo) ma che non le hanno fatto amare di meno il luogo della sua infanzia.

Un favoloso tesoro mai trovato – E’ una della leggende piu’ antiche di Rosciano, nata forse al tempo della prima costruzione del castello. Sembra che da qualche parte nei boschi che circondano la proprieta’ siano sepolti due tesori: il primo sarebbe una chioccia e sette pulcini d’oro posati su un piatto circolare (anch’esso d’oro massiccio); il secondo una pignatta di coccio piena di monete d’oro. Molti hanno li hanno cercati (e fino a qualche decennio fa si potevano ancora vedere i segni degli scavi in vari punti del bosco) ma nessuno li ha mai trovati. Fausta pero’ ricorda che quando era bambina le raccontavano di un contadino che sogno’ il frate cercatore che gli disse che avrebbe potuto trovare delle monete d’oro nel bosco a patto di superare alcune prove. Il contadino fu molto spaventato dal sogno ma, tempo dopo, riusci’ a costruire una nuova casa. E si parlo’ del ritrovamento della pignatta d’oro. Resta pero’ il primo tesoro di cui non si e’ mai saputo nulla.

VISITE DALLA DIMENSIONE PARALLELA

Scrive Fausta nei suoi quaderni: “Oggi dall’alto del Castello vivo ogni giorno la mia fiaba e mi sorprendo di tanta bellezza, quasi incredula che tutto sia vero. E sono grata per questo sogno realizzato, per il Castello ritrovato, al mio Principe, ai miei figli e a tutti quelli che vengono a condividere questa realta’ e hanno creduto in essa...E’ come se la mia vita si fosse espansa, ritrovando da una parte il passato e proiettandosi nel futuro, come il mio sguardo all’orizzonte.
Il Castello e’ sempre aperto e accoglie coloro che giungono da ogni luogo e dona fortuna,benessere e serenita’. L’importante e’ credere nelle fiabe e nei sogni, anche in quelli piu’ impossibili
”.

Abbiamo visitato il Castello di Rosciano e il bosco diverse volte, passando un giorno e una notte all’interno della stanza della Tessitrice d’Oro, della Sala Lingarda e lungo l’anello nel bosco. Abbiamo ascoltato varie testimonianze della famiglia ma quello che piu’ ci ha colpito e’ stata certamente la personalita’ di Fausta: una donna forte, di ampia cultura, una psicoterapeuta tutt’ora in attivita’ ma che non si spaventa di fronte ai lavori manuali o alle incombenze domestiche. La sua mente scientifica si integra perfettamente con un’estrema sensibilita’ interiore, una dolcezza spontanea e un grande amore che si traduce in generosita’ e altruismo. Da quando il castello e’ rinato, Fausta e’ diventata “la Castellana”; o meglio, si e’ riappropriata di un ruolo che le apparteneva da sempre. L’intima connessione tra lei e il castello, che non si e’ mai spezzata nemmeno nei trent’anni in cui ne e’ rimasta lontana, ci hanno portato ad ascoltare i racconti e le leggende di Rosciano sotto un certo punto di vista, e cioe’ quello del magnetismo psichico. Crediamo infatti che le presenze descritteci da Fausta si manifestino con particolare intensita’ soprattutto attorno a lei, quasi a volerla proteggere e assicurarle che e’ lei la “custode” scelta per preservare il delicato equilibrio del castello. Un equilibrio che va ben oltre la nostra dimensione fisica.
Il racconto piu’ affascinante riguarda infatti un’esperienza vissuta da Fausta una decina di anni fa. La donna stava percorrendo la strada che dal castello sale fino all’altopiano del “grande leccio”. Giunta nei pressi di una curva, Fausta senti’ delle voci di persone che si avvicinavano. Non potendo ancora vederli, si sposto’ sul lato della strada per farli passare. Quando questi comparvero da dietro la svolta, si trattava di una processione di persone: giovani donne che portavano cesti di fiori e frutta, boscaioli, cacciatori, contadini con i loro rispettivi attrezzi, gente nobile o ben vestita che camminavano nella direzione del castello. La cosa straordinaria erano i vestiti, che sembravano appartenere all’epoca medievale. Nessuno sembro’ accorgersi di Fausta, le passarono accanto come se niente fosse e proseguirono. Fu a quel punto che la donna si accorse di una figura tozza e deforme che caracollava in coda alla processione. Sembrava un nano o un giullare o una persona di alto lignaggio, forse di sesso femminile. Il nano invece si accorse di Fausta perche’ si volto’ verso di lei per osservarla con un’espressione enigmatica sul viso.
Fausta segui’ quello strano gruppo fino alla porta del castello, Ma anche la struttura era completamente diversa da come la conosceva: vi erano torce sulle mura, soldati a guardia del ponte levatoio, e l’aria era pregna dell’odore intenso di carne arrostita, di legna bruciata e del suono di incudine e martello. Anche se stava scendendo la sera vi era abbastanza luce per osservare tutti i dettagli. Giunta sul ponte levatoio, la figura deforme si giro’ nuovamente verso Fausta come per invitarla ad entrare, ma a quel punto una nuova immagine si sovrappose al nano e, al suo posto, la donna pote’ vedere un grosso istrice.
Questo racconto ci sembra un episodio chiave per tentare di dare una spiegazione a tutti gli eventi che sono accaduti a Rosciano. Il fatto che, in altre occasioni oltre a quella descritta sopra, Fausta abbia potuto intravedere immagini della vita del Castello come doveva essere secoli prima, rafforza l’idea che ci si trovi di fronte ad un caso di “sovrapposizione dimensionale”. A Rosciano, per qualche ignota ragione, due realta’ parallele non sono perfettamente separate ma in alcuni punti si sovrappongono e addirittura possono “invadere” il loro reciproco spazio/tempo. In presenza di Fausta tali “porte” sembrano aprirsi con piu’ facilita’ (e stiamo ancora investigando le ragioni di questo), ma effetti simili si verificano anche alla presenza di altre persone.
Il 21 Giugno di qualche anno fa si tenne una delle moltissime cerimonie che ogni anno vengono ospitate al castello. Quel giorno vi partecipava anche una fisioterapista di Terni. Durante una conversazione a tavola questa persona (che Fausta non conosceva) comincio’ a parlare del castello e del suo potere. Disse che il Castello appartiene solo al Castello e che Fausta ne era la custode. Che i signori di Rosciano sono sempre presenti ad ogni cerlebrazione e si aspettano che gli ospiti paghino il dovuto rispetto nell’entrare e uscire dalla proprieta’; parlo’ della posizione delle sentinelle, di altre persone e degli oggetti come se li avesse davanti in quel momento.
Confermo’ quello che Fausta gia’ sapeva, come ad esempio che e’ pericoloso portare via anche una sola pietra senza chiedere il permesso, perche’ il “ladro” avra’ una serie di guai.
Fausta si avvicino’ alla fisioterapista e le chiese come lei sapesse tutte queste cose. La fisioterapista rispose che in seguito a un serio incidente aveva acquisito determinate facolta’ sensitive ed era in grado di vedere cose che normalmente non sono visibili agli esseri umani. Disse anche che non sarebbe voluta venire a Rosciano per via di una sensazione di “sangue e di violenza” che aveva avvertito ma che, adesso che stava all’interno delle mura, assicurava che tutte le presenze malvage all’interno del castello erano state cacciate e quelle rimaste erano benevole.
L’aspetto interessante di questi avvenimenti e’ che sono tutti attestati da persone di un certo livello culturale: medici e professionisti che non possono essere paragonati a superstiziosi ignoranti come magari avveniva nei secoli precedenti.
Il castello potrebbe allora essere posto sulla congiunzione di “ley lines” secondarie [l’unica linea sincronica principale entra in Italia a Torino e percorre tutta la cresta appenninica fino ai Sibillini, per poi uscire in direzione Adriatica n.d.a.] che favorirebbero l’apertura di “porte dimensionali” su realta’ parallele. Quali sono le “porte dimensionali” e dove sono ubicate? Non possiamo dirlo con assoluta certezza visto che la “mappatura” non e’ stata completata, ma l’arco delle “Pietre Parlanti” nella Sala Lingarda e la stanza della Tessitrice d’Oro crediamo essere due di queste. Il bosco ne dovrebbe contenere altre, come ad esempio la zona del “Pino Gobbo”, la cui forma particolare dell’albero potrebbe spiegarsi con il fatto di trovarsi su un “nodo interdimensionale” che ne avrebbe alterato la struttura molecolare, mantenendolo comunque in vita. Le parole di Fausta in relazione al bosco sono emblematiche:

La strada nel bosco e’ una dimensione unica, e’ uno spazio dove il passato e il presente si possono incontrare, dove le generazioni si trasmettono conoscenze e memoria, dove la realta’ e la fantasia convivono e si fondono. La strada nel bosco e’ uno scrigno di ricordi, di esperienze e di emozioni...”

Noi crediamo che Rosciano sia uno dei rari luoghi “di confine”, una versione piu’ benevola e positiva della “Casa sull’Abisso” di W.H.Hodgson, se si accetta un parallelismo narrativo.
La nostra indagine continuera’ visto che, dopo aver annotato singolari interferenze radio in alcuni punti della proprieta’ (ma non nel bosco), e’ necessario condurre ulteriori test per avere conferma della nostra teoria. Consideriamo Fausta una “chiave” fondamentale per avvicinare la nostra realta’ all’ “altra” e poter sperimentare in prima persona quello che “la Castellana” ha sempre vissuto nel suo quotidiano, con mente aperta e il cuore proiettato oltre i confini dell’amore terreno.