IL COLONNELLO FRANCESCO ALFANI
"...E' la vita di un gentiluomo perugino per nome Francesco Alfani...Costui, per forza d'ingegno e robustezza d'animo non fu per certo diseguale a nessuno de' suoi antichi; ma fu, colpa parte sua parte del tempo, uomo feroce e di sangue e di rapine..."
[Da un documento del XVI sec.]
Il documento che utilizziamo come fonte principale per raccontare la vita di Fransesco Alfani sembra essere stato redatto da un suo domestico letterato (probabilmente un prete o un notaio) che lo avrebbe servito sia durante i suoi trascorsi "oscuri" tra Umbria, Toscana, Marche e Urbino, sia durante le sue apparizioni alla corte di Francia, in particolare il soggiorno ad Avignone presso il duca di Montmorency.
Il fatto che l'autore racconti con cosi' freddo distacco delle atrocita' perpetrate dall'Alfani senza indugiare in commenti di natura morale prova che in effetti si debba trattare di qualcuno abituato, o meglio, assuefatto alle vicende "di famiglia".
Alfani viene paragonato ad altri famosi briganti del tempo, come il brigante Alfonso Piccolomini (anche lui di nobile lignaggio, figlio di Giacomo e nipote di Antonio Maria del ramo Piccolomini-Todeschini) ultimo duca di Montemarciano, ma anche all'Innominato dei "Promessi Sposi" del Manzoni.
Francesco Alfani nasce nel 1563 da Severo Alfani (discendente del famoso giurista Bartolo) e Isabella Signorelli. Ebbe tre fratelli piu' grandi (Raffaelle, Flaminio e Teseo) ed evidenzio' sin da subito un'indole molto vivace. La descrizione che l'autore fa di Francesco e' quella di una persona di media statura, dai capelli castani e il viso florido, costituzione delicata e carnagione pallida; il suo modo di parlare era preciso e puntuale anche se di poche e pesate parole; molto risoluto e veloce nel pensare e nello scegliere le posizioni di vantaggio, imperioso e di poca coscienza.
Da questa decrizione si puo' evincere una personalita' forte, egocentrica, abituata al comando ma anche scaltra e con pochi scrupoli; una volonta' ferrea al servizio di una mente calcolatrice e acculturata visti gli studi in lettere cui la famiglia lo aveva indirizzato.
All'eta' di 12 anni Francesco perde il padre e per i tre anni successivi viene allevato dalla madre; ma a 14 anni interrompe lo studio delle lettere per arruolarsi nell'esercito.
A 21 anni accadde il fatto che indirizzo' la vita di Francesco verso l'oscurita'. Nell'anno 1584 a Perugia si stava giocando al "calce", il gioco del pallone di cui ancora restano tracce nella Rocca Paolina. Guelfi e Ghibellini erano i contendenti e attiravano una gran folla di nobili e popolani.
Tra gli spettatori vi era Alfani che, bardato con mantello e spada, si era messo a guardare i giocatori. Uno di essi, il cavaliere Anastagi, lo vide e gli si avvicino' chiamandolo "Bardassone" in tono canzonatorio. Francesco rispose per le rime e Anastagi, di maggiore eta', lo schiaffeggio' ripetutamente.
Alfani mise mano alla spada ma la gente intorno a loro intervenne e impedi' ai due giovani di degenerare. Anastagi torno' in campo per il gioco e Alfani si allontano' dopo poco.
Il mattino dopo i due si incontrarono di nuovo davanti alla porta del palazzo [probabilmente la residenza di Anastagi a Perugia n.d.a.] e Alfani sfido' l'altro a "mettere mano alla spada". Ma il servitore che era con il cavaliere, certo Belardino, si fece avanti e colpi' Alfani alla mano prima che questi potesse estrarre. Poi accorsero i fratelli di Anastagi e parenti e amici di entrambe le parti li dividero per la seconda volta.
Francesco Alfani non dimentico' l'affronto subito per mano del servitore di Anastagi e pianifico' con cura la sua vendetta: egli, in compagnia di Loscio, un contadino di Casteldarno, si apposto' dietro un vicolo e quando Belardino passo' per Porta Susanna di ritorno da una commissione, gli spararono vigliaccamente alle spalle con gli archibugi. Belardino trovo' la forza di trascinarsi fino all'abitazione di Anstagi dove mori' proprio sulla soglia.
Da quel momento Francesco Alfani lascio' la citta' e si rifugio' a Valfabbrica vicino Casteldarno e Civitella (che era territorio degli Anastagi). Chiamo' il suo servitore, Allegretto (che era con lui durante il secondo scontro con Anastagi e Belardino) e gli impose di uccidere un Anastagi.
Allegretto dovette obbedire e si mise in agguato nel vicolo di San Giovanni Rotondo e attese: il primo Anastagi che passo' fu Ippolito, un cugino della famiglia. Allegretto gli sparo' con una pistola ma non lo colpi'. Poi ando' da Francesco e gli racconto' l'accaduto.
Francesco con modi cortesi invito' Allegretto a Casteldarno e li' "...a un giardino detto le Fratte, contiguo alle mura castellane...", fece scavare una fossa vicino a un Bergamotto, lo tramorti' e poi lo seppelli' ancora vivo.
Alla morte di Sisto V lo Stato della Chiesa si adopero' per riorganizzare i governatori delle varie porte delle citta' pontificie. Ad uno zio degli Anastagi venne assegnato questo compito, e gli Anastagi, convinti che l'omicidio di Belardino fosse stato perpetrato su consiglio di Mariano Alfani (Loscio infatti serviva nella sua casa), lo sorpresero un giorno in una bottega e gli spararono con gli archibugi, poi lo pugnalarono diverse volte fino a lasciarlo moribondo.
A questo punto la faida tra Alfani e Anastagi degenero' e coinvolse le due famiglie in blocco: Raffaele, il fratello maggiore di Francesco, incontro' il bandito Alfonso Piccolomini di Montemorciano, e la madre dei due, Isabella, "...donna sanguigna e suberta, non atta a ricevere ingiurie.." chiamo' Francesco con i suoi uomini per ottenere vendetta nei confronti di alcuni proprietari terrieri della zona. Ma il vero scopo era armare i contadini e poi attaccare il castello di San Biagio dove si era rifugiato il governatore pontificio, lo zio degli Anastagi Claudio Valeriani, che aveva sostenuto con la sua autorita' l'assassinio di Mariano Alfani.
Francesco mando' un contadino e un cane con un messaggio, scortato da uomini armati; quando la banda giunse nei pressi di San Biagio tutti si nascosero pronti a intervenire, ma solo il contadino con il cane si avvicinarono alle mura, chiedendo di entrare per recapitare un messaggio a Claudio Valeriani da parte del cavaliere Anastagio.
Le porte si aprirono e l'uomo e il cane vennero condotti al capezzale di Valeriani che doveva ancora alzarsi. Mentre il governatore apriva il messaggio, l'assassino gli sparo' a un fianco e poi usci' dal castello, si riuni' ai suoi compagni e torno' a Pieve Caina da Isabella e Francesco. Questi intanto aveva fatto prelevare vivo uno degli offensori della madre e, mentre appiccava il fuoco a tutti i possedimenti del prigioniero e dei suoi amici, lo getto' in uno dei casolari in fiamme e attese che bruciasse vivo.
A quel punto anche Isabella era diventata un bandito, cosi' Francesco la mando' a Sartiano dove il secondo marito aveva alcuni beni, e sapendola al sicuro fece ritorno a Casteldarno.
Questo era divenuto il nuovo rifugio di Francesco e dei suoi uomini: si trattava di un antico possedimento di famiglia, posto vicinissimo al territorio degli Anastagi ma anche al confine con il Ducato di Urbino.
"...Casteldarno – riporta l'antico documento – "e' posto in una collina o monticello di un quarto di miglio di salita ripida,...circondato da selve per spazio di un tiro di lungo schioppo...che chi non sa il paese non vi puo' facilmente pervenire..."
A Casteldarno gli Alfani progettavano attacchi e vendette contro gli Anastagi, ma anche quest'ultima famiglia, venuta a conoscenza della morte di Claudio Valeriani e indovinandone il mandante, tramavano nell'ombra: convinsero un prete, il cui fratello Taviano serviva all'interno delle mura di Casterldarno, a prendere contatto con lui. Quindi spedirono una missiva a Taviano intimandogli di andare a Perugia immediatamente se voleva vedere suo fratello ancora vivo. Consigliatosi con i tre fratelli Alfani, Taviano ottenne il permesso di andare anche se era tarda notte: lungo la strada per Perugia, nei pressi di Civitella, il prete chiamo' il fratello che, riconosciutolo, si fermo'. Allora comparirono Anastagio e il cavaliere, che lo invitarono presso la loro abitazione e, tra doni e minacce, lo convinsero a portare con se' un veleno molto potente.
Taviano torno' a Casterldarno il giorno dopo e durante la cena, non visto, sparse il veleno nel cibo che gli Alfani e gli altri uomini si accingevano a consumare.
Ma qualcosa ando' storto, perche' la zuppa che conteneva il veleno produsse delle strane bolle e della materia verdastra; allora Taviano corse ai ripari gridando agli Alfani di non mangiare il cibo perche' avvelenato; ma alcuni degli uomini lo avevano gia' mangiato e si ammalarono gravemente.
Francesco Alfani interrogo' la cameriera e suo marito che, terrorizzati, proclamarono la propria innocenza.
Taviano nel frattempo teneva ogni porta chiusa a chiave e controllava personalmente cibi e bevande. Di li' a poco un messaggio venne recapitato al castello, che' il prete fratello era peggiorato e si richiedeva la presenza di Taviano a Perugia d'urgenza.
Il messaggio era chiaro, gli Anastagi volevano conferire con lui. Approfittando della fiducia che i tre Alfani riponevano su di lui, Taviano usci' per la seconda volta da Casteldarno e non torno' per piu' di tre giorni. Al che Francesco Alfani invio' missive ad amici a Perugia chiedendo notizie del prete malato: gli venne risposto che quel prete non si trovava in citta' e che non era mai stato malato, ma anzi che si trovava presso la famiglia Anastagi a Civitella.
La verita', per quanto soprendente, non poteva essere che una: il fedelissimo Taviano li aveva traditi ed era lui che aveva introdotto il veleno a Casteldarno.
Una notte, una spia di Francesco confermo' che il prete era rimasto a dormire a Perugia, e il nobile agi' immediatamente: cavalco' fino alla citta' con alcuni uomini, entro' nella casa del religioso e la perquisi', trovando le lettere che provavano il complotto. Allora il fratello di Taviano venne trascinato a Casteldarno dove, nudo e appeso per i polsi, venne preso a cinghiate fino a quando non confesso' tutto. Francesco lo fece seppellire ancora vivo nel giardino accanto ad Allegretto.
Era il 1590 quando venne nominato Papa Gregorio XIII. Gli Alfani si muovevano spesso tra Casteldarno e "Fiorenza" e il Monte di Santa Maria.
Raffaello Alfani, il maggiore dei tre, era in carcere a Roma e questo tratteneva gli altri fratelli dal compiere mosse azzardate; nel 1592 Gregorio XIII mori' e venne nominato Clemente VIII, e gli venne segretamente consigliato, dal Ducato di Firenze e dai Della Corgna, di inviare gli Alfani incluso Raffaello ad Avignone a combattere contro gli Ugonotti. Il Papa accetto' di mettere gli Alfani sotto la diretta responsabilita' del Generale Della Corgna e questi, dopo essersi fatto promettere che ne' Francesco ne' Raffaello dovessero molestare gli Anastagi, diede loro un salvacondotto e li porto' con se' in Francia.
Per otto mesi gli Alfani seguirono il Generale in varie battaglie ma passato l'inverno, l'indole ribelle di Francesco si fece di nuovo sentire: contro il parere del Generale, egli prese sei uomini e torno' in Italia a Casteldarno dove formo' una nuova banda di briganti stringendo alleanza con Angelo Boncambi, anche egli espulso da Perugia.
Un gioro capito' all'osteria della villa di Pianello un giovane riccamente vestito e ben armato, proveniente da Casa Castalda. Vide Francesco Alfani e tento' la fuga ma questi lo prese e lo porto' a Casteldarno dove lo interrogo' con i soliti metodi brutali. Venne a sapere che egli era stato uno di quelli che avevano aggredito e quasi ucciso Mariano Alfani. A Francesco non serviva altro.
Trascinatolo nel giardino, ve lo interro' ancora vivo.
L'alfiere di Casa Castalda aveva anche fatto i nomi di altri due uomini che furono implicati nell'aggressione di Perugia; Francesco Alfani prelevo' entrambi dalle loro abitazioni, li porto' a Casteldarno e, dopo averli torturati, li seppelli' vivi nel giardino.
Era, in quel tempo, governatore di Perugia Monsignore Schiaffinato, un uomo molto crudele che non esitava ad impiccare donne incinte se queste venivano accusate di aiutare i banditi. Venuto a sapere dei misfatti di Francesco Alfani e Angelo Boncambi, Schiaffinato mise una taglia di 500 scudi sulle loro teste. Ma Francesco Alfani oso' ancora di piu', portando a 4,000 scudi la ricompensa per coloro che gli avessero consegnato il governatore.
Sempre in quei giorni l'Alfani, forte del numero di banditi che aveva al seguito, torno' in citta' una notte e avvicino' (circondandolo) il bargello, un certo Sidrac, intimandogli di chiudersi in casa e non uscire fino al giorno dopo. Gli venne ordinato anche di consegnargli un suo poliziotto.
Il bargello non pote' far altro che ubbidire e fece quanto gli era stato chiesto.
Francesco e la sua banda andarono allora in tre abitazioni diverse e, sempre usando il poliziotto per farsi aprire le porte, prelevarono tre uomini: Gianpaolo Maravalle, un garzone (Santi) e un contadino che evidentemente dovevano avere conti in sospeso con Alfani. Tutti e tre vennero condotti fuori citta' e sgozzati. Poi i briganti tornarono a Casteldarno portandosi con loro il poliziotto.
Nel frattempo Sirac aveva denunciato gli avvenimenti della notte precedente a Schiaffinato, il quale viveva rinchiuso nel palazzo circondato da guardie per timore della propria vita.
Quando il nuovo priore dei Celestini rifiuto' di accordare all'Alfani lo stesso trattamento di favore che il priore precedente gli usava, e anzi chiese un intervento armato, Schiaffinato invio' immediatamente i mercenari Corsi e Albanesi all'abbazia che era assediata dalle bande di Alfani e Boncambi riunite.
La battaglia duro' due giorni e alla fine i banditi dovettero ritirarsi.
Francesco Alfani si ritiro' a Sorbello, un possedimento Borbone e pertanto sicuro, e rimase li' alcuni giorni pensando ossessivamente a due cose: tornare a Casteldarno e vendicarsi del priore.
Il quinto giorno parti' per fare ritorno al suo castello e, passando per l'abbazia, fece nascondere i suoi uomini nei boschi. Poi studio' la conformazione del convento e si informo' presso i contadini del luogo delle abitudini dei frati: venuto a conoscenza che esistevano tre porte d'accesso e che il priore le faceva richiudere sveltamente appena il visitatore fosse entrato, mise in atto la sua vendetta.
Fece travestire uno dei suoi da mendicante e lo armo' con una grossa pietra. Poi lo mando' a bussare alla porta chiedendo l'elemosina. Tanto fu convincente che il frate guardiano infine apri' le porte e nell'ultima il falso mendicante getto' la pietra' cosi' che questa non poteva piu' chiudersi. Allora Francesco Alfani guido' l'assalto e l'abbazia fu presa facilmente: gli otto frati vennero messi ai ceppi nelle prigioni sotterranee e il priore venne legato a un ceppo per i testicoli e lasciato li' sofferente.
L'abbazia venne razziata del cibo, delle armi, delle munizioni e delle vettovaglie. Poi Francesco ebbe un'intuizione: entro' nella chiesa dove uno dei frati stava dicendo messa e annuncio' al popolo di essere stato nominato dal priore suo elemosiniere per via della carestia che aveva colpito il contado quell'anno.
Ai castelli vicini Francesco mando' araldi invitandoli a partecipare alla divisione e a non fare parola ad alcuno di questo, o i maschi sarebbero stati mutilati, le donne violentate, le case bruciate.
Sia per bisogno che per minaccia confluirono all'abbazia le genti di una decina di castelli e delle campagne, cosi' in mezza giornata tutto il cibo venne distribuito tra i contadini, tranne una parte (incluse le armi e le munizioni) che venne caricata su carri per essere trasportata a Casteldarno. Coloro che non vollero partecipare alla spartizione vennero selvaggiamente picchiati e poi furono usati come bestie da soma per trasportare beni e attrezzi.
Naturalmente una cosi' vasta operazione non poteva essere tenuta segreta a lungo e infatti il governatore Schiaffinato venne informato della "carita' dell'Alfani" e invio' subito tutte le sue truppe a disposizione, mercenari e regolari, incluso il popolo, verso l'Abbazia dei Celestini, sperando questa volta di catturare il nobile brigante.
Ma Francesco era diventato un eroe tra la popolazione delle campagne e nessuno dei contadini, seppur costretto a impugnare le armi, oso' sparare a lui o ai suoi uomini.
Dopo sei giorni passati nell'abbazia, Alfani decise che era giunto il momento di fare ritorno a Casteldarno e si appresto' a uscire con i muli carichi di provviste e armi, avendo nel frattempo chiesto a Boncambi di raggiungerlo per fare il viaggio insieme.
Schiaffinato, non potendo fare altro che prendere atto che le genti dell'Arna non avrebbero mosso un dito contro Francesco Alfani, una mattina monto' su una carrozza scortato da sei guardie e torno' a Roma lasciando il governo di Perugia a un suo luogotenente. Questa fu un'altra vittoria che accrebbe il potere di Alfani sul territorio. Ma Francesco sembrava non avere interesse alle questioni politiche, piuttosto escogitava sempre nuovi stratagemmi per compiere le sue vendette personali.
Il suo nuovo obiettivo fu un certo Pietro Paolo Tei soprannominato Il "Lana" che acquistava terreni nell'area di Pianello che apparteneva agli Alfani; Francesco lo aveva piu' volte ammonito a non comprare, o a vendere quello che aveva gia' acquistato, ma Tei lo aveva sempre ignorato.
Cosi' una sera Francesco e la sua banda assediarono la villa di Tei e le diedero fuoco, convinti di aver intrappolato il proprietario al suo interno; invece il "Lana" era dovuto andare in fretta a Pilonico per certi affari e cosi' vide l'incendio di casa sua da lontano.
La villa e il mulino bruciarono per nove giorni fino alle fondamenta e da Perugia vennero inviati quattromila uomini tra Corsi e Albanesi alla volta di Casteldarno, ma incredibilmente Alfani e Boncambi, i cui uomini raggiungevano la cinquantina, riuscirono a tenerli in scacco sparando con cannoncini dalle colline.
Fino a quando Angelo Boncambi con i feriti si rifugio' a Valfabbrica e poi nel Ducato di Urbino che era al di fuori dello Stato Pontificio.
Da li' Francesco Alfani e i suoi banditi razziarono le pianure al di la' di Castel Rigone, fino Panicale e Citta' della Pieve, per poi fermarsi a Pieve Caina a trovare la madre di Francesco.
Li' l'Alfani, invidiando il cavallo di un certo Ludovico Severi (che glie lo aveva rifiutato), si vendico' bruciandogli la porta del casale e il podere, e danneggiandogli il terreno.
Poi ando' a Montalto a trovare Angelo Boncambi con l'intenzione di andare poi insieme a Casteldarno. Lungo la strada incontrarono un giovane perugino, Francesco Franchi, che accompagnava una bellissima cortigiana chiamata Nora. I due banditi li presero con se' e per loro uccisero alcuni nemici, ai quali aggiunsero un trombetta per poter meglio celebrare le loro gesta. Scrive l'autore del documento che in quel momento le due bande insieme erano di circa 100 formidabili banditi, un gruppo temutissimo da tutti.
Durante una battaglia con il capitano dei soldati perugini Girolamo Giordani, Francesco Franchi, Nora e il trombetta vennero catturati e imprigionati a Perugia. I primi due confessarono i loro crimini ma anche che il Capitano Giordani aveva donato a Francesco Alfani una cavalla e delle munizioni di nascosto per evitare che gli venissero bruciati i beni. Quindi lo stesso capitano fu incarcerato e sarebbe certamente stato decapitato se un Monsignore (di cui non si fa il nome) non fosse venuto apposta da Roma per aiutarlo. La sua influenza fece si' che Nora e Francesco Franchi venissero impiccati e il capitano liberato e riabilitato.
Di ritorno a Pieve Caina, Francesco Alfani assieme alla madre incendiarono tre proprieta' dei loro nemici bruciando vivi i proprietari, con grande soddisfazione di Isabella.
Poi madre e figlio si spostarono a Sartiano e li' una spia rivelo' all'Alfani che gli Anastagi con dodici uomini sarebbero passati per Monte Petriolo e potevano essere uccisi facilmente.
Francesco non perse l'occasione e si apposto' con i suoi uomini su entrambi i lati della strada, in attesa. Ma destino volle che per quella strada passavano i potenti signori Graziani con alcuni uomini, e questi vennero dai banditi confusi per gli Anastagi, cosi' che quasi tutti rimasero feriti o morti.
Francesco, resosi conto dell'errore e non volendo inimicarsi quella potente famiglia, si ritiro' velocemente, ma qualcuno aveva visto la sua banda muoversi quel giorno e quindi i Graziani vennero a conoscenza di chi li aveva aggrediti. A nulla valsero le scuse dell'Alfani, perche' gli offesi non le vollero accettare e anzi gridavano vendettta.
Allora Francesco si imbarco' con alcuni dei suoi uomini alla volta di Avignone per prendere servizio agli ordini del generale Ascanio della Corgna (figlio di Diomede, succedutogli nel comando).
Ma Ascanio, sapute le ragioni di Francesco lo mando' dall'altra parte del Rodano dal Duca di Montmorency e li' il nobile brigante rimase per un anno e mezzo.
Grazie a diverse lettere di raccomandazione scritte dal duca e da altri signori (Duca di Lavena e lo stesso Ascanio), Francesco Alfani infine si riappacifico' con i Graziani e pote' fare ritorno a Perugia trionfante e con in piu' il perdono del Papa. I suoi settanta e piu' delitti e atrocita' commesse fino a quel momento vennero insabbiati ad arte.
Francesco Alfani pote' cosi' partecipare alle feste dei nobili di Perugia e conservare la sua apparenza di gentiluomo. Ma in realta' non riusci' mai a placare la sua natura bestiale: venne alle orecchie del governatore della citta', Alessandro Centurioni, il seguente racconto dalla viva voce di un muratore nelle vicinanze di Casterldarno, padre di tre figlie.
Una notte Francesco con alcuni suoi uomini busso' alla porta del muratore e, visto che nessuno gli apriva, sfondo' la porta e violento' la figlia maggiore.
In una seconda occasione, questa volta con il padre in casa, Francesco entro' e picchio' selvaggiamente il muratore, piu' tardi sfregiandogli il volto con il pugnale. Il pover'uomo non aveva osato sporgere querela per paura di perdere la vita.
In un'altra occasione quattro uomini mascherati erano entrati nel castello di San Gregorio dove viveva un contadino benestante chiamato Pietro Grosso, che venne presso e tagliato a pezzi con le asce di fronte alla moglie. In questo caso nessuno seppe mai l'identita' degli assassini ma, disse il muratore, nelle campagne si fece un solo nome: Francesco Alfani.
Sentite queste storie, Centurioni ordino' al bargello di andare a prelevare Alfani a costo della vita.
Una mattina Francesco Alfani passeggiava con Marcello Cavaceppi davanti alle porte del palazzo quando venne avvicinato dal bargello e due poliziotti, che gli si avventarono per catturarlo. Ma Alfani si libero' del bargello e feri' i due poliziotti: altri uscirono dal palazzo e Francesco fuggi' ma nel correre si storse una caviglia malamente. Dovette allora rifugiarsi in un cortile cieco (era la casa di Cesare Montesperelli) e, dopo un'inutile resistenza, si arrese e venne sbattuto nelle segrete di Perugia.
Mentre era prigioniero nelle carceri di Perugia, Francesco Alfani riceveva spesso la visita della moglie del carceriere Antifena con la figlia di dieci anni, Stratonica. Antifena offri' la figlia in moglie a Francesco e questi, sempre pronto a sfruttare ogni piccola occasione, finse di assecondare la richiesta, chiedendo a Stratonica di visitare sua madre Isabella con un biglietto.
Isabella ricevette le istruzioni di elargire doni alla bambina e farsela amica; Stratonica torno' da sua madre felicissima dell'incontro e Francesco la convinse ad aiutarlo nella fuga. Una notte la bambina prese le chiavi della prigione dal padre assieme a una borsa di denaro e dei gioielli. Ma il rumore della chiave che apriva la cella sveglio il poliziotto di guardia e Francesco non pote' fare altro che rientrare nella cella e coricarsi vestito.
Il carceriere, svegliatosi, si rese conto dell'inganno di Stratonica e la giovane complice venne spedita in convento a San Gemini dove, nel 1633, in qualita' di badessa, fu visitata da Alessandro Alfani.
Dopo alterne vicende fini' nelle carceri Perugine anche il cavaliere Coppoli che era stato uno degli artefici della prigionia di Francesco Alfani; questi, vistolo in catene, ne provo' compassione e cosi' il cavaliere approfitto' dell'incontro per scusarsi degli errori passati e gli dono' settecento scudi. Poi venne decapitato sulla pubblica piazza assieme a uno degli Anastagi (anch'esso catturato).
Francesco Alfani fu trasferito all'interno della fortezza mentre si cercava di mettere insieme il processo contro di lui; gli altri fratelli (il capitano Raffello, Teseo, Flaminio, e Alessandro Alfani) si dispersero un po' dovunque.
Tre eventi fortunati furono determinanti nel destino di Francesco Alfani: un tale Luzio ando' a trovarlo pregandogli di aiutarlo a far cessare le persecuzioni di cui era vittima da parte dei suoi due generi: gli pago' ottocento scudi e Francesco, tramite suo fratello Raffaello, sequestro' le proprieta' dei due generi guadagnando cosi' una somma considerevole (seimila scudi); Piero Paolo Tei, che al tempo dell'incendio della sua casa non era rimasto ucciso, ma che vedeva sempre la sua vita appena a un filo, decise di chiedere perdono a Francesco Alfani e si reco' a Casteldarno. Trovandovi Raffaello gli propose di ricostruire il mulino pagando la meta' dei costi se questi lo avesse aiutato a riappacificarsi con Francesco. Raffaello accetto' e prese la donazione in denaro; qualche altro migliaio di scudi, infine, venne donato da un castellano di San Gregorio che aveva avuto a che fare con l'Alfani tempo prima.
La fuga di Francesco Alfani dalla fortezza di Perugia non fu mai stabilita con certezza; lo stesso documento ci informa che la guardia trovo' una fune legata alle sbarre e un pagliericcio ai piedi delle mura, ma secondo altre voci l'Alfani sarebbe uscito direttamente dalla porta principale con la complicita' del castellano Bisdomini.
Il cardinale Bevilacqua, giunto apposta da Roma per istruire il processo ad Alfani, invio' subito un mandato di cattura ma ormai Francesco Alfani era al sicuro.
Subito dopo la signora Ridolfini e un bambino furono trovati morti pugnalati e si disse che l'assassino era Alfani, visto che si sospettava che il fanciullo potesse essere il figlio del cardinale.
Ritiratosi a Casteldarno, sembra che Francesco decidesse di cambiar vita; venne convocato dai De' Medici di Firenze e nominato capitano di galera. Egli condusse la flotta di Firenze in diversi mari e si comporto' sempre con onore e diligenza.
Il capitano Raffaello Alfani fece in modo che suo fratello avesse in moglie l'ultima delle figlie del conte Giulio Cesare degli Oddi, Almenia, e per qualche tempo gli Alfani furono impegnati a esigere i crediti che le loro donne avevano pendenti con certi signori di Roma.
Venne poi il turno dei crediti di Perugia e qui Francesco Alfani dimostro' nuovamente la sua fama sanguinaria: prese di mira un certo Mansueto Mansueti che aveva tolto di sua iniziativa dal monastero la figlia di Elisabetta Bentivogli senza il permesso del conte Cesare e di Elisabetta stessa. Questo perche' alcuni loro parenti non volevano l'unione con gli Alfani (Emilio Alfani in questo caso).
Allora Francesco penso' subito al modo di vendicarsi di tale affronto: riuni' la sua banda ed arrivo' a Cortona, dove fece entrare alcuni dei suoi uomini oltre le porte della citta' e uccidere il cavaliere. Poi ne protesse la fuga dalla citta' con il resto dei banditi.