OLTRE LA VERITA' UFFICIALE
OLTRE LA VERITA' UFFICIALE
ANNO XIV
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Non vi chiediamo di credere, ma di riflettere La Commissione


GHOST FILE PACON2016 - LA BAMBINA CHE NON DOVEVA URLARE 09/08/2017 19:59:54


La Commissione


STORIA DI PALAZZO CONGIUNTI

Palazzo Sinibaldi-Congiunti, connesso alla Porta di San Pietro, che appartiene alla più antica cinta muraria cittadina, ha due particolari portali a bugnato e tracce di un loggiato rinascimentale tamponato. Gli interni conservano ambienti dipinti e soffitti lignei decorati.
Il Palazzo Sinibaldi-Congiunti, con l’annesso giardino-terrapieno, è del XVII-XVIII secolo (ma reimpiega un precedente complesso quattrocentesco). La facciata principale, suddivisa in tre registri da cornici marcapiano, ha un portale a forte bugnato e due fasce di finestre, di cui quelle al primo piano hanno rilievi nella trabeazione che richiamano l’emblema araldico della famiglia Sinibaldi (tre monti sormontati da una stella a otto punte). Sul prospetto opposto si apre un altro bel portale a bugnato, decorato da tre stelle a rilievo, e sopra sono i resti di un loggiato rinascimentale, tamponato e sostituito da finestre. Gli interni, divisi fra più proprietari, conservano alcuni ambienti con pitture a tempera e soffitti lignei decorati. Il palazzo è unito a un altro caseggiato attraverso la Porta detta di San Pietro (in legame forse con un’omonima chiesa posta nelle vicinanze), che appartiene alla prima cinta muraria di Monteleone di Spoleto e reca tracce dell’imposta più antica della primitiva porta-torre.
Il Palazzo Sinibaldi-Congiunti nasce all’estremità sud della parte più antica del borgo di Monteleone di Spoleto, posto sotto alla Chiesa di San Gilberto e sopra via Cesare Battisti, ai civici nn. 10-16. Il compatto complesso sei-settecentesco, disposto su quattro livelli, sorge su un precedente impianto quattrocentesco (riutilizzato appieno). Ha annesso un giardino-terrapieno e segue il dislivello del suolo, formando un visibile angolo acuto nella facciata principale, suddivisa in tre registri da cornici marcapiano. Nata per essere integralmente intonacato, ne risultava con maggiore evidenza il bel portale, con stipiti e arco a forte bugnato costituito dalla giustapposizione di pietre di altezza e larghezza alternate, scalpellate per conferirgli un aspetto di ruvidezza che contrasta con l’intradosso della porta e con due conci di pietra levigata, disposti alla base dell’arco a tutto sesto dell’ingresso. Nel secondo e terzo registro del prospetto sono appoggiate alle cornici marcapiano due tipologie di finestre: slanciate e trabeate quelle inferiori, più basse e lineari quelle superiori. Nella trabeazione delle finestre al primo piano è scolpito a rilievo il simbolo di tre monti posto al centro di due stelle: si richiama la simbologia dell’emblema araldico della famiglia Sinibaldi, costituito da tre monti e una stella a otto punte (o, più precisamente, uno scudo tripartito in fascia d’azzurro, d’oro e d’argento, con una stella d’oro nell’azzurro e tre monti di verde nell’argento). La cornice del tetto è composta da una dentellatura tra due modanature lisce, mentre beccatelli terminali sorreggono le falde lievemente sporgenti della copertura. Su tutta la facciata restano visibili le buche pontaie, usate anticamente per agganciare all’edificio le impalcature necessarie alla costruzione delle parti più alte del fabbricato, nonché impiegate nelle periodiche manutenzioni. Sul prospetto opposto, affacciante su via Cesare Battisti, si apre un altro bel portale a bugnato, decorato da tre stelle a rilievo. Al di sopra di una cornice marcapiano sono i resti di alcune aperture, leggibili come arcate di un loggiato rinascimentale (o altana), successivamente tamponato e sostituito dalle finestre della medesima tipologia di quelle presenti nella facciata principale. Gli interni, divisi fra più proprietari, presentano alcuni ambienti con decorazioni a tempera e soffitti lignei decorati. Il palazzo è unito a un altro caseggiato attraverso la Porta detta di San Pietro, che ricorda forse nella sua toponimia l’omonima chiesa posta nelle vicinanze. Il Cardinale Eroli cita infatti nel 1465 una Chiesa di San Pietro in Monteleone, che

...Si asserisce dipendere dal Capitolo Lateranense e di averne lo giuspatronato uno di Monteleone...”;

il Lascaris nel 1712 indica la stessa chiesa quale beneficio semplice del signor Rasponi, “aperta e male andata” e dunque necessitante di urgenti lavori di ristrutturazione. Alla Porta di San Pietro fa inoltre esplicito riferimento il monteleonese Antonio Piersanti nel 1702:

...il Rione di San Nicolò tutto racchiuso tra le due porte una è quella che sta nell’arco della Torre ove presentemente è l’orologio…l’altra è quella collocata all’arco di San Pietro, che termina con il palazzo dei Signori Sinibaldi...”

Appartenente alla prima cinta muraria del borgo, la Porta di San Pietro si presenta con una semplice e irregolare cortina in pietra, mentre nel vano interno di passaggio sono tracce dell’imposta più antica della primitiva porta-torre. La famiglia Sinibaldi è fra le più ricche e notabili casate monteleonesi. Se ne ha notizia sin dal XV secolo, con Sebastiano Sinibaldi da Monteleone, commissario apostolico e governatore di Mogliano (MC) nel 1569, mentre un P. Bartolomeo Sinibaldi (francescano) appare nel 1613. Fra il XVI e il XVII secolo, un ramo della famiglia si presenta ben inserita anche a Roma, dove ha rilevanti interessi economici e un palazzo all’inizio dell’odierna via Monterone, acquistato da Giulio, che poi lo lascia in eredità ai figli Fabrizio, Amico e Cesare nel 1698. Il ricordo di questa nobile famiglia, originaria di Monteleone, è tutt’ora attestato nella toponomastica capitolina del rione di Sant’Eustachio, con il vicolo Sinibaldi e arco dei Sinibaldi. Il monteleonese Palazzo Sinibaldi viene acquistato nel XIX secolo dalla facoltosa famiglia Congiunti, originaria di Leonessa, giunta a Monteleone di Spoleto nei primi decenni del Settecento con Domenico figlio di Francesco (Francisci Leonissanus). Al comm. Antonio Congiunti è legato, a metà degli anni Venti del Novecento, il lascito personale di £ 20.000 per un asilo, già istituito nel 1916 dal maestro elementare Lorenzo Chimenti e che, dal 1930, prende la denominazione ufficiale di “Asilo infantile Antonio Congiunti”, con sede presso i locali dell’ex convento di San Francesco.



FATTI DI SANGUE A PALAZZO CONGIUNTI?

Monteleone di Spoleto, al pari del vicino paese di Ruscio e di Leonessa, e’ stato teatro di uccisioni ed esecuzioni di massa da parte dei Nazisti durante la seconda guerra mondiale. Basandoci sulla leggenda dei prigionieri ebrei che sarebbero stati trucidati all’interno di Palazzo Congiunti, abbiamo effettuato ricerche di archivio trovando conferma sui fatti di sangue occorsi nelle dette localita’ tra il 1943 e il 1944.
Il 31 Ottobre a Monteleone di Spoleto viene ucciso Nicola Risoldi insieme ad altri tre uomini, durante la prima operazione di rastrellamento compiuta dalla Wehrmacht in questa area di confine fra Umbria e Lazio. Tre delle quattro vittime non hanno alcun legame con i partigiani, ma vengono considerati loro informatori. Dieci giorni prima il gruppo partigiano di Monteleone di Spoleto aveva realizzato un colpo contro un'auto militare tedesca, uccidendo due dei tre passeggeri e facendo un discreto bottino, soprattutto in denaro. La mattina del 31 circa duecento uomini della Platzkommandantur di Rieti muovono in direzione di Leonessa, prendendo poi la strada che conduce in Umbria nel territorio di Monteleone di Spoleto. Le prime due vittime vengono uccise proprio a ridosso del confine, in località Villa Gizzi di Leonessa. Risoldi è il terzo, ucciso senza apparenti motivi a Monteleone. L'ultima vittima sarebbe stata uccisa a Cascia nelle ore successive.
Tra il 31 marzo e il 5 aprile 1944 quattro adulti e un anziano vengono fucilati dai Nazisti a Monteleone di Spoleto, nell’ambito della piu’ ampia operazione di rastrellamento e deportazione della popolazione denominata “Grossunternehmen gegen die Banden” (Grande operazione contro le bande Partigiane), partita il 31 marzo 1943 e che ha investito per circa dieci giorni tutta la zona operativa della brigata “Gramsci”. Catture e deportazioni vi sono state in ogni comune investito, oltre ad incendi, danneggiamenti e cannoneggiamenti di case e interi centri abitati. Le cinque vittime fatte dal rastrellamento in quest'area cadono in due date diverse: Peroni e Poli il 31 marzo in frazione Butino, ma non si hanno a disposizione particolari dettagli sull'uccisione. Il 5 aprile vengono invece catturati e fucilati, a ridosso del pendio a sud-ovest dell'abitato di Monteleone, Bernardini, Ciampini e Sereni, uno dei più noti ed impegnati antifascisti del paese. Sono tutti accusati di connivenza con i partigiani e sostegno in vari modi nei loro confronti. Secondo diverse risultanze documentarie e testimonianze, Ciampini e Sereni vengono addirittura sepolti vivi.
Questo potrebbe essere l’episodio storico che conferma la leggenda sui prigionieri ebrei che sarebbero stati massacrati all’interno di Palazzo Congiunti.
Un evento tutt’ora da chiarire risale tuttavia all’anno prima (marzo 1943), quando viene approntato a Ruscio (frazione di Monteleone) un campo di concentramento per i lavori forzati, dove convivevano civili jugoslavi e montenegrini. Il campo era controllato dal Regio Esercito fascista del XVII Corpo d’Armata al comando del Capitano Arnaldo Mutti.
Dopo essere stato un campo per prigionieri di guerra, quello di Ruscio diviene un campo di lavoro per internati civili, pur restando alle dipendenze di un altro campo per progionieri di guerra, il P.G. N.115 di Morgnano. Cosa, questa, abbastanza singolare.
Nell’aprile 1943 l’Ufficio Prigionieri di Guerra dello Stato Maggiore del Regio Esercito dispone l’apertura di un distaccamento di lavoro presso Citta’ Ducale in provincia di Rieti, composto da 200 internati civili impiegati dalla societa’ “Terni” nella costruzione del bacino del Velino.
Tale distaccamento viene posto alle dipendenze del campo di Ruscio – ed e’ un’altra anomalia.
In effetti sul campo di Ruscio si hanno pochissime informazioni: gli archivisti ci dicono che i primi internati provenivamo da Colfiorito, che lavoravano nella miniera di lignite gestita dalla Societa’ Mineraria Umbra.
Un altro documento che porta la data di agosto 1943 registra una perquisizione effettuata nelle baracche dormitorio degli internati dal comandante del campo, nel corso della quale vengono scoperti, in una fessura del soffitto, dei biglietti contenenti “48 frasi contraddistinte con i numeri da 1 a 48, che hanno tutta l’apparenza di un testo convenuto”. Il documento viene inviato al Servizio Informazioni Militari e, per conoscenza, al comando della II Armata dislocata dall’inizio della guerra in tutta la Jugoslavia occupata ed annessa, cioe’ i luoghi da cui provenivano gli internati a Ruscio. Il 10 agosto, tuttavia, la II Armata risponde di non sapere nulla a proposito del campo di Ruscio, anzi, di non aver mai sentito nominare “ detta localita’ ”.
La ricerca sul campo di lavoro per internati civili di Ruscio e’ ancora in corso e, ad oggi, sembra essere un campo mai esistito.


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LA BAMBINA CHE NON DOVEVA URLARE


La "leggenda di Palazzo Congiunti" parla vox populi di esecuzioni di prigionieri di guerra ebrei che sarebbero avvenute all’interno dell’edificio e che avrebbero scatenato una rappresaglia da parte della popolazione, durante la quale una bambina avrebbe perso la vita, un 24 luglio. Per questo ogni anno, in quel giorno, vi sono persone che giurano di sentire un lamento, o pianto, di bambina provenire dall’interno delle mura del palazzo. Noi del Gruppo The X-Plan abbiamo voluto indagare la veridicita’ o meno di questa leggenda e abbiamo ispezionato Palazzo Congiunti in due occasioni: una prima visita, assieme ai conproprietari della struttura (famiglia Jachetti), avvenuta di giorno per familiarizzarci con gli interni e capire il tipo di attrezzatura che sarebbe stato necessario per i nostri rilevamenti; e poi l’indagine vera e propria, la notte tra il 23 e il 24 luglio.
Il nostro primo colloquio con i conproprietari del Palazzo e’ servito ad avere un’opinione diretta sulla leggenda, sulle condizioni dell’edificio e sulla sua storia, cosi’ da ricalibrare le innumerevoli voci che rimbalzano in rete in merito alle "presenze" di Palazzo Congiunti. In particolare, vari siti di mistero riportano la leggenda della bambina il cui spirito infesterebbe l’interno del palazzo, unita ad un’esperienza vissuta da alcuni ragazzi di Ruscio che si sarebbero trovati faccia a faccia con un carro fantasma guidato da alcuni incappucciati, proprio di fronte all’ingresso dell’edificio. Essi sarebbero stati addirittura inseguiti dall’apparizione.
Mentre di questo episodio i conproprietari hanno affermato di non avere mai sentito nulla, sulla leggenda della bambina ci hanno detto che e’ da tempo che si sente raccontare, ma non sono stati in grado di darci un’indicazione sui testimoni o sulla fonte della storia.
Non ci rimaneva che passare all’esplorazione della struttura, formata da quattro piani piu’ due seminterrati, un pozzo e un ampio giardino panoramico che si apre sulla vallata orientale.

SOPRALLUOGO

Ci siamo trovati all’ingresso di Palazzo Congiunti intorno alle diciotto e trenta postmeridiane. Mentre la nostra guida tentava di aprire il pesante portone d’ingresso (che ancora possiede una enorme serratura antica) noi intendevamo effettuare alcuni scatti fotografici alle finestre della facciata frontale. La nostra Canon semi-reflex non si e’ accesa. Abbiamo controllato le batterie, le abbiamo sostituite nel caso fossero scariche, ma inutilmente. Poi, quando abbiamo re-inserito le batterie originali si e’ accesa ma l’obiettivo si e’ azionato, uscendo e rientrando nel corpo della macchina ininterrottamente per quasi un minuto. Durante tale anomalia, il portone di Palazzo Congiunti non era stato ancora aperto.
Abbiamo calcolato di essere rimasti fuori dell’ingresso per parecchi minuti prima che, finalmente, la chiave si decidesse a sbloccare la serratura e, a quel punto, il portone in legno e’ stato spinto verso l’interno. Eravamo pronti per entrare quando ci siamo accorti che una ragazza e una bambina si trovavano dietro di noi sulla strada altrimenti deserta. La bambina ha chiesto se potevano accompagnarci nella visita del palazzo e il conproprietario ha acconsentito.
Siamo saliti lungo la scalinata che dall’ingresso porta ai piani superiori e abbiamo cominciato l’esplorazione delle stanze. Il primo piano possiede un ampio salone con un camino, di fronte al quale e’ appoggiato un grande quadro che mostra il volto severo di un uomo con lunghi baffi e portamento austero.  Segnamo questa stanza come uno dei punti dove posizionare l’attrezzatura durante l’indagine notturna.
Dal salone si passa a stanze piu’ piccole attraverso due ingressi laterali. A differenza del salone, le altre stanze sono piene di oggetti di ogni tipo, da armadi e cassettiere e sedie, statue di gesso, lampade, libri, materassi tutti apparentemente li’ da anni (questo poi ci verra’ confermato dai conproprietari). In una stanza ci viene mostrata una botola piuttosto stretta dove nessuno degli attuali proprietari e’ mai entrato. Illuminiamo l’apertura con una torcia e vediamo una sedia di legno sistemata sul pavimento di quello che sembra un cunicolo. Ci procuriamo una scala e scendiamo. Si tratta in effetti di una stretta galleria che pero’ e’ murata dopo pochi metri in entrambe le direzioni. Segnamo anche questo luogo per il rilevamento notturno.
Il secondo piano e’ simile nelle dimensioni al salone sottostante e privo di oggetti, ma il pavimento e’ interamente coperto di escrementi di uccelli, frammenti di legno e polvere. Un’apertura d’angolo porta ad un altro ambiente che conduce, infine, al sottotetto.  Mentre esploravamo questi ambienti la bambina, che ci seguiva con molta curiosita’, ha parlato della leggenda della sua coetanea che abiterebbe ancora all’interno delle mura, dicendo di averla sentita da alcune persone del paese.
Finito di mappare il terzo piano chiediamo di visitare i seminterrati. Ad essi si accede mediante una scala che parte dall’ingresso principale (e qui la bambina e la ragazza ci salutano ed escono di scena, le ritroveremo piu’ tardi su una delle piazze di Monteleone insieme ad altri giovani). Nel primo sottolivello si trova un corridoio circolare che passa attravero tre ambienti che portano tracce di un precedente uso di bar o pub, con tanto di scritta in latino e ganci forse per appendere lampade. Terminato il “loop”, il corridoio centrale conduce al giardino e al pozzo. Quest’ultimo e’ stato sigillato per impedire che bambini potessero incautamente cadervi dentro. Non sappiamo incidenti di questo tipo siano avvenuti in tempi recenti. Il giardino e’ ampio e costeggia un salto di parecchi metri sulla strada sottostante, prosegue fino ad un cancello in disuso, oltre il quale vi e’ una delle strade di Monteleone. Il giardino sara’ da noi esplorato accuratamente la notte del 23 luglio.
Rientriamo e affrontiamo l’ultimo ambiente, il secondo livello seminterrato. Questi e’ posto al di sotto del livello del giardino e presenta una notevole differenza di temperatura rispetto agli altri locali, essendo di almeno cinque gradi piu’ freddo. Una piccola finestra e’ l’unica apertura con l’esterno; le pareti sono scavate direttamente nella roccia e non sono presenti particolari oggetti di rilievo, anche se poi durante l’ispezione notturna avremmo scoperto chi l’abitava.
Tornati al primo livello seminterrato ci viene indicato un altro locale che si apre direttamente su parte delle fondamenta del palazzo. Per accedervi bisogna usare una scala che, dato lo spazio di movimento piuttosto ridotto, necessita di estrema cautela. Decidiamo di eplorare le fondamenta in Luglio.
Dal sopralluogo diurno abbiamo ottenuto mappatura dell’edificio, marcato zone sensibili dove posizionare strumentazioni di rilevamento, annotato possibili zone a rischio e quelle dove usare estrema cautela. Presi gli ultimi accordi con i proprietari, abbiamo lasciato Monteleone.

INDAGINE

Il 23 luglio eravamo davanti al portone di Palazzo Congiunti intorno alle ore ventitre’ postmeridiane. Il silenzio della notte, una notte di luna praticamente ancora piena (76 per cento di visibilita’), le strade deserte, una leggera foschia e l’aria fresca tipica delle zone di montagna rendevano l’atmosfera molto suggestiva. Questa volta la grossa chiave in ferro battuto non ha creato molti problemi e siamo entrati abbastanza agevolmente. Le strumentazioni funzionavano perfettamente al primo “check-up”; come prestabilito, abbiamo ripercorso l’itinerario studiato durante il sopralluogo, soffermandosi sui punti che erano stati marcati come “sensibili”, in altre parole, come potenziali luoghi per l’individuazione di segnali anomali o interferenze elettromagnetiche. Dopo aver esplorato il primo piano ci siamo divisi, ciascuno di noi in una stanza in attesa. Eravamo “dark” ma “on” (nel nostro codice significa senza illuminazione ma in contatto radio). Trascorso il tempo prestabilito e, dopo aver prodotto l’iter di rilevamento (scatti fotografici, registrazioni audio, panoramica dell’ambiente con visore notturno, annotazione della disposizione degli oggetti presenti) abbiamo controllato i sigilli agli ingressi e ci siamo riuniti presso la botola. Abbiamo effettuato le medesime analisi al di sotto del pavimento, nel tunnel murato, per poi terminare il giro dei piani superiori al terzo piano, incluso il sotto tetto.
L’esplorazione dei due livelli di seminterrato ha richiesto invece molto piu’ tempo, in quanto abbiamo dovuto trasportare una scala per poter accedere alle fondamenta del Palazzo. Un pipistrello ci ha accolto all’ingresso del piccolo ambiente antistante le fondamenta, poi in qualche modo e’ sparito e non siamo riusciti a localizzare un’eventuale foro comunicante con l’esterno.Le fondamenta erano caratterizzate da multipli strati di terriccio e pietre ammassate a ridosso delle pareti, che portavano ancora i segni di tunnel che, in epoca antica, potevano essere vie di fuga o passaggi segreti per chi voleva entrare o uscire non visto. Purtroppo tutti i possibili ingressi che abbiamo individuato erano murati.
Il “loop” o corridoio circolare non ha creato molti problemi. Ci siamo soffermati ancora sui ganci, sulle logore corde che pendevano dal soffitto, e sul celebre motto di Orazio “Nunc Est Bibendum”. E’ un motto che potrebbe suonare goliardico se preso singolarmente, ma se contestualizzato nella sua fonte (Ode I, 37) si capisce che e’ un brindisi che sa di morte, di pazzia e di veleno di serpente. Niente e’ cio’ che sembra quando si esplorano antichita’ e abbandono e, per completezza, crediamo opportuno sempre andare oltre le apparenze, per quanto scontate esse possano apparire.
Abbiamo quindi deciso di eplorare il giardino lasciando il secondo livello seminterrato per ultimo. Un enorme albero con rami bassi e fitti era l’unica pianta nell’area che altrimenti era caratterizzata da erba alta e cespugli vicino alle mura di cinta della citta’. Il Palazzo infatti era costruito su uno dei bastioni superiori dell’antica fortificazione di Monteleone, e il giardino vi usciva al di fuori. Abbiamo impiegato circa trenta o quaranta minuti per ispezionare l’esterno fino al cancello che dava sulla strada. Infine e’ venuto il momento di scendere nel secondo seminterrato. Come ci aspettavamo, la temperatura al di sotto del livello del giardino era piuttosto bassa ma quello che ci ha colpito e’ stato un suono leggero ma perfettamente udibile, continuo e regolare, come la vibrazione di un motorino o di una lampada. Elettricita’ statica che scaricava da qualche parte nella cantina, abbiamo pensato. Ma non c’era illuminazione elettrica ne’ segni di cavi scoperti, e tantomeno segni di quadri elettrici o impianti meccanici.
Ci siamo separati ispezionando le pareti di roccia e, alla luce delle torce, ci si e’ rivelata la fonte del suono: migliaia di zanzare erano ammassate sulle pareti e ronzavano ininterrottamente. La cantina ne era letteralmente satura. Siamo immediatamente andati “dark” e siamo usciti piu’ in fretta possibile. Fortunatamente gli insetti non si sono mossi.
L’esperienza di Palazzo Congiunti ci ha fornito diverse conferme: la prima e’ che apparizioni o infestazioni di edifici non si rivelano con fenomeni “ad effetto” come urla, voci, porte che sbattono, luci sospese (salvo rarissimi casi), ma sono spesso una combinazione di segnali, situazioni apparentemente slegate tra di loro, oggetti o fatti che possono essere facilmente trascurati ma che, come i frammenti di un mosaico, se raccolti e combinati insieme hanno un senso preciso e, in certi casi, possono addirittura comunicare. Il pianto della bambina non lo abbiamo avvertito e nessun carro fantasma ci ha inseguiti all’esterno del palazzo. Ma tra il sopralluogo e l’indagine vera e propria abbiamo potuto osservare e “sentire” Palazzo Congiunti cercando di mantenere rigore ed obiettivita’. E se ci si chiede di dire con assoluta certezza che non vi sono presenze a Palazzo Congiunti, non ci sentiamo di fare una simile affermazione. Si tratta, semmai, di allargare la prospettiva non soltanto al palazzo, ma al territorio circostante. E’ studiando la storia di Monteleone che si puo’ tentare di capire l’origine di certe leggende e tentare di dare un senso logico alle voci che rimbalzano, spesso senza cognizione di causa, in rete.

NOTA: Circa nove mesi dopo la presente indagine ci siamo trovati nuovamente a Monteleone per un diverso tipo di ricerca e per caso abbiamo conosciuto l'altro conproprietario del Palazzo, l'attuale discendente della famiglia Congiunti. Nel breve dialogo intercorso sui fatti sopra elencati, il Sig. Congiunti ha negato recisamente che la leggenda della bambina abbia anche un minimo fondamento di verita'. Egli stesso, abitando una porzione del Palazzo da diversi anni, non ha mai udito ne' visto alcunche' di anomalo.





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