OLTRE LA VERITA' UFFICIALE
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ANNO XIV
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LO SPECCHIO DEL DRAGO 16/09/2016 11:05:12
La magia di Angkor Wat

La Commissione


INTRODUZIONE

Angkor Wat o “Tempio Capitale” e’ un complesso di strutture templari in Cambogia e il piu’ vasto monumento religioso del mondo. Fu prima un tempio Hindu e poi Buddista, costrutito dal re Khmer Suryavarman II all’inizio del XII secolo a Yasodharapura, il sito che oggi e’ conosciuto come Angkor.
Angkor era l’antica capitale dell’Impero Khmer, suo tempio di stato e piu’ tardi un mausoleo. Discostandosi dalla tradizione Shaiva dei re precedenti, Angkor Wat fu innalzato in onore di Vishnu.
Angkor e’ anche il tempio principale di tutto il complesso, il piu’ preservato e l’unico ad essere rimasto un centro religioso di una certa importanza sin dalla sua fondazione. Il tempio e’ costruito con lo stile classico dell’architettura Khmer al suo apogeo.
E’, oggi, il simbolo della Cambogia (presente sulla sua bandiera nazionale) e la prima attrazione turistica del paese.
Angkor Wat combina due principi base dell’architettura Khmer: quello del Tempio-montagna e quello, piu’ tardo, del tempio a gallerie. La struttura generale e’ ispirata alla prima architettura Dravidiana con alcuni elementi importanti quale il Jagati.
Il tempio fu progettato per rappresentare il Monte Meru, la casa delle deva della mitologia Hindu: e’ circondato all’esterno da un ampio lago artificiale e protetto da un muro esterno di 3.6 chilometri (2.2 miglia). La pianta interna e’ caratterizzata da una serie di tre gallerie rettangolari, ciascuna innalzata rispetto all’altra; al centro del tempio vi e’ un a serie di cinque torri disposte a quinconce. A differenza di molti templi Angkoriani, Angkor Wat e’ orientato ad Ovest. Gli studiosi si dividono circa il significato di tale disposizione. Il tempio e’ ammirato soprattutto per la grandiosita’ e le armonie dell’architettura. Per il numero incredibile di bassorilievi, e per le numerose figurine delle Deva che adornano le mura.
Il termine moderno, Angkor Wat, significa “Citta’ Tempio” o “Citta’ del Tempio” in lingua Khmer: Angkor significa infatti “citta’ ” o “Citta’ Capitale” essendo una forma vernacolare della parola nokor, che proviene dal Sanscrito nagara. Wat e’ invece una parola Khmer che significa “sito templare” (la sua controparte sanscrita e’ vata)

L’IMPERO KHMER

Angkor Wat si trova a 5.5 chilometri (3.4 miglia) a Nord della moderna citta’ di Siem Reap, e a poca distanza da quella che era l’antica capitale dell’Impero Khmer (Baphuon). Si tratta di un’area della Cambogia dove e’ presente un gruppo importante di antiche strutture. Angkor e’ quella piu’ a Sud.
Secondo la leggenda, la costruzione di Angkor Wat sarebbe stata ordinata da Indra come palazzo per suo figlio Precha Ket Mealea. Secondo il viaggiatore cinese Daguan Zhou (XIII sec), alcuni credevano che il tempo fosse stato costruito in una singola notte da un archietto divino. La nostra guida Khmer conferma tale leggenda ma aggiunge che ad operare il prodigio sarebbe stato il re Suryavarman II in persona guidato dal suo “protettore divino”.
Il progetto iniziale del tempio venne steso nella prima meta’ del XII secolo durante il regno di Suryavarman II (1113 – 1150); dedicato a Vishnu, fu pensato come tempio di stato del re e capitale del regno.
Dato che ne’ la stele di fondazione ne’ iscrizioni contemporanee riferite al tempio sono state rinvenute, il suo nome originale e’ tutt’ora sconosciuto, ma potrebbe essere stato “Varah Vishnu-lok” in onore della divinita’ ispiratrice. I lavori di costruzione sembra siano terminati poco dopo la morte del re, e alcuni bassorilievi sono rimasti incompiuti.
Nel 1177, 27 anni dopo la morte di Suryavarman II, Angkor fu saccheggiato dai Chams, nemici tradizionali dei Khmer.
In seguito il tempio venne ristrutturato da un nuovo re, Jayavarman VII, che stabili’ la nuova capitale e tempio di stato (Angkor Thom and Bayon) pochi chilometri piu’ a nord.
Nel tardo XIII secolo Angkor Wat muto’ il suo culto da Hindu a Buddista Theravada, tradizione questa che continua ancora oggi.
Rispetto agli altri templi di Angkor, Angkor Wat non fu mai completamente abbandonato (anche se conobbe periodi di trascuratezza dopo il VI secolo), forse per la presenza dello stagno artificiale che ha impedito all’avanzare della giungla di inglobarlo.
Uno dei primi Occidentali a visitare il tempio fu Antonio da Madalena, un monaco portoghese che nel 1586 commento’:

“[Angkor Wat] e’ una tale straordinaria costruzione che non e’ possibile descrivere su carta, in particolare perche’ non ha eguali nel mondo. Possiede torri e decorazioni e ogni rifinitura che il genio umano puo’ concepire”.

A meta’ del XIX secolo il tempio fu visitato dal naturalista ed esploratore francese Henri Mouhot che lo rese popolare in Occidente attraverso la pubblicazione delle sue note di viaggio, tra le quali si legge:

...Uno di questi templi, che rivaleggia quello di Salomone, ed eretto da qualche antico Michelangelo, potrebbe avere un posto d’onore accanto alle nostre piu’ belle costruzioni. E’ piu’ grande di tutto quello che ci hanno lasciato i Greci e i Romani, ed e’ in triste contrasto con lo stato di barbarie in cui la nazione e’ oggi precipitata...”.

Mouhot, come altri visitatori Occidentali, trovava difficile credere che il popolo Khmer avesse potuto realizzare il tempio, ed erroneamente lo dato’ intorno alla stessa epoca di Roma. Ma la vera storia di Angkor Wat venne ricostruita tassello dopo tassello solo dalle prove stilistiche ed epigrafiche accumulate durante il successivo lavoro di ristaurazione e pulizia che venne condotto su tutta la superficie del complesso di Angkor. Non vi erano in tutta l’area tracce di abitazioni o case o altri insediamenti inclusi utensili da cucina, armi o attrezzi, abbigliamento, che di solito si trovano su altri antichi siti. Invece vi era l’evidenza degli stessi monumenti.
Angkor necessito’ di una considerevole restaurazione nel XX secolo, principalmente a causa della rimozione di depositi ti terra e vegetazione. I lavori furono interrotti a causa della guerra civile che pose il tempio sotto il controllo dei Khmer Rouge (anni ’70 e ’80), ma se si fa eccezione per i saccheggi e la distruzione di statue post-Angkoriane, il tempio nel suo complesso non subi’ gravi danni strutturali.
Angkor Wat e’ un potente simbolo per la Cambogia e fonte di una grande senso di orgoglio nazionale che ha giocato un ruolo importante nelle relazioni diplomatiche con Francia, USA e Thailandia. Il profilo del tempio e’ presente sulla bandiera nazionale cambogiana sin dall’introduzione della prima versione nel 1863 circa.
Da una prospettiva storica e transculturale maggiore, tuttavia, il tempio di Angkor Wat non divenne un simbolo di orgoglio nazionale sui generis ma e’ stato collocato in un piu’ ampio processo politico e culturale di eredita’ coloniale Francese.
Il tempio fu infatti presentato a varie esibizioni a Parigi e Marsiglia tra il 1889 e il 1937. La bellezza estetica di Angkor Wat e’ stata anche in mostra permanente come plastico al museo di Louis Delaporte (con il nome di Musee’ Indo-chinois) al palazzo Trocadero di Parigi dal 1880 allla meta’ degli anni ’20 del novecento.
La splendita’ eredita’ artistica di Angkor Wat e degli altri monumenti Khmer nella regione di Angkor hanno portato la Francia ad adottare la Cambogia come suo protettorato l’11 Agosto 1863 e all’invasione del Siam per prendere possesso delle rovine. A causa di questo, la Cambogia ha poi reclamato le terre all’angolo nordoccidentale della nazione che era in precedenza stato sotto il controllo siamese (Thailandia) sin dal 1351 a.e.v.
La Cambogia si e’ resa indipendente dalla Francia il 9 Novembre 1953 e da quel momento ha gestito direttamente Angkor Wat.



ANGKOR WAT

Angkor Wat e’ localizzato al 13°24′45″N di latitudine e 103°52′0″E di longitudine ed e’ una combinazione unica della classica architettura del “tempio montagna” propria dei templi imperiali, con quella successiva del piano di gallerie concentriche.
Il tempio e’ una rappresentazione del Monte Meru, la casa degli dei: il quinconce delle torri centrali simbolizza le cinque cime della montagna e le mura e lo stagno le montagne circostanti e l’oceano.
L’accesso ai livelli piu’ elevati del tempio diveniva progressivamente piu’ esclusivo dei sacerdoti: infatti le personalita’ laiche erano ammesse solo al livello piu’ basso.
A differenza della maggior parte dei templi Khmer, Angkor Wat e’ orientato a Ovest invece che a Est. Questa caratteristica ha portato molti (inclusi Maurice Glaize e George Coedes) a concludere che Suryavarman II intendesse il tempio come luogo funerario.
Un’ulteriore prova di questo puo’ essere dedotta dai bassorilievi, il cui ordine cronologico procede in senso antiorario (prasavya nella terminologia Hindu) e quindi al contrario rispetto all’ordine normale: i rituali funebri dei Brahmini infatti procedono al contrario.
L’archeologo Charles Higham descrive anche un contenitore che sarebbe potuto essere un’urna funeraria rinvenuto nella torre centrale.
Da alcuni Angkor Wat e’ stato definito come il piu’ grande dispendio di energie umane per la sepoltura di un cadavere. Freeman e Jacques, tuttavia, notano che moltri alti templi at Angkor sono tipicamente orientati ad Est e suggeriscono che l’orientamento di Angkot Wat a Ovest sarebbe da ascrivere al suo dio ispiratore, Vishnu, che era associato all’ Ovest.
Un’interpretazione alternativa di Angkor Wat e’ stata fornita da Eleanor Mannikka sia sulle dimensioni che sull’allineamento, ma anche sulla disposizione e il contenuto dei bassorilievi: secondo la studiosa la struttura rappresenta l’inizio della nuova era di pace sotto il re Suryavarman II. Scrive Mannikka:

...Come le misure dei cicli temporali del sole e della luna sono stati costruiti all’interno del sacro spazio di Angkor Wat, questo divino mandato a governare fu ancorato alle camere e ai corridoi consacrati cosi’ da perpetuare il potere del re e onorare (e placare) le divinita’ che si manifestano nei cieli...

L’ipotesi di Mannikka e’ stata accolta con un misto di interesse e scetticismo dai circoli accademici. Ella, tra l’altro si discosta recisamente da “speculazioni” di ricercatori come Graham Hancock secondo il quale Angkor Wat sarebbe la rappresentazione terrena della costellazione del Draco. Speculazioni che, come vedremo, possiedono invece una logica e un significato simbolico molto preciso.

Elementi architettonici -
Il muro esterno misura 1,024x802mt ed e’ alto 4.5mt; il perimetro e’ circondato tra 30 mt di terreno scoperto e da uno stagno di 190mt di ampiezza. L’accesso al tempio e’ possibile attraverso un banco di terra a Est e da una striscia di arenaria a Ovest; quest’ultima conduce all’ingresso principale ed e’ un’aggiunta successiva che forse sostituisce un antico ponte di legno.
Vi sono gopura in corrispondenza di ogni punto cardinale, ma quello a Ovest e’ di gran lunga il piu’ ampio e possiede i resti di tre torri. La gopura e’ una struttura che segna l’ingresso del tempio, un modo piu’ elaborato rispetto ad una semplice apertura nel muro o ad una porta. Se si guarda la pianta di Angkor Wat si notano appunto gopure su ciascun punto cardinale; la loro forma e’ a croce allungata lungo l’asse del muro di cinta. Se il muro e’ collegato ad una galleria, tale collegamento avviene con le braccia del gopura. Molte gopura hanno una torre al centro della croce e sono spesso decorati con figure di guardiani (i Dvarapalas) su ciascun lato degli ingressi.
Glaize nota che questo gopura nasconde e allo stesso tempo richiama la forma del tempio principale. Sotto la torre meridionale vi e’ una statua di Vishnu conosciuta anche come Ta Reach, che originariamente potrebbe aver occupato l’altare nel tempio centrale. Le gallerie corrono attraverso le torri e giungono fino ai due ingressi opposti su entrambi i lati del gopura (spesso chiamate “porte dell’elefante” per la loro dimensione che permette il passaggio di quegli animali).
Le gallerie sono sorrette da pilastri squadrati sul lato Ovest (esterno) e da un muro compatto sul lato orientale (interno). Il soffitto tra le colonne e’ decoratto con rosette che richiamano il fiore di loto, mentre la parete occidentale del muro presenta figure danzanti; la facciata orientale e’ decorata da finestre balaustrate, figure maschili danzanti su animali in movimento, e deva, inclusa l’unica nel tempio che mostra i suoi denti (a sud dell’entrata).
Il muro esterno racchiude uno spazio di 820,000 metri quadrati (203 acri), che era in origine occupato dalla citta’ (con il tempio al centro di essa e, a nord, il palazzo reale). Come tutti i templi storici ad Angkor, questi erano costruiti con materiale deperibile piuttosto che con pietra, cosi’ nulla rimane di essi eccetto I profili di alcune strade. La maggior parte dell’area e’ oggi coperta dalla foresta.
Una sopraelevata di 350mt connette il gopura occidentale con il tempio principale, con balaustre a forma di Naga, e sei gruppi di scalini che scendono fino alla citta’ su entrambi i lati. Ogni lato ospita inoltre una libreria con ingressi ad ogni punto cardinale e all’altezza del terzo gruppo di scalini dall’ingresso, con uno stagno tra ogni libreria e il tempio. Gli stagni sono stati aggiunti al progetto originale in seguito, cosi’ come la terrazza a forma di croce protetta da leoni, che collega la sopraelevata alla struttura centrale.

Struttura Centrale –
Il tempio poggia su una terrazza rialzata in modo da essere in posizione elevata rispetto alla citta’. E’ costituito da tre gallerie rettangolari che si innalzano fino ad una torre centrale e dove ogni livello e’ piu’ alto del precedente.
Mannikka interpreta queste gallerie come una dedica al re, a Brahma, alla luna, e a Vishnu. Ogni galleria presenta un gopura su ognuno dei punti cardinali, e le due gallerie interne hanno torri ai loro angoli, formando cosi’ il quinconce con la torre centrale.
Dato che il tempio e’ orientato a ovest gli elementi sono tutti sistemati verso l’est lasciando cosi’ piu’ spazio da riempire in ogni incavo e galleria sul lato occidentale. Per la stessa ragione gli scalini rivolti a ovest sono piu’ spogli di quelli sul lato opposto.
La galleria esterna misura 187x215mt, con padiglioni piuttosto che torri agli angoli. La galleria e’ aperta all’esterno del tempio con semiarchi retti da colonne che si estendono a sostegno della struttura portante.
Un chiostro cruciforme, chiamato Preah Poan (la “sala dei mille dei”) connette la galleria esterna alla seconda recinzione sul lato Ovest. Immagini di Buddha sono state lasciate nel chiostro dai pellegrini nel corso dei secoli, anche se oggi alcune sono state rimosse.
Questa parte di Angkor Wat ha molte iscrizioni relative alle buone azioni dei pellegrini, molte di esse scritte in khmer ma anche in burmese e giapponese. I quattro piccoli cortili nel chiostro potevano originariamente essere pieni d’acqua. A nord e a sud del chiostro vi sono altre biblioteche.
Oltre, la seconda e le gallerie interne sono connesse l’una con l’altra e con le due biblioteche che le fiancheggiano da una terrazza a forma di croce, anche questa un’aggiunta successiva.
Dal secondo livello in poi le figurine delle Deva abbondano sui muri, sia singole che in gruppi fino a quattro figurine alla volta.
La recinzione del secondo livello misura 100x115mt ed originariamente puo’ essere stata coperta d’acqua per rappresentare l’oceano intorno al Monte Meru. Tre gruppi di scale su ogni lato portano su fino alle torri all’angolo e ai gopura delle gallerie interne. Le ripide scale rappresentano la difficolta’ di ascendere al regno degli dei.
La galleria interna, chiamata Bakan, e’ una piazza di 60mt con gallerie assiali che collegano ogni gopura con l’altare centrale, mentre altari secondari sono localizzati sotto le torri d’angolo. I soffitti delle gallerie sono decorati con corpi di serpenti che terminano con teste di leoni o garuda. Pietre portanti e timpani triangolari sono posti a decorazione delle entrate delle gallerie e degli altari.
La torre sopra l’altare centrale si innalza di 43mt raggiungendo un’altezza complessiva dal terreno di 65mt; a differenza di quelle del precedente tempio-montagna, la torre centrale e’ rialzata sopra le altre quattro. L’altare stesso, in origine occupato da una statua di Vishnu e aperto su ogni lato, e’ stata murata quando il tempio fu convertito in tempio buddista (e le nuove mura raffiguravano Budda in piedi).
Nel 1934 il conservatore George Trouve’ scavo’ il pozzo al di sotto dell’altare centrale: riempito di sabbia e acqua era gia’ stato depredato del suo tesoro, ma Trouve’ scopri’ una fondazione sacra che conteneva un deposito di foglia d’oro due metri al di sopra del livello del terreno.

Elementi decorativi -
Integrata perfettamente con le architetture degli edifici e una delle cause principali della sua fama e’ l’estesa decorazione presente ad Angkor Wat, nella forma predominante dei bassorilievi. Le mura interne della galleria esterna hanno una serie di scene che descrivono episodi epici Hindu prese dai testi sacri del Ramayana e del Mahabharata.
Higham ha definito tali decorazioni “il piu’ grande arrangiamento lineare di scultura su pietra conosciuto”.
Lanka (dal Ramayana, in cui Rama sconfigge Ravana) e la battaglia di Kurukshetra (dal Mahabharata, che mostra la reciproca distruzione dei clan Kaurava e Pandava).
Il lato meridionale della galleria presenta l’unica scena storica, una processione di Suryavarman II, poi i 32 inferni e i 37 paradisi della mitologia Hindu.
La galleria orientale mostra invece una delle scene piu’ famose, il “rimescolamento del Mare di Latte”, nella quale 92 Asura e 88 Deva usano il serpente Vasuki per agitare il mare sotto la direzione di Vishnu, con la sua tartaruga-avatar Kurma in basso e Apsara e Indra sopra di lui (Mannika conta solo 91 Asura e spiega l’assimmetria dei numeri come rappresentazione dei giorni che intercorrono tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera, e dall’equinozio al solstizio d’estate).
La scena e’ seguita da Vishnu che sconfigge gli Asura (un’aggiunta del XVI secolo).
La galleria settentrionale descrive la vittoria di Krishna su Bana (dove, secondo Glaize, “si tratta della peggiore qualita’ artistica”) e una battaglia tra gli dei Hindu e gli Asura.
I padiglioni a nord-est e sud-ovest hanno entrambi scene piu’ piccole, alcune non ancora identificate ma la maggior parte di esse prese dai Ramayana or dalla vita di Krishna.
Vi sono ad Angkor Wat raffigurazioni di Apsara e Devata, con piu’ di 1,796 di queste ultime registrate ad oggi. Gli architetti di Angkor Wat hanno impiegato immagini di piccole apsara (30-40cm) come motivi decorativi su pilastri e mura. Essi incorporarono immagini di devata piu’ grandi (figure intere di cira 95-110cm) ad ogni livello del tempio dal padiglione d’ingresso alla cima delle torri piu’ alte.
Nel 1927 Sappho Marchal ha pubblicato uno studio catalogando tutte le piu’ importanti difference nei capelli, nei copricapi, nell’abbigliamento, posa, gioielli e decorazioni floreali, concludendo che ognuna di tali variazioni era basata su pratiche attuali del periodo di Angkor.

Tecniche di costruzione -
Le pietre, liscie come marmo smaltato, sono state accostate insieme senza l’ausilio del mortaio e con giunture talmente strette che a volte sono difficili da individuare. I blocchi sono stati tenuti insieme da incastri a tenone e mortasa in alcuni casi, mentre in altri dall’uso della coda di rondine e della gravita’.
I blocchi furono presumibilmente trasportati per mezzo di elefanti, corde, tiranti e impalcature di bamboo. Henri Mouhot ha notato che molti dei blocchi presentano fori di 2.5 cm di diametro e 3 cm di profondita’ specialmente nei blocchi piu’ grandi. Alcuni studiosi ipotizzano che tali fori erano usati per inserire dei tondini di ferro, oppure puntelli per poter poi manovrare la pietra verso la sua posizione definitiva.
Il tempio nella sua struttura finale e’ composto di milioni di tonnellate di pietra arenaria ed ha volume e massa di gran lunga piu’ grandi della grande piramide di Giza in Egitto. Angkor Wat con i suoi 6-10 milioni di blocchi che hanno un peso medio unitario di 1.5 tonnellate, insieme alla citta’ che gli sorgeva intorno, ha usato un numero di pietre maggiore delle tre piramidi egiziane, ed occupato un’area piu’ vasta di quella occupata dalla moderna Parigi; inoltre, a differenza delle piramidi egiziane che hanno utilizzato pietra calcarea scavata ad appena mezzo chilometro di distanza, l’intera citta’ di Angkor fu costruita con pietra arenaria estratta ad almeno 40 chilometri di distanza. L’arenaria doveva essere trasportata dal monte Kulen, una cava situata a nord-est e separata da una fitta giungla e acquitrini formati dalla presenza del fiume Mekong. Il percorso esatto non si conosce, ma si ipotizza un direzione che seguiva un canale verso il lago di Tonle’ Sap per 35 chilometri (22 miglia); l’attraversamento del lago per altri 35 chilometri e gli ultimi 15 chilometri (9.3 miglia) controcorrente lungo il fiume Siem Reap, per un tragitto totale di 90 chilometri (56 miglia).
Tuttavia Etsuo Uchida e Ichita Shimoda della Waseda University di Tokyo hanno scoperto nel 2012 un canale piu’ breve (35 chilometri / 22 miglia) che connette il monte Kulen con Angkor Wat, attraverso l’uso di immagini satellitari, convincendosi cosi’ che i Khmer avessero scelto questo percorso.
Si puo’ dire che ogni superficie solida di Angkor Wat, dalle colonne agli listelli, soffitti, pareti, tetti, sono scolpiti. Vi sono miglia e miglia di rilievi che illustrano scene della letteratura indiana inclusi unicorni, grifoni, dragoni alati che tirano carri, guerrieri che seguono il loro capo sul dorso di un elefante, donne celesti che danzano sfoggiando acconciature complesse. Le mura della galleria e’ da sola decorata con quasi 1,000 metri quadri di bassorilievi.
Fori su alcune pareti di Angkor indicano che essi possano essere stati decorati con pannelli di bronzo. Questi avevano un valore molto elevato nei tempi antichi e il primo obiettivo dei ladri.
Mentre scavava a Khajuraho Alex Evans, carpentiere e scultore, ha recreato una scultura di pietra piu’ piccola di 1.2 mt (4 piedi) in 60 giorni; Roger Hopkins e Mark Lehner hanno condotto esperimenti per estrarre calcare impiegando 12 operai e 22 giorni per prelevare 400 tonnellate di pietra.
La forza lavoro per estrarre, trasportare, scolpire e installare cosi’ tanta pietra arenaria ad Angkor deve essere stata di migliaia di uomini inclusi molti artigiani altamente qualificati. Le abilita’ richieste per ottenere tali bassorilievi e sculture erano state sviluppate centinaia di anni prima come dimostrano alcuni artifatti che sono stati datatai VII secolo, cioe’ prima che i Khmer salissero al potere.

LA MAGIA DI ANGKOR WAT

William Van de Bogart ha scritto una serie di diari sui suoi viaggi ad Angkor Wat, pubblicati poi come “Stones in the Sky” [Pietre nel Cielo N.d.A.]. Come molti altri ricercatori, anch’egli ha notato l’energia “cosmica” che sprigiona dal luogo sacro di Angkor, e scrive che

...il pensiero predominante e’ quello di ritornare in un posto dove l’intenzione di rendere omaggio al cosmo era prioritaria nelle menti dei re Khmer...

Nel 2003, dieci anni prima della nostra visita ai templi, Angkor fu oggetto di una serie di attacchi politici quando una folla di cambogiani furiosi scese nelle strade di Phnom Penh e distrusse l’Ambasciata Thailandese, hotel e negozi Thailandesi. Questo per il fatto che, sembra, l’attrice Suvanan Kongying abbia dichiarato che la Cambogia ha rubato Angkor Wat alla Thailandia. Altri tuttavia credono che dietro questa provocazione ci sia la mano del sempiterno Hun Sen, primo ministro autoritario della Cambogia, che avrebbe utilizzato la folla per i suoi vantaggi politici prima delle elezioni di quel Luglio. Questa ipotesi sembra infatti la piu’ probabile visto che una tale strategia e’ stata ampiamente usata dal regime di Hun Sen sia in passato che negli anni successivi.
Quello che piu’ di ogni altra cosa colpi’ Van de Bogart, al  di la’ delle scoperte archeologiche e della teoria di Hancock sull’allineamento astronomico dei templi (come vedremo in seguito), fu la consapevolezza che la civilta’ Khmer comprendesse il proprio posto nel cosmo e avesse eretto Angkor Wat per celebrare le dinamiche celesti (equinozi, solstizi, eclissi, transiti di pianeti, ecc).
Cosi’ come per la civilta’ Maya, anche i Khmer davano un enorme significato alla precessione degli equinozi.
Dopo 12,500 anni calcolati secondo i baktun del calendario Maya, e cioe’ dal periodo “d’oro” delle antiche civilta’ (10,500 a.e.v.) fino al 2012 la seconda meta’ del ciclo precessionale di 26,000 anni giunge alla sua conclusione.
Ad Angkor Wat, la raffigurazione di Vishnu che dirige il rimescolamento del Mare di latte, per esempio, e’ uno degli indizi piu’ importanti della connessione tra la cultura Khmer (che era di matrice hinduista, quindi Brahminica) e gli elementi astronomici. Seguendo questa visione, come non vedere nel Mare di Latte la Via Lattea, e nel Serpente l’energia cosmica, e Asura e Devata le forze opposte e contrarie che ne regolano i movimenti?
La domanda principale quando si visita l’area sacra di Angkor e’ perche’ era cosi’ importante costruire cosi’ tanti templi nella giungla? E cosa aveva spinto migliaia e migliaia di uomini ad estrarre, tagliare e trasportare per generazioni milioni di tonnellate di pietra per decine di chilometri attraverso un terreno impossibile?
Quando Angkor Wat fu eretto l’Europa era immersa nel sangue, tra persecuzione dei Merovingi, cavalieri templari, e lotte tra gli Stati assoluti. In centro america la civilta’ Maya del Guatemala era in decadenza (sarebbe scomparsa nel X secolo); ma in Cambogia, ancora nel XIV secolo l’oro massiccio della torre centrale di Angkor Wat (che simboleggia l’asse polare settentrionale della Terra) poteva essere vista per chilometri e chilometri, mentre processioni di elefanti seguite da file di sensuali danzatrici si svolgevano davanti ai sovrani Khmer del palazzo reale.
Il 21 Marzo, all’Equinozio di primavera, il sole sorgera’ esattamente al di sopra della torre principale per segnare il punto di mezzo del lungo viaggio dell’astro dal Solstizio d’Inverno a quello d’Estate. Scrive Van de Bogart:

Brahma e Vishnu stanno per risvegliarsi...dalla dimora degli dei sul Monte Meru...Gli dei vivono, e forse possiamo parlare con loro...

In nessun altro posto come ad Angkor Wat una tale affermazione potrebbe essere piu’ realistica.
Angkor Wat e’ l’ennesima dimostrazione che in tutte le culture del mondo antico si possedevano conoscenze astronomiche avanzate: anche in questo caso i Khmer sapevano che alla fine del ciclo precessionale il nostro sistema solare si sarebbe allineato con il centro della galassia. Questo nel XXI secolo e’ divenuto evidente, il 2012 e’ passato e qualunque cambiamento egli abbia apportato, non e’ risultato nella distruzione del mondo come molti catastrofisti si aspettavano. Tuttavia, che tale conoscenza fosse in possesso delle civilta’ di oltre 10,000 anni fa sembra non interessare piu’ di tanto la scienza accademica, poiche’ altrimenti sarebbe costretta a rivedere buona parte della cronologia del mondo. Vi sono principi, tuttavia, che ormai sono stati acquisiti (anche se “opportunamente” trascurati nei circoli scientifici ufficiali): e cioe’ che la Grande Piramide di Giza era un tempio astronomico, che Cichen Itza era un tempio astronomico, che Angkor Wat era un tempio astronomico.
La chiave di lettura di questi antichi splendori architettonici non deve essere quindi solo quella archeologica, cioe’ il valore del reperto in se’, ma deve estendersi ad un’analisi astronomica e antropogenetica: dovrebbe ormai risultare chiaro che i templi antichi non erano eretti soltanto come luogo di culto per i fedeli, come dimora dei sacerdoti o come omaggio agli dei, ma erano veri e propri strumenti funzionali alla comprensione dell’Universo. Se si accetta questo, allora si potra’ facilmente comprendere che il mondo antico possedeva una conoscenza avanzata del movimento degli astri e dei fenomeni naturali.
Se si accetta questo, possiamo muovere un altro piccolo passo verso le nostre reali origini, verso quelle stelle che forse non erano, allora, tanto lontane.



PRESENZE RETTILIANE

Siamo arrivati a Siem Reap dopo circa cinque ore di auto sulla tratta Phnom Penh-Battambang-Siem Reap, attraversando buona parte della Cambogia occidentale. Nonostante l’ora tarda chiediamo alla nostra guida di condurci immediatamente ad Angkor Wat. Il tempio e’ chiuso ai visitatori di notte, ma la strada che percorre tutto il perimetro esterno permette di vedere lo stagno e, al di la’ di esso, le cime degli alberi che circondano l’area sacra.
Ci fermiamo davanti al corridoio di pietra che il mattino successivo ci portera’ oltre la barriera d’acqua fino all’ingresso Ovest di Angkor Wat.
La spianata del parcheggio e’ deserta anche se sappiamo che vi sono guardie, nascoste nei pressi, che sorvegliano ciascuno degli ingressi nel caso qualche turista avventato decidesse di avvicinarsi all’ingresso. Diciamo turisti perche’ nessun cambogiano oserebbe mai entrare in Angkor Wat di notte.
Ammiriamo le statue dei due Naga che torreggiano sulla lastra di pietra che segna l’inizio del sentiero, il silenzio e la notte conferiscono al luogo gia’ di per se’ magico un’aura ineffabile di vitalita’.
I Naga, mitici serpenti della mitologia Hindu che in certe versioni sarebbero esseri che ctoni con una malvagita’ intrinseca che li farebbe uscire dalle proprie tane sotterranee solo per rapire e uccidere i bambini umani; nella cultura Khmer rappresentano un elemento fondamentale sia dal punto di vista architettonico che scultoreo. I Naga vengono rappresentati come enormi serpenti a molte teste (sette o nove solitamente, e comunque sempre in numero dispari) poste a ventaglio. Ogni testa possiede una membrana sul collo simile a quella dei cobra.
Nel corso della nostra ricerca sulle origini dell’uomo ci siamo imbattuti nel simbolo del serpente (o del drago, che in alcuni casi e’ una diversa versione dello stesso simbolo) troppe volte per poter ignorarne l’importanza. Qui, nel cuore dell’impero Khmer, sappiamo che i nagas erano collegati all’acqua e presenti nei miti dell’origine del popolo Khmer: essi, si dice nelle antiche leggende, discendono dall’unione di un Brahmino indiano e una principessa-serpente della Cambogia.
I Naga figurano in molte altre leggende, da quella del Rimescolamento del Mare di Latte a quella del Re Lebbroso (il cui bassorilievo si trova nel tempio di Bayon) fino alla storia di Mucalinda, il re serpente che ha protetto il Buddha dalla furia degli elementi.
Sentiamo di aver viaggiato non solo nello spazio ma anche nel tempo, una sensazione che solo i luoghi magici possono dare, e solo chi lo ha provato almeno una volta, puo’ riconoscerlo immediatamente.
Angkor e’ una delle culle ancestrali delle nostre origini; la nostra guida ce lo aveva ripetuto piu’ volte nella capitale e ce lo dice di nuovo, con un sorriso orgoglioso: “Ad Angkor Wat gli dei sono ancora qui”.
Ci ricordiamo allora delle frasi e delle credenze che abbiamo raccolto a Phnom Penh sulla magia nel tempio e su un codice di comportamento da tenere al suo interno in ogni occasione: non alzare la voce, non imprecare, non fare promesse, non mancare di rispetto alle divinita’, non portare via nessuno oggetto.
Piu’ di una persona ci ha raccontato di persone che, per aver compiuto una di queste azioni, si sono viste il viso deformato, la bocca sigillata, la gola strizzata da mani invisibili, la testa girata di centottanta gradi e, nei casi piu’ gravi, malattie e persecuzioni anche una volta lasciato Angkor.
Dopo aver silenziosamente rivolto pensieri di gratitudine per essere giunti in un luogo cosi’ unico, decidiamo di ritirarci per riposare. Il giorno dopo sarebbe stato molto lungo e intenso.
Appena entrati nel tempio attraversiamo la spianata dove un tempo doveva sorgere la citta’ ci dirigiamo verso le mura ricoperte di bassorilievi con l’intenzione di percorrere tutto il perimetro interno delle gallerie, poi visitare i templi minori agli angoli (dove dovevano alloggiare le mogli del re secondo la nostra guida, mentre per altri si tratterebbe delle cosiddette “biblioteche”: esse sono orientate ad Ovest con doppio ingresso ad Est e ad Ovest. La loro funzione non e’ ancora stata chiarita).
Sui bassorilievi notiamo scene di guerra, e nello specifico:

-    la battaglia di Lanka tra i Rakshasa e i Vanaras che e’ descritta nel Ramayana: Ravana, un demone con dieci teste e re dei Rakshasa era mortale nemico di Rama (l’eroe del testo sacro in suo onore). Nel Mahabharata il saggio Markandeuya racconta di come Ravana facesse rapire la moglie di Rama, Sita, e la conducesse nella sua fotezza a Lanka. Rama, aiutato dal re dei Vanaras (definiti uomini-scimmia) Sugriva e dal suo esercito, mise Lanka sotto assedio, squarto’ Ravana e libero’ Sita;
-    la processione di Re Suryavarman II, il primo costruttoire di Angkor Wat;
-    la battaglia di Kurukshetra tra i Pandava e i Kaurava chiamata anche battaglia di Mahbharata poiche’ descritta in quel testo sacro Hindu. Si tratta di un conflitto esploso per una lotta di successione tra due gruppi imparentati, i Kaurava e i Pandava, per il trono di Hastinapura nel regno indiano di Kuru.
-    il giudizio di Yama e le torture dell’inferno;
-    il rivoltamento del Mare di Latte, uno degli episodi piu’ noti della mitologia Hindu e che narra le origini dell’amrita, la bevanda dell’immortalita’.
-    una battaglia tra Deva e Asura;
-    una battaglia tra Vishnu e gli Asura;
-    il conflitto tra Krishna e l’asura Bana;
-    la storia dei principi scimmia Vali e Sugriva.



Dobbiamo soffermarci sulla figura mitologica dei Vanara in quanto preminente elemento nei bassorilievi di Angkor Wat. La tradizione parla di uomini-scimmia, o di scimmie dotati di particolari poteri magici ma in realta’ se la parola Vanara [di varia etimologia, da vana (foresta) e nara (uomo) a vav e nara (“e’ un uomo?” o “forse e’ un uomo”)] ha preso nel tempo il significato di “scimmia” e i Vanara sono raffigurati come scimmie nell’arte popolare, la loro esatta identita’ non e’ chiara, come vari studi sui testi sacri Hindu dimostrano. A differenza di altre creature esotiche come i Rakshasa, i Vanara non hanno un precursore nella letteratura vedica. Il Ramayana li presenta come umani in quanto a linguaggio, abbigliamento, abitazioni, funerali, consacrazioni, ecc, e li descrive come capaci di grandi balzi, pelosi e muniti di coda. Non c’e’ nessun passo dove li si identifica esplicitamente come scimmie.
Secondo una teoria i Vanara sono creature mitologiche in quanto dotati di poteri soprannaturali e di discendenza divina (Brahma comanderebbe altre divinita’ di perpeturare la discendenza Vanara o di incarnarsi nei Vanara per aiutare Rama nella sua missione).
Un’altra versione del Ramayana chiama di Vanara Vidyadharas e li descrive come un clan di esseri soprannaturali che hanno come stendardo l’emblema di scimmie.
Un’altra teoria identifica i Vanara come popolo tribale che viveva nelle foreste e adorava totem a forma di scimmia. G. Ramdas, basandosi sul fatto che Ravana, parlando dei Vanara, parla della loro coda come ornamento (o del loro ornamento che somiglia a una coda), deduce che la “coda” poteva essere in realta’ un appendice nell’abito che gli uomini della tribu’ Savara indossavano (infatti le femmine Vanara non vengono descritte come munite di coda).
Ecco quindi che le “scimmie dotate di poteri magici” in lotta contro i giganti Rakshasa apre piu’ di un interrogativo sulla reale natura di questi esseri. La lotta tra queste due razze e’ una delle leggende piu’ importanti nel folklore Khmer, e infatti le scimmie appaiono in varie parti del tempio come anche in altri templi. Tuttavia, osservando meglio alcune delle immagini, notiamo dei dettagli somatici che corroborano quanto sopra: alcune delle presunte “scimmie” possiedono tratti marcatamente rettiliani.
La conformazione delle sopracciglie arcuate, la dentatura, persino il profilo della bocca, nonche’ gli artigli alle mani e ai piedi. Non solo, ma in alcuni punti del tempio vi sono raffigurate delle “Apsara”, o danzatrici, nella posizione semidistesa e circondate da altri esseri-scimmia. Le Apsara sono ninfe divine o danzatrici celesti parte della mitologia Hindu. Le loro origini sono spiegate nella storia del Rivoltamento del Mare di Latte o Samudra Manthan (che si trova nei Purana). Le Apsara venivano spesso usate dagli dei come agenti per sedurre demoni mitologici, eroi o asceti.
Ma l’uso esteso di queste ninfe nell’architettura e nell’arte e’ proprio della sola cultura Khmer. Nelle moderne descrizioni dei templi di Angkor il termine “apsara” e’ stato allargato a ricomprendere anche figure femminili statiche e non danzanti, anche se queste dovrebbero essere piu’ propriamente definite “devata”.
Il numero piu’ elevato di devata si trova ad Angkor Wat (circa 2,000) dove essere appaiono sia individualmente sia in gruppo.
Questa generalizzazione delle Apsara puo’ confondere ma ad un’attenta osservazione si notano differenze non solo nella postura. Le Apsara “statiche” sembrano essere diverse da quelle che abbelliscono le altre parti del tempio, mostrando in questi casi il viso allungato di un rettile.
Il fatto che non sono arrivati fino a noi documenti scritti che spieghino i bassorilievi hanno fatto si’ che le interpretazioni degli studiosi si riferiscano principalmente ai testi sacri Hindu, anche se nulla si conosce di come l’Impero Khmer sia emerso dalla giungla per arrivare a conquistare quasi tutta l’Indocina. Ma tradizioni orali parlano dei primi re Khmer come di esseri divini che non avevano nulla di umano e in grado di compiere i piu’ grandi prodigi; e che successivamente il potere venne conferito a dinastie semidivine e poi a dinastie terrestri. Un percorso identico a quello avvenuto in Egitto e in tra i Maya, che puo’ essere paragonato per via simbolica ai patriarchi biblici e alla loro longevita’, che progressivamente lasciava il passo ad un’eta’ piu’ “terrestre”.
Non ci sentiamo di concludere che i Vanara fossero rettiliani (anche se non erano sicuramente scimmie, forse degli ibridi), ma azzardiamo l’ipotesi che, mescolati alle figure della tradizione Hindu, i Khmer abbiano voluto rendere omaggio anche all’altro lato della propria origine, la progenie della “principessa-serpente”.
Dove sta l’inganno?
Non c’e’, ma si tratta di un codice a combinazione multipla la cui chiave e’ in elementi specifici come il serpente e almeno un’altra figura presente all’interno del tempio .
Osservando la ripetitivita’ delle figure presenti nei bassorilievi del muro esterno della galleria interna, dagli animali mitologici agli elefanti, leoni, Vanara, rettiliani, Rakshasa e guerrieri, ma anche carri, armi, oggetti da guerra, che ritornano per tutta la lunghezza del muro, un solo personaggio sembra essere stato scolpito una sola volta: un misterioso suonatore di flauto che danza nel mezzo del furore della battaglia, quasi a scandirne il ritmo.
Questo suonatore non lo abbiamo trovato in nessun’altra parte di Angkor Wat, e in nessuno degli altri templi di Angkor che abbiamo successivamente visitato. Non solo, ma non abbiamo trovato nessun riferimento a questo bassorilievo in alcune fonti da noi consultate, come confermato anche dalla nostra guida che non e’ stata in grado di spiegare chi esso possa rappresentare.
Qual e’ il significato di questa figurina? Che non sia secondaria lo dimostra la sua non ripetitivita’ che automaticamente la rende unica. Ci rivolgiamo a tutti i ricercatori che da quasi mezzo secolo si cimentano nello studio dei simboli di Angkor Wat, ma lo abbiamo anche chiesto al Ministro della Cultura del governo di Phnom Penh. Quando riceveremo una risposta ufficiale potremo anche rivelare quello che persone a lui molto vicine hanno commentato su questa nostra scoperta.
Quello che possiamo dire oggi e’ che il Suonatore di Flauto, o meglio la musica, ha sempre rappresentato un potente veicolo di modificazione della materia: pensiamo alle trombe di Jerico nella Bibbia, o al “Trickster” Kokopelli della tradizione dei Nativi d’America (spesso raffigurato nell’atto di suonare un flauto), e ai moderni studi sulla Cimatica. La produzione di particolari frequenze genera una reazione nella materia e la trasforma, come accade nella formazione dei Crop Circles, ad esempio.
Crediamo quindi che il Suonatore di Flauto ad Angkor Wat rappresenti un’altro elemento per decodificare il codice che i costruttori del tempio ci hanno lasciato. Non solo un codice simbolico, ma un vero e proprio messaggio scientifico (genetico).
Una seconda visita mirata a questo scopo potrebbe forse dirci qualcosa di piu’ su tale messaggio, ma ci auguriamo che altri ricercatori possano raccogliere il nostro quesito e fornire piu’ precise informazioni di quelle che siamo in grado di dare oggi, o naturalmente smentirci.
Terminata la nostra visita ad Angkor Wat proseguiamo poi lungo la “coda del drago” visitiamo Angkor Thom, luogo di intrattenimento per i re Khmer con le figure degli elefanti tricefali a rappresentare l’abbondanza e la perpetuazione del potere dell’Impero; Ta Keo e Ta Prohm, dedicati all’energia femminile e quindi al culto della fertilita’, con sculture falliche e scimmie-guardiane a protezione del tempio; e Baray con la sua piscina artificiale utilizzata dai re Khmer contro il caldo tropicale.
Lasciamo infine Siem Reap dopo due giorni immersi nella magia di Angkor con molte piu’ domande di quelle che potevamo avere all’inizio, ma con la certezza di aver visitato un luogo permeato di energie tutt’ora attive, in grado di influenzare il destino di chi vi entra in contatto. Dovremo tornare in questi luoghi, magari dopo aver accumulato maggiori esperienze cosi’ da poter forse comprendere un po’ di piu’ il messaggio lasciatoci dall’antico impero Khmer.

LA COSTELLAZIONE DEL DRAGO

Nel 1998 i ricercatori Graham Hancock e John Grigsby hanno mostrato una relazione tra i templi intorno ad Angkor Thom e la costellazione del Draco (in un libro dal titolo “Heaven’s Mirror” scritto da Hancock e Faiia, comparando il tracciato del Nord celeste intorno all’eclittica del polo nord con un’illustrazione dei maggiori templi di Angkor.
Sul terreno, la posizione di Angkor Thom combacia con la posizione dell’eclittica del polo nord nel cielo. Mebon Ovest, Mebon Est e Ta Som hanno la stessa relazione spaziale rispetto ad Angkor Thom di Deneb, Thuban e Kochab rispetto all’eclittica del polo nord.
Il movimento del polo celeste e’ un altro aspetto della teoria del ciclo di 26,000 anni (in realta’ 25,776) conosciuto come precessione degli equinozi, che Hancock come altri ricercatori hanno sostenuto marcare i periodi di grandi cambiamenti a livello planetario.
Dato che Angkor si trova ai tropici, le stelle del nord sono basse sull’orizzonte settentrionale. Nella nostra era la stella polare e’ vicina al polo nord celeste; quando la costellazione del Draco e’ allineata con i templi di Angkor, esso e’ sotto la stella polare al di sotto della linea dell’orizzonte. Durante la sua rotazione notturna intorno al polo nord celeste, quando Draco e’ al di sopra della stella polare e quindi visibile alla latitudine della Cambogia, esso e’ in posizione rovesciata rispetto alla linea dei templi di Angkor.
Ma nell’11,500 a.e.v. Vega era il riferimento polare del nord e la costellazione del Draco era perfettamente allineata con i templi e al di sopra dell’orizzonte.
Vega e’ incidentalmente la stella piu’ luminosa dell’emisfero settentrionale e di gran lunga la piu’ luminosa stella polare.
Canopus e’ la stella piu’ luminosa lungo il polo sud celeste e la seconda per luminosita’ dopo Sirio. Canopus e Vega erano entrambe stelle polari per i rispettivi emisferi e intorno allo stesso tempo, cioe’ 13,500 anni fa circa.
Molto probabilmente l’area a nord di Angkor era a quel tempo priva di alberi, mentre oggi e’ interamente coperta da una fitta giungla. Immagini satellitari mostrano alcune rovine a nord-est di Angkor Thom nella corretta posizione e distanza per rappresentare la stella polare (sotto), mentre Kok Chork e’ nella posizione per rappresentare Vega.
Se quello che ipotizza Hancock e’ vero allora l’eta’ dei templi sarebbe molto piu’ antica della datazione ufficiale e questo sarebbe in linea con i simbolismi presenti all’interno di Angkor Wat come di altri templi minori: simbolismi che richiamano ad ere ancestrali dove “gli dei camminavano sulla Terra” in Egitto come in Centro America e in Asia.
Le osservazioni che abbiamo riportato nel paragrafo precedente possono avere a nostro avviso un senso logico se seguiamo la simbologia “rettiliana” che abbonda nella tradizione Hindu e la colleghiamo all’impero Khmer e ai suoi dei. Anche in questo caso, come per altri simboli presenti in altre culture ancestrali, il serpente e’ utilizzato come strumento di conoscenza o piu’ propriamente come “veicolo di trasmissione” della conoscenza.
Prendiamo il mito del Rimescolamento del Mare di Latte, cosi’ preminente tanto nella mitologia Hindu quanto nella tradizione Khmer.
La leggenda vuole che Indra, il re dei Deva (dei), mentre stava sul dorso dell’elefante Airavata incontro’ il saggio Durvasa che gli offri’ una ghirlanda speciale donatagli dal dio Shiva.
Indra accetto’ la ghirlanda e la mise attorno alla proboscide dell’elefante come prova che egli non era un dio egoista. Ma Airavata, sapendo che Indra non era in grado di controllare il suo ego, getto’ la ghirlanda a terra. Questo fece infuriare il saggio dato che la ghirlanda era una sede di Sri (fortuna) e doveva essere trattata con religioso rispetto. Durvasa maledisse Indra e tutti I deva rendendoli privi di ogni forza, energia e fortuna.
Nelle successive battaglie infatti i Deva furono sconfitti e gli Asura guidati dal dio Bali presero controllo dell’Universo. I Deva chiesero aiuto al dio supremo Vishnu che consiglio’ loro di trattare gli Asura con diplomazia. I Deva formarono un’alleanza con gli Asura per rimescolare l’oceano in modo da creare il nettare dell’immortalita’ e condividerlo tra di loro. Tuttavia Vishnu intervenne dicendo che avrebbe fatto in modo che solo i Deva potessero ottenere tale bevanda.
Il rimescolamento era un processo molto elaborato. Venne utilizzato il Monte Mandara o Mandar Parvat come palo di appoggio, e Vasuki, il re dei serpenti, che abita sul collo di Shiva, come corda per il mescolamento. I demoni Asura pretesero di tenere la testa del serpente mentre gli dei Deva (consigliati da Vishnu), acconsentirono a tenere la coda. Come risultato gli Asura vennero avvelenati dai fumi emessi da Vasuki; nonostante cio’ entrambe le parti tirarono avanti e indietro diverse volte facendo ruotare la montagna, che a sua volta fece vorticare l’oceano. Quando la montagna venne posata sull’oceano affondo’ ma Vishnu, nella forma della tartaruga Kurma, venne in soccorso e sostenne la montagna sul guscio.
Il processo del Samudra Manthan emise un certo numero di elementi “secondari” dal Mare di Latte: un veleno letale chiamato Halahala che terrorizzo’ gli dei e i demoni perche’ il veleno era cosi’ potente da poter distruggere tutta il creato.
Allora gli dei si avvicinarono a Shiva per proteggersi e il dio supremo consumo’ tutto il veleno cosi’ da proteggere l’universo, e sua moglie Parvati afferro’ la gola di Shiva nel tentativo di impedirgli di ingoiare il veleno, che era cosi’ potente da poter danneggiare un dio. Il risultato fu che la gola di Shiva divenne blu.
Il mito Hindu del Rimescolamento del Mare di Latte e’ stato analizzato da Georges Dumezil che lo ha collegato a vari miti Indo-Europei fino alla leggenda medievale del Sacro Graal, ricostruendo un mito originale (il “ciclo dell’Ambrosia”) su una divinita’ ingannevole che ruba la bevanda dell’immortalita’ per donarla al genere umano ma fallisce nel tentativo di liberare l’uomo dalla morte. Dumezil piu’ tardi abbandono’ questa teoria ma l’idea di base venne presa da Jarich Oosten che la incorporo’ nel suo Hymiskvioa, un antico poema Norvegese in cui una bevanda sacra e’ preparata dallo sforzo congiunto di dei e giganti, con i primi che alla fine ottengono la bevanda. Il serpente Jormungandr sostituisce Vasuki.
A noi sembra che l’analisi comparativa di Dumezil come di molti altri ricercatori (primo tra tutti Zecharia Sitchin) porti sempre e comunque in una sola direzione: la creazione dell’uomo potrebbe essere avvenuta per mezzo di una formula chimica ad alto potenziale distruttivo (probabilmente radioattivo) e attraverso la combinazione di forze cosmiche opposte e contrarie. Un catalizzatore potrebbe aver permesso alla formula di avere successo: la creazione del codice genetico per la replicazione del DNA, quindi per la nascita dell’uomo. Con altri elementi “di scarto” che sarebbero stati immessi nel cosmo a causa di tale operazione.
E che questo si avvenuto da qualche parte lungo la Via Lattea ci sembra difficile da ignorare.



LA CITTA’ PERDUTA E I PITTOGRAMMI INVISIBILI

Nell’Aprile 1858 un giovane esploratore Francese, Henri Mouhot, salpo’ da Londra verso il Sudest asiatico. Egli mori’ in Laos nel 1861 a soli 35 anni ma lascio’ un diario che fu pubblicato nel 1863 in cui descriveva templi maestosi sepolti nella giungla. Mouhot introdusse la perduta citta’ di Angkor al mondo.
Oggi la fama di Angkor Wat e’ consolidata come patrimonio del mondo e il piu’ grande complesso religioso rimasto sulla Terra, con una superficie 4 volte piu’ vasta di quella di Citta’ del Vaticano. Angkor Wat attire 2 milioni di turisti all’anno (ma e’ una stima ufficiale del governo di Phnom Penh, in realta’ il numero potrebbe essere maggiore) ed e’ orgogliosamente presente sulla bandiera nazionale della Cambogia.
Ma nel 1860 Angkor Wat era conosciuta solo dai monaci e dai villaggi locali, e la nozione che questo grande tempio era in passato circondato da una citta’ di quasi un milione di persone completamente sconosciuta.
Ci volle piu’ di un secolo di scavi e analisi archeologiche per ricostruire la storia della citta’ di Angkor per riportare alla luce la sua struttura, le strade, la possibile posizione degli edifici, e il suo collegamento con il tempio. E tuttavia ancora oggi molte domande non hanno risposta.
Poi, nel 2014, gli archeologi annunciarono una serie di nuove scoperte su Angkor e su una piu’ antica citta’ sepolta nella giungla.
Una squadra internazionale guidata dal Dr. Damian Evans della University of Sydney (Australia) ha mappato 370 chilometri quadrati di superficie intorno ad Angkor con dettagli che mai erano stati messi in luce prima. Una performance non indifferente se si tiene conto della densita’ della giungla in quella zona e della presenza di mine antiuomo che ancora abbondano in Cambogia sin dalla finel della guerra civile.
Il lavoro e’ stato compiuto in meno di due settimane ed e’ stato reso possibile da “Lidar”, una tecnologia sofisticata a sensori remoti che sta rivoluzionando l’archeologia, soprattutto nei tropici.
Lidar e’ stato montato su un elicottero che ha sorvolato ripetutamente l’area da mappare, sparando un milione di raggi laser ogni 4 secondi attraverso il fitto manto di giungla e registrando ogni piu’ piccola variazione nella topografia del suolo.
I risultati elaborati sono stati incredibili.
Gli archeologi hanno potuto ammirare sagome di citta’ stampate sul terreno della foresta e che non erano mai state documentate prima: templi, strade e canali che si estendevano lungo tutta l’area analizzata.

...Hai quel tipo di improvviso momento di ‘eureka!’ quando carichi i dati sullo schermo per la prima volta ed eccola la – questa antica citta’ cosi’ evidente davanti a te...

ha detto Evans. Questa scoperta ha profondamente trasformato la comprensione che si aveva fino ad oggi di Angkor, la piu’ grande citta’ medievale della Terra.
Al suo massimo splendore, nel tardo XII secolo, Angkor era una metropoli attivissima che copriva un’area di 1,000 chilometri quadrati (ci sarebbero voluti altri 700 anni prima che Londra potesse raggiungere simili dimensioni). Angkor era in passato la capitale del potente impero Khmer che, governato da re-guerrieri, ha dominato la regione per secoli, coprendo un territorio che comprendeva l’attuala Cambogia, Vietnam, Laos, Thailandia e Myanmar. Tuttavia le origini di questo impero, e da dove i re Khmer provenissero, e’ tutt’ora avvolto nel mistero.
Scarse iscrizioni suggeriscono che l’impero fu fondato all’inizio del IX secolo da un grande re, Jayavarman II, e che la sua capitale originale, Mahendraparvata, era da qualche parte sulle colline di Kulen, un’altipiano coperto dalla giungla situato a nord-est del luogo dove Angkor sarebbe stata poi costruita. Ma nessuno poteva saperlo con certezza, fino all’arrivo di Lidar.
L’esplorazione delle colline con la tecnologia a infrarossi ha rivelato forme spettrali sul terreno all’interno della giungla, dove un tempo dovevano esserci templi, strade, dighe e laghi artificiali. La citta’ perduta dove (forse) la dinastia Khmer ha avuto origine e’ stata cosi’ individuata.
L’elemento che piu’ ha lasciato I ricercatori interdetti e’ stata la scoperta di un sistema ingegneristico di canali su vasta scala, che non potevano che essere provenire dall’impero Khmer.
Nel momento in cui la la capitale del regno si sposto’ a sud installandosi a Angkor (fine del IX sec), gli ingegneri Khmer stavano gia’ immagazzinando e distribuendo vaste quantita’ d’acqua a tutta la regione per mezzo di una complessa rete di enormi canali e riserve d’acqua.
Riuscire a controllare i monsoni voleva dire fornire sicurezza nella produzione di cibo, oltre che rendere l’elite regnante immensamente ricca. Per i successivi 3 secoli i Khmer investirono le loro ricchezze nel rendere Angkor l’area templare piu’ grande del mondo.
Preah Kham, tempio costruito nel 1191, ad esempio, conteneva qualcosa come 60 tonnellate d’oro, il cui valore complessivo oggi sarebbe di 3.3 bilioni di dollari.
Eppure, nonostante questa enorme ricchezza, il destino di Angkor non fu benevolo: nel momento in cui il progetto di costruzione del tempio di Angkor era al suo apice, il sistema idraulico di canali si stava disgregando.
La fine dell’epoca medievale vide un improvviso e drammatico cambiamento climatico attraverso tutto il sudest asiatico.
Campioni dei nodi degli alberi della zona mostrano fluttuazioni della temperatura da condizioni di estrema aridita’ oppure umidita’, e la mappa Lidar indica alluvioni che hanno grandemente danneggiato la rete idrica che era vita; per la citta’.
Questi due eventi che accaddero con drammatica sincronicita’ gettarono Angkor in una spirale di progressivo declino dalla quale essa non pote’ piu’ sollevarsi.
Nel XV secolo i re Khmer abbandonarono definitivamente la citta’ e si spostarono sulla costa. Essi costruirono una nuova citta’, Phnom Penh, l’attuale capitale della Cambogia.
All’arrivo di Mouhot Angkor non era altro che un agglomerato di templi di pietra, molti dei quali in rovina. Il resto, dalle case ai palazzi reali, che erano tutti costruiti in legno, erano da lungo tempo scomparsi: l’immensa metropoli che un tempo circondava tutti i templi era stata completamente inghiottita dalla giungla.
Utilizzando una tecnologia NASA a raggi infrarossi puntata sulle pareti interne di Angkor Wat ha poi rivelato l’esistenza di numerosi pittogrammi invisibili ad occhio nudo, forse lasciati dai pellegrini o monaci che nel corso dei secoli passati hanno visitato o abitato il tempio. Sono cosi’ venuti alla luce elefanti, imbarcazioni, e altre icone.



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