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ANNO XV


VALMALENCO FILES
NEOBATRI E LA VALMALENCO
31.05.2018
TXP 3.0
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La Commissione



INDAGINI/In Italia

SECULUM OBSCURUM RIVELATO II

LA TOMBA DI CARLO MAGNO A SAN CLAUDIO?

PREMESSA

Il presente articolo si basa sulle pubblicazioni, a cura del Centro Studi San Claudio al Chienti, de “Il ritrovamento della tomba e del corpo di Carlo Magno a San Claudio” (2013) scritto da Giovanni Carnevale in collaborazione con Alberto Morresi, integrato dal recente  “Il Piceno da Carlo Magno a Enrico I” (2016) scritto da Giovanni Carnevale e Domenico Antognozzi, oltre che sugli incontri tra il Gruppo The X-Plan e il Prof. Carnevale, che da quasi  trent’anni porta avanti la teoria della collocazione della Francia e della Sassonia, nel Piceno.
Tale teoria nel corso degli anni ha trovato sempre più conferme specialmente nei toponimi della zona della Val di Chienti, ma anche a nord del fiume Musone e soprattutto nella traduzione di testi storici di personaggi contemporanei all’epoca carolingia, il più importante dei quali è finora Widukind von Corvey, le cui cronache abbiamo introdotto nel primo articolo della serie SECULUM OBSCURUM RIVELATO.
Tale serie di studi ha portato all’idea, condivisa dal Gruppo The X-Plan che ne sta curando l’approfondimento e la divulgazione, che la dinastia carolingia sia nata proprio nel Piceno. Aquisgrana, il Palatium, la Cappella Palatina, Saint Denis e gli altri luoghi che ci sono stati tramandati dai biografi di Carlo Magno non possono essere collocati dove li colloca la storiografia ufficiale (tedesca), cioè ad Aachen (Aquisgrana) o Parigi (Saint Denis) e non solo perché milleduecentoanni fa non si potevano attraversare le Alpi in pieno inverno in una settimana, dalla Germania alla Francia, né visitare un imperatore ad Aquisgrana e poi rientrare a Saint Denis il giorno dopo.
Al di là della logica, esiste la testimonianza latina di chi quegli eventi li ha vissuti e li ha registrati perché non potessero essere dimenticati. Forse al tempo della stesura degli MGH,  Monumenta Germaniae Historica, non si era pronti ad accettare l’idea che buona parte della storia d’Europa (L’Alto Medioevo, dalla fine dell’Impero Romano al regno Normanno) fosse circoscritta ad un territorio tanto piccolo quanto periferico; ma oggi, grazie al lavoro instancabile del Professor Carnevale e all’appoggio di altri studiosi che, direttamente o in parallelo, hanno corroborato il suo scenario storico, si può tentare una rivisitazione della sequenza di eventi di quel tempo lontano e modificare la prospettiva storica non con un sentimento di rivalsa, ma con il rigore scientifico e l’onestà intellettuale di chi ha interesse che la storia dell’umanità risulti meno oscura. Scrive Carnevale nella sua presentazione al libro:

...Carlo Magno mori’...il 28 Gennaio 814 e la sua tomba è stata sempre ricercata ad Aachen, inutilmente...la sepoltura del sovrano avvenne ad Aquisgrana, lo stesso giorno della morte, nell’ambito della sua splendida Nova Cappella da lui costruita verso il 790...fu sepolto all’esterno della...Cappella e il figlio Ludovico il Pio vi costruì sopra un’arcata, che resta ancora rimaneggiata e priva degli ornamenti del tempo...

L’aver posto Aquisgrana in Germania e Saint Denis in Francia ha causato un effetto a catena che ha dilatato nello spazio luoghi e vicende, dalla fine della dinastia carolingia all’avvento della potenza sassone, dall’ “Equivoco del Laterano” all’imbarazzante identificazione della Gallia con la Francia e della battaglia dell’Urbe con quella di Riade.
Ciascuno di questi argomenti sara’ trattato specificamente in articoli successivi.

L’ASCESA E LA FINE DELLA DINASTIA CAROLINGIA

Il “patriarca” carolingio che diede inizio alla dinastia fu Carlo Martello il quale, ancora molto giovane, venne inviato in Italia dalla matrigna Plectrude allo scopo di allontanarlo dal trono Merovingio.
Carlo Martello arrivò nella penisola mediterranea nel 716 e vi trovò locali franchi, molti dei quali erano profughi Aquitani, fuggiti dalla loro terra l’anno precedente sotto la minaccia dell’invasione araba. L’accoglienza degli Aquitani in Italia era stato uno sforzo congiunto del Papa, dell’Abate di Farfa Tommaso di Morienna e del duca di Spoleto Faroaldo, un Longobardo.
Quest’ultimo aveva proposto di donare terre che gli appartenevano ma che erano ormai spopolate e desolate per via delle guerre e delle pestilenze degli anni precedenti.
Le terre in questione erano dislocate lungo due importanti strade romane: la Salaria Gallica (oggi SS78) e la Salaria Consolare che, attraverso la Sabina, giungeva a Roma. In quel momento storico in Italia esistevano altre due capitali importanti al Nord e cioè Ravenna per l’Esarcato bizantino, che controllava anche la Decapoli (una confederazione di città delle attuali Marche settentrionali) e Pavia, dove risiedeva il re dei Longobardi.
L’accoglimento degli Aquitani era soprattutto una mossa politica in quanto si intendeva ripopolare le aree del Piceno e della Sabina che si trovavano al limite delle tre principali realtà politiche del tempo: Spoleto Longobarda, Ravenna Bizantina e Roma Papale. Prima della conversione dei Longobardi al cristianesimo, sotto la regina Teodolinda, era pericoloso attraversare l’Umbria lungo la Flaminia che collegava Roma a Ravenna e quindi da quest’ultima città si era creata una via alternativa che da Scheggia, percorrendo la Salaria Gallica si ricollegava alla Salaria Consolare. Gli Aquitani così accolti venivano considerati “franchi” come lo erano state altre popolazioni già integrate nella penisola, cioè uomini liberi non Cives e che lavoravano la terra per conto dei Romani.
La ripopolazione del Piceno fece sì che gli Aquitani vennero dislocati, dall’Abate di Farfa, in piccoli gruppi lungo la Salaria Consolare (Sabina) e la Salaria Gallica (Piceno). Da lì le colonie franche si allargarono sulle valli dei vari fiumi Potenza, Chienti, Tenna, Ete, Aso e il territorio tra il massiccio dei Sibillini e le coste Adriatiche fu ben presto chiamato “Francia” per via del fatto che era interamente popolato da franchi.
Carlo Martello, quindi, raccolse uomini tra i franchi e formò un esercito che usò per spodestare Plectrude prima e poi per combattere gli arabi che dalla Spagna intendevano attraversare i Pirenei per conquistare le fertili campagne della Gallia meridionale. Per tutto il resto della vita (morì nel 742, anno di nascita di Carlo Magno) Carlo Martello, dopo aver trascorso il periodo delle festività religiose invernali nella “Douce France”, raggiungeva la Gallia dando origine ad una sorta di “esercito pendolare” mantenuto anche dal figlio Pipino il Breve. Questo fu possibile grazie all’apertura della via Francigena, un’arteria stradale che partiva dall’Urbs, la Roma durante il SECULUM OBSCURUM (oggi Urbisaglia) e attraversava i territori dove oggi sorgono Cancelli di Fabriano, Spoleto, Acquasparta fino ad Orte sul Tevere, per poi deviare a Nord fino ai passi della Cisa e del Gran San Bernardo per raggiungere la Gallia.
Il figlio di Carlo Martello, Pipino il Breve, ereditò il comando dell’esercito franco e anche la responsabilità di mantenere libera la Gallia dalle ambizioni dominatrici arabe. Egli usò la via Francigena come il padre, mentre con Carlo Magno, che combatteva in Germania, prese importanza la via Romea che dall’Urbs Picena saliva a nord oltrepassando il Brennero.
Pipino il Breve, a differenza di Carlo Martello, era nato in Val di Chienti quindi sin da subito era entrato in contatto con quella molteplicità di etnie che l’Italia ospitava a quel tempo: Greci-Bizantini, che dall’Esarcato di Ravenna dominavano gli antichi municipi Romani su entrambe le sponde dell’Adriatico settentrionale; Romani, che sotto il Papato erano concentrati soprattutto nel Lazio, Umbria meridionale e Tuscia o Toscana meridionale; Longobardi, il cui territorio comprendeva Pianura Padana, Umbria centro settentrionale e Toscana e poi franchi Aquitani, Sassoni, Turingi, per non parlare dei residui delle antiche popolazioni Picene e Celtiche.
I primi due condottieri carolingi furono sepolti al di sotto dell’ingresso dell’attuale Collegiata di San Ginesio che a quel tempo ospitava l’Abbazia di Saint Denis, voluta da Carlo Martello e costruita dai monaci Parisii, provenienti dalla stessa etnia che diede il nome a Parigi, l’Augusta Parisiorum in epoca Romana.
In cima alla rocca prospiciente l’Abbazia, Carlo Martello aveva edificato la sua dimora personale, oggi visibile in alcuni resti nella parte alta di Sant’Angelo in Pontano. Pontano è un termine carolingio, dal latino Pons Hugonis, poi volgarizzato in Ponticone e ulteriormente modificato in Pontone durante il Medioevo. La valle che separava Saint Denis dalla residenza carolingia è quella dove ancora oggi scorre il fiume Fiastra. Nei milleduecento anni che ci separano dall’epoca di Carlo Magno il territorio ha subito minime modificazioni mentre nomi, paesi e abitudini sono radicalmente cambiati. La strada che costeggia il Fiastra era chiamata Salaria Gallica; essa si ricongiungeva alla Salaria Consolare che portava a Roma oltrepassando il monte Vettore. Ad est, invece, verso Fano, entrava nel territorio dei Galli Senoni, che avevano il loro centro in Senigallia.
Nel 753 la dinastia carolingia compie una svolta importante: il Papa Stefano II incontra Pipino il Breve a Ponticone e gli offre di incoronarlo Re dei Franchi. L’ultimo Merovingio, Childerico, era stato spodestato e Pipino il Breve era già un sovrano de facto. Pipino accettò e un nuovo sovrano si aggiunse in Italia oltre a Liutprando, re dei Longobardi, che già risiedeva a Pavia.
La moglie di Pipino, Berta, divenne regina e il loro figlio Carlo, allora undicenne, assunse il nobile lignaggio dei sovrani.
Il conflitto con i Longobardi di Pavia si protrasse per tutto il resto della vita di Pipino, che combatté Liutprando prima, e i suoi successori Rachis e Astolfo poi. Alla sua morte, avvenuta nel 768, il figlio Carlo, dopo averne ripudiato la figlia, scese in guerra contro Desiderio, ultimo re Longobardo.
Pipino il Breve nel 768 era stato sepolto a Saint Denis (San Ginesio) ove 10 anni dopo gli fu sepolta accanto anche la consorte Berta e dove già riposava il padre Carlo Martello: anche in questo caso il georadar ha individuato uno spazio vuoto al di sotto del primitivo ingresso della Collegiata, dove le tombe di Pipino e Berta si troverebbero, ancora intatte.
Carlo Magno era divenuto re subito dopo la morte di Pipino il Breve e, ancora inesperto sulle arti della guerra e della diplomazia, si era lasciato guidare da Berta. Aveva sposato Ermengarda, figlia del re longobardo Desiderio. Il disegno di Berta era chiaro: con quel matrimonio politico ella intendeva unificare le due etnie rivali con la speranza che, alla morte di Desiderio, Carlo potesse ereditare i due imperi e quindi governare l’intera penisola.
Purtroppo la regina madre non aveva considerato gli umori del popolo franco: già indispettito dal fatto che Pipino il Breve aveva sposato una bizantina (Berta per l’appunto), vedere il loro re convolare a nozze con una esponente degli odiati Longobardi era inaccettabile. Così Carlo Magno, l’anno successivo, ripudiò Ermengarda e dichiarò guerra a Desiderio, riconquistando la lealtà dell’esercito e del popolo franco. Sconfitto Desiderio e, con esso, la dinastia reale Longobarda, Carlo Magno si proclamò “Re dei Franchi, dei Longobardi e Patrizio dei Romani”.
Senza più guerre da combattere in Italia, Carlo Magno si dedicò a consolidare il regno dandogli una struttura solida e precisa: la Val di Chienti diveniva il centro del regno e dove oggi sorge Corridonia Pipino aveva già costruito una chiesa dedicata a San Pietro; Carlo Magno proseguì il trasferimento da Ponticone alla piana del Chienti. Nella zona di Palatium Aquis Grani fece costruire la nuova splendida Cappella Palatina, oggi chiesa di San Claudio.
Il regno carolingio aveva accumulato nel corso delle guerre vittoriose di tre generazioni di condottieri un ingente bottino oltre che un’ineguagliata influenza politica. Per questo Leone III, Papa e franco, decise, nella notte di natale dell’800, di incoronare Carlo Magno Imperatore del rinato Impero Romano.
A trecento anni dalla caduta di Roma, Carlo Magno non solo fece rinascere l’Impero ma dette l’avvio ad una serie di relazioni diplomatiche con altri popoli e sovrani, specialmente con quelli antichi d’Oriente. Con gli Abbasidi di Baghdad cominciò una fitta rete di scambi commerciali: mercanti, soprattutto ebrei, andavano e venivano dalla Val di Chienti alla pianura del Tigri e dell’Eufrate.
Carlo Magno investì l’ingente bottino delle guerre carolingie per dare all’Occidente, devastato e privo di un’identità socio-culturale, nuovo lustro e una capitale (nella Francia Antica). Il problema maggiore era rappresentato dal fatto che, pur esistendo in Italia rovine dell’età classica, non vi erano più la maestranze che possedessero le conoscenze per ricostruire lo stile tipico della Roma antica. Ma tali conoscenze erano rimaste nell’area Romano-Bizantina. Così Carlo Magno chiese al Califfo di Baghdad Arun Al Rashid di inviare mastri costruttori dal vecchio califfato di Damasco per costruire Aquisgrana. Si trattava di una città immersa nel verde e priva di mura, infatti non vi era ragione per temere attacchi visto che a Occidente la catena dei Sibillini costituiva una fortezza naturale e impenetrabile e a Oriente l’alleanza con Bisanzio garantiva una protezione assoluta.
Il Palatium, ovvero la residenza privata dell’Imperatore, distava otto miglia dall’Urbs (oggi Urbisaglia) e cinque dall’attuale Abbazia ad Indam (oggi Santa Croce all’Ete). La Cappella Palatina, oggi San Claudio, era collegata al Palatium da un portico in legno terrazzato che Carlo Magno amava percorrere anche di notte. Alle spalle di San Claudio sorgono ancora oggi i resti della Schola Palatina dove furono realizzate pergamene miniate raccolte in volumi che sono ancora conservati nelle principali biblioteche d’Occidente. In quella scuola rinacque in Europa lo studio della Bibbia e del classicismo dell’antica Roma.
Carlo Magno fece formare dignitari imperiali sotto la guida dell’inglese Alcuino e del longobardo Paolo Diacono, per poi dislocarli in varie parti d’Italia e d’Europa. Si deve quindi alla Francia Picena di Carlo Magno la rinascita dell’Occidente e la salvezza della cristianità, che altrimenti sarebbe probabilmente terminata con l’invasione Araba. La Spagna era infatti caduta facilmente sotto l’urto degli islamici Ommayadi, che nell’840 avevano conquistato anche la Sicilia e stabilito due avamposti sulla penisola italica, Bari e Taranto. Gli Arabi giunsero fino al Piceno (881) distruggendo Aquisgrana. Ma il mondo Occidentale era già organizzato e in pochi mesi gli invasori vennero respinti a Sud. Solo nel 915 con la battaglia del Garigliano, gli Arabi vennero definitivamente cacciati dall’Italia.
Fu in questo periodo di tremenda tensione e insicurezza che i Papi abbandonarono Roma e spostarono il Laterano in Val di Chienti, in particolare a San Claudio, unico edificio che era rimasto intatto perché gli Arabi lo avevano usato come stallaggio per i cavalli. Il Laterano nel Piceno fu la nuova sede dei Papi per circa trecento anni. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.
Carlo Magno morì nell’814 lasciando al figlio Ludovico il Pio un impero che, dalla Val di Chienti si estendeva alla Gallia e alla Germania, aveva una forte stabilità politica e una fiorente attività culturale attraverso l’opera di conservazione di documenti e di un rinnovato stile architettonico che ricordava in parte il classicismo seppur con innesti bizantini.
Il successore di Carlo Magno fu il figlio Ludovico il Pio e con lui l’Impero entrò in crisi: durante il suo regno gli attacchi degli Arabi lungo le coste adriatiche si fecero sempre più frequenti e difficili da contrastare, mentre i dignitari imperiali di Carlo Magno erano divenuti feudatari ereditari determinando il frazionamento della Francia Picena in feudi. Ludovico il Pio cercò di compensare l’indebolimento imperiale rafforzando le strutture ecclesiastiche del centro-sud Italia: le abbazie di Farfa, Montecassino, San Vincenzo al Volturno e le loro dipendenze.
Ludovico morì nell’840 e al tempo del suo successore Lotario l’impero si era diviso in tre parti: Germania, Gallia e Italia. Ancora oggi la tripartizione base dell’Europa Occidentale. Nel 936 la dinastia carolingia terminò ufficialmente con l’incoronazione, sulla tomba di Carlo Magno, di Ottone I a re dei Romani il quale dette inizio alla dinastia sassone.

LA CAPPELLA PALATINA, GENESI DI SAN CLAUDIO

La Cappella Palatina fu il simbolo del potere politico e il centro culturale e religioso di tutta l’epoca carolingia.
Questa Nova Cappella (la prima, Saint Denis, era stata fatta costruire da Carlo Martello nell’attuale Collegiata di San Ginesio) doveva essere molto più imponente rispetto alla prima in quanto, per la sua costruzione (790), Carlo Magno aveva fatto giungere dall’Oriente maestranze qualificate. La novità architettonica assoluta della Cappella era già stata sperimentata nel frigidarium di Khirbat al-Mafjar (Jericho) da un califfo Ommayade di Damasco che aveva fatto costruire il suo palazzo residenziale nel deserto. La Nova Cappella aveva la stessa base quadrata della struttura ommayade, con quattro pilastri che dividevano il quadrato di base in nove campate. Nella copertura comparivano in Europa le prime volte a crociera che i romani non conoscevano e che erano state mutuate dalla Persia, attuale Iran, in seguito alla conquista Araba della Palestina. Quindi, nove campate, quattro pilastri e l’impiego della crociera erano anche i caratteri architettonici voluti da Carlo Magno. La novità rispetto al frigidarium di Khirbat Al Mafjar era che all’interno il matroneo veniva riprodotto con lo stesso sistema di base delle campate, ma senza la copertura a crociera al centro, che quindi rimaneva aperta e permetteva alle dame di seguire le funzioni che si svolgevano nel sottostante presbiterio.
La copertura dell’edificio era a terrazzo, sostenuto anch’esso da crociere. Al centro del terrazzo vi era una cupola oggi scomparsa, ma che si può ammirare nella chiesa di San Vittore alle Chiuse, anch’essa carolingia e strutturalmente identica a San Claudio. Due scale a chiocciola all’interno dei due campanili circolari conducevano sia al matroneo che al terrazzo. Di fronte alla costruzione vi era un cortile (xistum) contornato da colonne, con al centro una fontana.
Il figlio di Carlo Magno, Ludovico il Pio, apportò le prime modifiche alla Cappella Palatina quando fece erigere un arco al di sopra della tomba paterna. Tale arco è ancora visibile oggi ma mancante delle sculture del portale frontale che furono fatte trasferire a Fermo da Federico II. In sostituzione vi fu posto un portale pervenuto da Capodistria.
Il mito della tomba di Carlo Magno al di sotto dell’arcata e la presenza del Solium (trono) al di sopra di essa, da dove venivano consacrati i re dei Romani, diedero alla Cappella Palatina un enorme valore simbolico per l’Impero. Quando i Papi vi si insediarono trasformandola in Basilica Lateranensis l’antica cappella imperiale divenne sede papale.
Nel 936 vi fu una seconda modifica quando, al di sopra dell’arco fu collocato il Solium protetto da due colonne e su cui, dal 936 al 1152, cioè da Ottone I a Federico Barbarossa, tutti i successori di Carlo Magno furono nominati re dei Romani. Il Solium e le colonne si trovano oggi ad Aachen.
Nel 1002 Ottone III, l’ultimo Imperatore in Val di Chienti, penetrò nella tomba di Carlo Magno sotto l’arcata d’ingresso, trovandola intatta. Dopo Ottone III la situazione nella Francia Picena si era modificata radicalmente: i capi dei clan Romani o Vergari, erano insorti e il nuovo Imperatore Enrico II trasferì la sede imperiale a Bamberga lasciando definitivamente la Val di Chienti. Stavano nascendo i liberi Comuni e la loro autonomia lasciò i Franchi, che già non avevano più un imperatore (sostituito dalla dinastia sassone) anche senza contadini.
Papa Urbano II, per evitare ulteriori malcontenti, indisse la Prima Crociata per la liberazione del Santo Sepolcro e nel 1100, sotto la guida di Goffredo di Buglione, signore di Camerino, i Crociati conquistarono Gerusalemme. I Papi erano ancora in Val di Chienti al tempo del primo Concilio Lateranense (1112) e del secondo Concilio (1139) al quale parteciparono da Parigi Bernardo di Chiaravalle, fondatore dei Cistercensi e dei Templari, e il monaco cistercense Suger, legato della dinastia francese a Parigi. Suger mise in atto un vero e proprio complotto per cancellare dalla memoria storica la presenza di Aquisgrana e, soprattutto, di Saint Denis in Val di Chienti. Egli giunse al concilio con una flotta e un manipolo di Templari. Ripartì portando con sé  le colonne, ornamento della “domus” di Carlo Magno e le portò a Parigi nella reale cappella della sua nuova Saint Denis.
Federico Barbarossa tentò di rilanciare l’antica cappella di Aquisgrana come centro dell’Impero in Italia. Egli fu eletto re dei Romani il 4 Marzo 1152 in Germania e cinque giorni dopo era ad Aquisgrana per il rito dell’incoronazione sul Solium della Cappella Palatina. A natale del 1165 l’antipapa Pasquale III proclamò Carlo Magno santo nella Cappella Palatina (San Claudio) e l’anno dopo Federico Barbarossa ne fece trasportare le ossa in Germania. L’Imperatore disse di aver trovato il corpo non nella tomba ma in un nascondiglio rivelatogli per “divina ispirazione”. Egli infatti cercò la tomba ma non la trovò. Forse, come scrive il Prof. Carnevale, gli fu suggerito che i resti del leggendario Imperatore erano stati nascosti in luogo sicuro al tempo del secondo Concilio Lateranense del 1139.
Per questo motivo egli disse che ritrovò il corpo di Carlo Magno grazie all’ispirazione divina in un luogo nascosto che forse egli identificò come sarcofago di Proserpina contenente le spoglie di Carlo il Grosso.
Nel 1166 Federico Barbarossa tornò alla Cappella Palatina trovandola semidiroccata. Decise quindi di trasferire le ossa di Carlo Magno in Germania. La translatio sanctissimi Caroli imperatori avvenne il 29 dicembre di quello stesso anno e dieci anni dopo, nel 1176, in seguito alla sconfitta di Legnano, Barbarossa concluse anche la translatio imperii, vista la situazione instabile che si era creata in Italia con le spinte antimperialiste dei liberi Comuni. Tale trasferimento si concretizzò nella riedificazione della cappella dedicata a Sancta Maria Mater Domini ad Aachen. Il compito della costruzione venne affidato a Odo di Metz che utilizzò tutti gli elementi provenienti dall’Italia, le sette cancellate del matroneo e del presbiterio - l’ottava fu copiata direttamente ad Aachen -, la porta di bronzo, le otto ante delle quattro porte dei campanili, il sarcofago di Proserpina, dove giacevano le presunte ossa di Carlo Magno, la pigna della fontana dello xistum o cortile, il solium/trono, le carte dell’archivio inclusi gli annales aquenses, le reliquie della chiesa e forse le colonne che contornavano lo xistum e lo stesso candelabro circolare donato da Federico Barbarossa il cui peso aveva fatto crollare la cupola della Cappella Palatina in Italia.
Odo di Metz, per evitare il crollo della cupola, costruì la nuova cappella a pianta ottagonale invece che quadrata e rinforzò la muratura periferica inserendovi cerchiature di ferro collegate da sbarre trasversali, creando così la prima “armatura” della storia.
L’antica Cappella Palatina di Carlo Magno rimase un rudere per dieci anni fino al 1176 quando la Diocesi di San Claudio a Fermo, in seguito alla distruzione della cattedrale ad opera del Barbarossa, restaurò le crociere del matroneo della Cappella Palatina e le ricoprì con un rudimentale tetto a capriate. La chiesa finì per essere chiamata San Claudio dal protettore della Diocesi. L’ultima trasformazione della chiesa avvenne ad opera di Federico II che, dopo aver riscostruito la Cattedrale di Fermo per il Papato, decise di tenere per se’ San Claudio e farne la sua dimora imperiale. Egli separò con una nuova crociera il piano del matroneo da quello inferiore. Un’ampia scala conduceva all’ingresso dove vi era stato inserito il portale in pietra d’Istria originariamente destinato alla Cattedrale di Fermo, anch’essa costruita interamente con quel materiale, ma che Federico II decise di tenere a San Claudio, inviando invece a Fermo l’antico portale carolingio della tomba di Carlo Magno.
INDAGINI E RISULTATI DEL GEORADAR

Nel 2013, su interessamento dell’Ing. Morresi, la ditta GeoPro ha eseguito un’indagine con il georadar sotto l’arcata d’ingresso della Pieve di San Claudio per verificare la corrispondenza delle fonti scritte con l’esistenza effettiva della tomba di Carlo Magno.  L’indagine si è estesa all’interno della chiesa nella ricerca di eventuali indizi sulla sepoltura di Ottone III (la cui tomba non è stata mai localizzata).
I primi rilievi sono stati eseguiti il 1 Febbraio con il consenso del parroco Don Gianni Dichiara. E’ stata dapprima controllato il pianerottolo sotto l’arco antistante l’attuale ingresso di San Claudio, per poi spostarsi all’interno per una fascia, parallela alla facciata, che ha compreso le prime tre campate. I rilievi sono stati eseguiti dal dott. Massimiliano Mazzocca, titolare della ditta, che poi ha steso anche la relazione tecnica.
Il rapporto parla di circa 20 profili radar che sono stati eseguiti durante il corso dell’indagine completa. La tecnica del Georadar si basa sull’uso di onde elettromagnetiche che identificano vari livelli che presentano comportamenti diversi di resistività, costante dielettrica e altro così che ogni variazione di tali proprietà va a formare la lettura e la definizione di parametri fisici e geometrici dello spazio oggetto del rilievo.
In pratica si utilizza un’antenna trasmittente che invia un impulso elettromagnetico della durata di pochi nanosecondi. Il segnale, man mano che colpisce i vari livelli o interfacce nello spazio viene in parte riflesso e in parte “passa” nei livelli sottostanti; i segnali riflessi vengono captati in superficie per mezzo di un’antenna ricevente. La configurazione (monostatica o bistatica) e la frequenza dell’antenna sono fondamentali: ad una bassa frequenza corrisponde una maggiore penetrazione del segnale in profondità ma con uno scarso dettaglio delle anomalie riscontrabili, mentre a frequenze maggiori corrisponde una risoluzione più alta ma una minore penetrazione del segnale.
Nei sistemi Georadar più comuni (incluso quello utilizzato nella presenta indagine) i segnali a radiofrequenza vengono generati da un’unità centrale e la loro trasmissione è operata da una o più antenne che sono guidate lungo la superficie dello spazio da indagare. I dati raccolti sono elaborati, memorizzati e rappresentati sulla console di controllo. Eventuali discontinuità o anomalie (oggetti isolati presenti al di sotto della superficie) generano delle immagini radar come ad esempio forme iperboliche. I profili vengono acquisiti lungo reticoli con direzioni ortogonali e distanze variabili così da poter ricostruire l’andamento dei livelli e degli oggetti “anomali” nello spazio tramite sezioni verticali radar-stratigrafiche.
Le onde elettromagnetiche quando penetrano all’interno di “mezzi” (ad esempio arenaria, acqua di mare, sabbia, creta, granito, ghiaccio, ecc.) vengono assorbite in maniera differente a seconda delle proprietà elettriche dei materiali stessi. L’elettricità dei materiali è definita da due valori principali: costante dielettrica relativa e conducibilità.
Le immagini radar (radargrammi) vengono generate quando l’antenna trasmittente invia l’impulso elettromagnetico sulla superficie del materiale da indagare e a una determinata frequenza di ripetizione; la successione degli impulsi produce un segnale che viene irradiato nel mezzo da un’antenna a banda larga. Naturalmente l’impulso inviato è calibrato in modo da ottenere una distribuzione spettrale dove il valore centrale rappresenta la frequenza centrale dell’antenna (frequenza dominante), definendo le caratteristiche di risoluzione e di penetrabilità dell’esplorazione.
Il segnale elettromagnetico che si ricava presenta una serie di picchi, la cui ampiezza dipende da natura del riflettore, natura del materiale tra riflettore e antenna, curva di guadagno applicata. L’assorbimento rimane il principale fattore di disturbo alla trasmissione del segnale, in quanto causa la perdita di energia dell’onda elettromagnetica con conseguente attenuazione del segnale. Acqua marina e argilla hanno un elevato valore assorbente. L’assorbimento è direttamente proporzionale alla conducibilità e inversamente proporzionale alla radice della permittività. Nei suoli il fattore fondamentale è pertanto la presenza dell’acqua che, nello sciogliere i sali presenti, aumenta la conducibilità e, quindi, l’assorbimento.
La prima indagine è stata realizzata mediante l’utilizzo di un’unità centrale di acquisizione Zond 12e prodotta dalla Radar Systems e controllata tramite un notebook con il software “Prism2” integrato. Il software serve a connettere il computer con un sincronizzatore a sua volta collegato ad un convertitore stroboscopico (A/D 16 bits). Il sincronizzatore coordina l’attività delle due antenne (trasmittente e ricevente a frequenza 300 MHz, 500 MHz, 1.5 GHz).
Gli impulsi sono stati emessi su un tempo da 1 a 2000 ns (con passo 1ns) e la scansione effettuata a circa 80 al secondo, risultanti in output di 512 campioni per scansione.
I dati sono stati trasferiti attraverso una porta Ethernet al computer per la codifica/elaborazione.
Nella fase di Pre-Processing è stata utilizzata una procedura automatica di somma di campioni (fino a 32 campioni per impulso acquisito), mentre le finestre temporali sono state adeguate alla presenza di segnali utili in profondità ed alla penetrazione del segnale fino a circa 100 ns. Questo per ottimizzare il rapporto segnale/rumore.
In fase di Processing la strategia utilizzata si è dispiegata nelle fasi standard di analisi di attenuazione; applicazione della curva di guadagno; filtraggi in frequenza dove necessario.
L’analisi dei profili acquisiti mostra la presenza di numerosi elementi di discontinuità al di sotto dell’attuale piano di calpestio. La radar-stratigrafia mostra un orizzonte superficiale di circa 30cm di spessore con un’area anomala all’interno della quale si evidenzia una porzione centrale di 90x200 cm posta ad una profondità di 50 cm. Più sotto, a 1 metro di profondità, si rileva quella che sembra essere una precedente pavimentazione con residui delle fondamenta di colonna e mura perimetrali. Vi è poi un elemento lineare, solo parzialmente illuminato dai profili, che si estende in una direzione diversa da quella degli elementi architettonici, quindi è ad essi slegata.
A conclusione di tale indagine Mazzocca ammette di non aver potuto elaborare un radargramma sufficientemente chiaro per tracciare con sicurezza la presenza di elementi architettonici nel sottosuolo, anche se pare certa la presenza di un’anomalia al di sotto dell’area controllata. L’Ing. Moresi in seguito ha commissionato un’ulteriore indagine con radar 3D (GPR 3D). Tale indagine è stata eseguita a Luglio 2013 e si è focalizzata esclusivamente sulla zona al di sotto del pianerottolo di ingresso della Chiesa di S. Claudio. Essa ha previsto l’acquisizione, elaborazione e lettura di 40 profili radar 2D con antenna a 300 e 500 MHz.
Il metodo GPR 3D consente una descrizione accurata dell’intera geometria dell’area investigata al fine di risolvere inesattezze o ambiguità nell’interpretazione dei radargrammi in 2D. Il rilievo 3D si effettua registrando una serie di profili bidimensionali paralleli tra loro che ricoprano adeguatamente tutta la superficie in esame. Successivamente tali profili vengono affiancati ed accorpati per ottenere visualizzazioni più realistiche.
L’elaborazione dei dati è stata inizialmente adeguata ai singoli profili 2D in sequenza standard, poi i dati sono stati accorpati in un unico volume 3D. Si sono così evidenziate strutture dallo sviluppo complesso; in particolare è visibile un’area con riflessione molto intensa nel lato adiacente ai gradini, corrispondente all’anomalia già evidenziata dall’indagine in 2D.
La conclusione del secondo rapporto tecnico è che vi sono dati sufficientemente chiari da poter individuare con certezza la presenza di elementi architettonici nel sottosuolo del piazzale d’ingresso di S. Claudio, ma che la complessità delle geometrie dei riflettori non permette un’interpretazione semplice. Sembra si tratti di una struttura allungata, seppur a tratti irregolare, che va verso l’ingresso della chiesa, obliqua verso destra rispetto alla porta.
ANALISI COMPARATIVA CON LE FONTI STORICHE

La possibile localizzazione della tomba di Carlo Magno sotto l’arcata d’ingresso di San Claudio era stata stimolata da una notizia ADNKRONOS che nel 2010 riporta le dichiarazioni di un team di archeologi coordinati da Andreas Schaub che per tre anni hanno cercato la tomba di Carlo Magno ad Aquisgrana (Aachen) senza mai trovarla, giungendo così alla conclusione che essa non si trovi nell’atrio della cattedrale. Nonostante ciò gli archeologi continuano a sostenere che Carlo Magno sia stato sepolto ad Aquisgrana (già ma quale?).
Le prime notizie sulla morte e sepoltura dell’Imperatore si hanno dalla Vita Caroli Imperatoris di Eginardo, che afferma come, in mancanza di istruzioni precise date da Carlo Magno in vita, tutti furono concordi nel deporre le sue spoglie nella basilica che egli aveva fatto costruire. Sopra il suo tumulo fu innalzato un arco dorato, con ritratto e iscrizione.

...Il corteo dalla Domus imperiale alla Cappella più che funebre era trionfale”, scrive il Prof. Carnevale, “L’imperatore era portato a spalla su un trono, con una corona in testa e uno scettro in mano, avvolto in ampi e caldi paludamenti imperiali nella gelida sera invernale. Il corpo fu inumato subito col trono, così come era giunto...

Tale descrizione viene dedotta dal Chronicon Novaliciense. Quindi Carlo Magno fu inumato, come conferma l’indagine con il georadar, nell’atrio della chiesa che Widukind nel suo Rerum Gestarum Saxonicarum Libri Tres definisce xistum (o atrio).
Ludovico il Pio, rientrando dall’Aquitania, approvò la sepoltura esistente ma vi fece erigere sopra un arco deauratus. Thietmar, nella sua Cronaca, riferisce che Ottone III, centottantasei anni dopo la morte di Carlo Magno ne ricercò le spoglie all’interno della chiesa ma le trovò invece sotto l’arcata esterna.
Un’altra interessante testimonianza proviene dal Conte di palazzo Ottone di Lomello che aveva partecipato personalmente alla riapertura della tomba con Ottone III (la fonte è, ancora, il Chronicon Novaliciense):

...Entrammo da Carlo. Non era giacente come si usa coi corpi degli altri defunti ma seduto in trono come se fosse vivo. Aveva una corona in testa e teneva uno scettro nelle mani ricoperte da guanti che le unghie, crescendo, avevano forato. Il tugurium era coperto al di sopra da un’arcata di marmi e pietre...Ottone III lo rivestì subito con un drappo bianco, tagliò le unghie e fece pulizia intorno a lui. Le sue membra non si erano ancora putrefatte, solo la punta del naso era un po’ corrosa che [Ottone III] fece subito riparare con oro, e estrattogli un dente di bocca e richiusa l’apertura del piccolo tugurium si allontanò...

Il georadar ha rilevato le dimensioni del tugurium in 1.5x1.5x1.5 metri, con il lato superiore a volta a botte per elevare l’altezza a 1.90 metri così che l’Imperatore poteva starvi seduto.
Mazzocca nella sua indagine riferisce che il parallelepipedo, poiché sul lato superiore è coperto dalla volta, è sviluppato maggiormente in altezza. Quindi georadar e Chronicon Novaliciense si confermano a vicenda. Il minuscolo locale del tugurium, che probabilmente era stato costruito lo stesso giorno della sepoltura, era perfettamente in grado di contenere il corpo di Carlo Magno con il suo trono. Ottone III nell’anno mille fu il primo ad entrarvi.
In particolare la seconda relazione tecnica (ad opera dei geologi Ercoli e Mazzocca) conferma quanto narrato da Eginardo: Carlo Magno fu tumulato sulla soglia della Cappella Palatina/S. Claudio e sul tumulo il figlio Ludovico il Pio fece innalzare l’arco ancora oggi esistente.
L’indagine al Georadar ha inoltre confermato che la tomba ha le dimensioni di un tuguriolum con la copertura a botte parallela alla facciata. Soprattutto dagli elementi forniti dai radargrammi esiste la possibilità concreta che Carlo Magno sia ancora sepolto a S. Claudio. Le vesti regali possono aver creato con il tempo e l’umidita’ una massa incrostata ad alto valore riflettente. Tale massa poggia su un’ipotetica base distante 0.50 metri dal pavimento, una descrizione simile alla narrazione del Conte di Lomello che vide Carlo Magno seduto sul suo trono rialzato. Sembra logico supporre che Ottone III sia stato il primo e l’unico a penetrare nella tomba del grande Imperatore. Fino ad oggi.
01/01/2017 17:59:48

http://www.thexplan.net/article/206/SECULUM-OBSCURUM-RIVELATO-II/It
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