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ANNO XV


31.05.2018
TXP 3.0
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La Commissione



INDAGINI/In Italia

RAMBONA

Il Santuario Dimenticato

La Commissione

ITINERARIO

Rambona e’ una contrada di poche centinaia di abitanti che sorge a circa 3 chilometri da Pollenza, provincia di Macerata (Marche). Sorge a 170mt s.l.m.
Da Nord: A1 direzione Bologna, A14 direzione Ancona, uscita Ancona Nord, poi SS76 direzione Fabriano, SP9 direzione Macerata, SP362 e seguire indicazioni per Rambona

Dal Centro: SP22a direzione A14, A14 direzione Ancona, uscita Civitanova M./Macerata, poi SS77 direzione Tolentino/Foligno/Macerata, da Tolentino zona industriale seguire indicazioni per Rambona

Da Sud: A3 direzione Caserta/Roma/A1, A1 e uscita direzione Cassino, A25 direzione Roma/L’Aquila/Teramo, A24 uscita L’Aquila/Teramo, A14 direzione Ancona, uscita Civitanova M./Macerata, poi SS77 direzione Tolentino/Foligno/Macerata, da Tolentino zona industriale seguire indicazioni per Rambona

Coordinate GPS: 43°15’56.5”N , 13°18’43.2”E

ABBAZIA DI RAMBONA

Giuseppe Fammilume, nel suo libro “La badia di Rambona in Pollenza nelle Marche” (1938) ci informa che della millenaria Badia di Rambona e’ stato scritto fin dai primi secoli della sua esistenza, dai critici d’arte agli studiosi del Cristianesimo, fino alle personalita’ regionali e locali che si sono susseguite nel corso della storia.
Fammilume ha raccolto documenti e notizie su Rambona provenienti da vari momenti storici anche se – egli scrive – “...alcuni punti di questo quadro sono e saranno sempre oscuri...”.

E’ il monumento piu’ importante dell’area di Pollenza e certamente il piu’ trascurato a livello architettonico e simbolico delle Marche.
L’abbazia sorge a pochi chilometri da Macerata e ad ovest del centro abitato di Rambona, lungo la media valle del fiume Potenza.
Storicamente si fa risalire la sua costruzione all’anno 891-898 ad opera della regina longobarda Ageltrude, figlia di Adelchi principe di Benevento e moglie di Guido (duca di Spoleto e marchese di Camerino). Si era nel periodo delle lotte tra principi aspiranti al titolo di Re o Imperatore, e Ageltrude difese i diritti del figlio contro Berengario in Italia e Arnolfo, Imperatore di Germania; sostenne un assedio a Roma e poi a Spoleto e nel Castello di Fermo dove riusci’ a non ingaggiare battaglia con l’esercito di Arnolfo (Anno 896).
Grata a Dio per essere stata liberata dall’assedio, Ageltrude fece voto di donare parte dei suoi tesori alla costruzione di templi e cenobi (monasteri). Da questa decisione ebbe origine il Cenobio di Rambona, come conferma il Dittico “da Rambona”.
Ageltrude fu Imperatrice come testimoniato dal decreto del Re d’Italia Berengario I: nell’898 egli scriveva che “ad Ageltruda si concedono i territori e le localita’ di Rambona e il dominio di tutti i beni propri o da Lei donati dal marito Guido e dal figlio Lamberto e il dominio dei coloni d’ambo i sessi”.
Sul monastero vero e proprio non vi e’ certezza, ma sembra fosse una cittadella con una rocca dove i monaci sacerdoti, artigiani e agricoltori vivevano in regime di autosufficienza senza mai aver bisogno di uscire. La vita monastica era regolata secondo il criterio dell’Abate che si basava sulla Regula Sancta di Benedetto. Il cenobio passo’ in seguito dai Benedettini ai Cistercensi.
Nel medioevo l’abbazia possedeva una grande quantita’ di beni, chiese e priorati, ma nel 1443 fu saccheggiata e incendiata da Ciarpellone, capitano di Francesco Sforza. Il monastero venne raso al suolo e la chiesa rimase abbandonata, nonostante Eugenio IV, in un ultimo tentativo di salvarla, destino’ i suoi beni prima al Vescovo di Camerino e, tre anni dopo, all’Abate di S.Lorenzo in Doliolo di San Severino Marche.
Neanche il ritorno dei monaci cistercensi nel XVIII riusci’ a ricostituire l’attivita’ cenobitica in maniera efficace.

Dell’antica chiesa rimangono oggi solo il Presbiterio e la Cripta; le navate furono separate dal resto dell’edificio e trasformate in abitazioni private nella seconda meta’ dell’ottavo secolo.

La Cripta-
e’ un’ampia sala divisa in tre navate con volte sostenute da due pilastri e dodici colonne poggiate su basamenti di varia forma, decorate con capitelli in stile medievale e scolpiti in funzione dell’edificio.
Secondo Giuseppe Fammilume, restauratore della Cripta, l’attuale chiesa sotterranea, col sovrastante presbiterio, sarebbe stata ottenuta con l’ampliamento della vecchia chiesa edificata da Agertrude.
Molti studiosi si sono occupati dell’abbazia che necessita di un sostanzioso intervento di restauro, ma che allo stato attuale delle cose e’ lasciato all’incuria del tempo.
Per stessa ammissione degli accademici, il passato dell’abbazia non e’ stato svelato interamente.
Negli anni ’80 il Prof. Aldo Nestori dell’Universita’ di Macerata ha diretto dei sondaggi che hanno portato al ritrovamento di parte delle fondazioni della facciata e del pilastro dell’antica chiesa che mostrano l’aggiunta di materiali provenienti dall’eta’ classica.
Scrive Cesarini da Senigallia:

“...La parte aurea formata dalle orizzontali e dalle verticali, la sapiente distribuzione dei vuoti e dei pieni riescono a creare quelle zone d’ombra segrete e struggenti che ci lasciano pensierosi e stupefatti...”

I capitelli della cripta sono stati creati mettendo insieme materiali eterogenei e di colore diverso. L’altare e’ posto in modo da essere visibile da ogni angolo e il suo ultimo restauro risale al 1929.

Sotto la testata della navata di destra e’ stata scoperta una cella eremitica a pianta rettangolare con il piano di terra battuta, alla quale si accede dalla cripta attraverso una piccola apertura. Secondo la tradizione questa era la cella dove si ritirava per la sue meditazioni S.Amico – monaco, sacerdote, abate – che dimoro’ nel monastero di Rambona intorno al mille.
Ma il ritrovamento piu’ importante avvenuto durante i sondaggi e’ un piccolo santuario, scavato nella roccia argillosa, dedicato al culto delle acque e alla dea Bona, protrettrice della fecondita’.
Si tratta di un ipogeo triconco con corridoio e scala di accesso; un tempo esso doveva comunicare direttamente con la cripta e con la navata centrale della chiesa.
Questo a prova che anche a Rambona la scelta del luogo dove erigere l’abbazia non e’ stato casuale, visto che vi era in quel luogo un preesistente tempio pagano di notevole importanza.
L’abbazia si uni’ alla riforma cistercense il passaggio non ha pero’ modificato la sua struttura architettonica.
La cripta e’ divisa in tre crociere sostenute da colonne e archi creando delle navi intermedie. Le colonne sono dodici e si ergono su basamenti di diversa forma e con capitelli di varie sagome e intagli.
La presenza di tante irregolarita’ architettoniche che generano giochi di luci ed ombre impreviste, nonche’ effetti policromatici tra muri perimetrali, absidi e colonne (effetti che abbiamo avuto modo di ammirare in diversi momenti della giornata) farebbero parte secondo i medievalisti dell’intenzione degli architetti medievali di rappresentare la realta’ dell’esistenza.

I Capitelli-

Meritano un’analisi a parte per la grande varieta’ di elementi animali e vegetali che presentano: le palme che, secondo la simbologia Cristiana, rappresentano il martirio dei primi fedeli e il trionfo della Chiesa; le colombe, cioe’ le anime dei fedeli; l’aquila, indicante la vittoria sul male; la pantera, che esprime la virtu’ simulata; il pellicano, che alimenta i figli col proprio sangue a ricordo della passione di Cristo.
Fammilume conclude in modo un po’ approssimativo:

“...I restanti animali non abbastanza decifrabili per la loro mostruosita’, ci portano a pensare che essi alludono ai vizi dell’umanita’...”

Secondo alcuni studiosi gli artefici dei capitelli sarebbero stati Greci ma non sembra probabile visto che essi erano stati cacciati dai Normanni.
Non riuscendo a coniugare le diversita’ dei simboli presenti sulle colonne, Fammilume ipotizza che glia artisti dovevano avere due gusti diversi: alcuni che prediligevano l’arte primitiva e nordica, bizantina ed orientale, gli altri di stile ellenistico-romano, quindi classico.

Le tre Absidi-
L’abside e’ l’unica porzione di edificio che presenta ancora le caratteristiche della struttura originaria, dato che sia la facciata che i lati della chiesa sono stati modificati per diventare abitazioni private.
Le tre absidi invece ricalcano l’originale stesura muraria in pietra arenaria con la porzione di muro superiore a due spioventi.
I corpi semicircolari che dall’esterno conferiscono all’abbazia la sua eleganza unica, presentano una decorazione a scansione verticale formata da otto semicolonne in pietra bianca attaccata al muro di fondo da una serie di ammorzature. Su ciascuna abside (quella centrale piu’ grande di quelle ai lati) si aprono alcune finestre strombate, che nella fascia superiore hanno una cornice di marmo con incisioni a semicerchio.
Il muro di testata orientale, a due spioventi, presenta una sola sezione di muro originale, quella che si attesta sopra l'abside meridionale, mentre il resto, compreso il rosone, è frutto di un rifacimento ottocentesco. Anche una breve porzione della fiancata settentrionale ha conservato i caratteri stilistici originari: la scansione muraria è sottolineata dalla presenza di sottili lesene a blocchetti di arenaria, che probabilmente dovevano ripetersi, lungo tutta la superficie di cortina della chiesa. Nella porzione superstite, aggiunta di una bifora dagli evidenti caratteri stilistici romanici ha interrotto l'asse verticale di una lesena.
Nel 1948 con la restaurazione della casa parrocchiale venne demolito un arco e si trovo’ un vano semicircolare adiacente al muro perimetrale della cripta e del presibiterio; fu ritenuto un’absidiola e dalle sue fondamenta sono stati estratti un cippo funerario romano e un capitello scolpito su di un’ara romana o cippo, dove vi sono tracciate alcune lettere.
Il cippo funerario conferma l’esistenza di un centro romano nella zona mentre il capitello arcaico dimostra che l’attuale chiesa di Rambona esiste sulle rovine di un altro tempio, ad essa precedente.
Si pensa che la costruzione del presbiterio e della cripta sia stata pensata allo specifico scopo di collocare i resti di S.Amico, come afferma S. Pier Damiani nel suo Liber Gratissimus.
Scavi nella parte corrispondente all’abside centrale del tempio bizantino, che venne demolita per dare l’accesso al presbiterio attuale, servirebbero a riaprire un cunicolo che presenta elementi artistici analoghi alla cripta romanica. Questo collegamento puo’ dimostrare l’esistenza di una cripta piu’ antica di quella attuale, ma anche la veridicita’ della tradizione che vuole l’abbazia costruita sulle rovine di un tempio pagano dedicato alla Dea Bona; infine, l’esistenza di un culto misteriosofico.

IL DITTICO DI RAMBONA

E’ l’unico oggetto rimasto oggi dell’antico tesoro rambonese da tempo scomparso. Esso consiste in due piccole tavole d’avorio unito con una cerniera per poter essere chiuse.
Nella tavola a sinistra vi e’ una scena illustrata da iscrizioni: tra l’immagine di Cristo sostenuto da due angeli e il crocifisso si legge EGOSVM IHS NAZARENVS.
Al vertice della croce vi e’ la continuazione REX IVDEORVM (secondo il testo di S.Marco, mentre la versione di S.Giovanni e’ IESUS NAZARENUS REX JUDEORUM).
L’artista ha inteso mostrare le due rappresentazioni di Cristo: in alto trionfante e immerso nella gloria degli Angeli; sotto, nel martirio della crocifissione.
Sopra le due estremita’ del braccio orizzontale della croce vi sono due figurine con una mano appoggiata al viso e l’altra che sorregge un flagello. La figura di sinistra porta scritto sopra la testa SOL, e quella di destra LUNA. E’ una rappresentazione unica degli astri in forma umana invece dei due dischi che solitamente accompagnano la scena della crocifissione. Nello stesso braccio orizzontale e immediatamente sotto le braccia di Cristo (a sinistra, in corrispondenza della Vergine) e’ scritto MULIER EN (sottinteso Filius tuus); a destra, in corrispondenza di S.Giovanni, e’ scritto DISSIPULE ECCE (sottinteso Mater tua).
La croce e’ piantata sopra un monte fiorito; e’ ben visibile il taglio prodotto per conficcarvi la croce. Sopra questa domina l’immagine di Cristo ancora vivente, non ancora colpito dalla lancia e con il capo circondato dalla corona di spine. L’espressione del Redentore non e’ di sofferenza quanto piuttosto di apertura misericordiosa verso l’umanita’.
Il suo corpo e’ inchiodato alla croce come da tradizione antica; la figura di Maria e’ vestita con l’abito delle imperatrici bizantine, con una mano appoggiata alla guancia e con l’altra alzata in atto imperatorio. Dall’altro lato vi e’ S.Giovanni Apostolo ed Evangelista, di dimensioni minori rispetto alla Vergine (ma entrambi indossano la corona di spine) e con la mano destra sollevata in atteggiamento di dolore.
Ai lati vi sono due Cherubini in piedi avvolti da sei ali. Un’iscrizione al di sotto delle figure recita CONFESSORIS DNI SCIS GREGORIVS SILVESTRO FLAVIANI CENOBIO RAMBONA AGELTRVDA CONSTRUXI.
Nella parte centrale sono rappresentati i tre santi titolari della badia: S.Silvestro, S.Flaviano e S.Gregorio Magno con le mani aperte sollevate all’altezza delle spalle.
La scritta sotto i piedi dei santi dice: QUOD EGO ODELRIGUS INFIMUS DNI SERBUS ET ABBAS.

Le tavolette terminano con una orlatura a merli multipli e con una trina pendente che si ripetefrequentemente nell’arte musulmana.
La lupa, secondo Hermanin, e’ la figura piu’ interessante del Dittico, in quanto appare, tra tutti i dittici classici e bizantini, solo in quello di Rambona e in una cassetta d’osso nel Museo Britannico.
Sotto il Monte del Calvario e’ rappresentata la lupa Romana, di aspetto feroce, per difendere i due gemelli attaccatti alle sue mammelle. Sotto e’ scritto ROMULUS ET REMULUS A LUPA NUTRITI.
La tavola destra e’ divisa in tre parti di diversa grandezza. In alto, in uno spazio quadrato, e’ raffigurata la Vergine in un trono scolpito che sorregge il bambino Gesu’ benedicendolo.

Nel Dittico, spiega Fammilume, sta ad indicare la Roma pagana vinta dalla Redenzione di Cristo.
Questo documento ha interessato tutti i maggiori studiosi dell’arte medievale, che pero’ non si trovano d’accordo sulla datazione: per alcuni sarebbe stato composto alla fine del X secolo. Il Dittico e’ oggi conservato nel Museo Sacro della Biblioteca Apostolica di Citta’ del Vaticano.
E’ la testimonianza delle origini dell’abbazia di Rambona e possiede un grande valore artistico e simbolico. Si tratta di una lastra di avorio risalente al IX-X sec., presenta delle iscrizioni che riguardano l’imperatrice Agertrude.
Il critico d’arte Federico Hermanin nel 1898 traduce l’iscrizione cosi’: “Ai confessori del Signore, ai Santi Gregorio, Flaviano, Silvestro del Convento di Rambona, che Ageltrude costrusse, io Olderigo, infimo servo ed abate offro questo Dittico che feci scolpire nel nome del Signore, Amen”.

Il dittico, assieme al diploma di Berndardo I re d’Italia, che conferma la proprieta’ dell’abbazia alla donna, colloca l’origine della struttura negli anni immediatamente precedenti all’889.
La datazione corrisponde ad un momento di particolare vitalita’ dell’ordine benedettino che si andava diffondendo ovunque ma specialmente nelle Marche, terra di confine in perenne conflitto, nella quale la presenza dei monaci serviva a rafforzare le tendenze espansionistiche di duchi e vescovi.

INFLUENZE ROMANE

Secondo gli storici la badia di Rambona sarebbe sorta sul luogo dove esisteva un tempio pagano sacro alla Dea Bona. La localita’ venne scelta da Ageltrude perche’ i monaci preferivano i luoghi remoti e isolati rispetto ai conflitti politici e alle guerre barbariche. Questo e’ testimoniato da frammenti preromani e romani rinvenuti nei dintorni de tempio.
Tra i resti antichi ritrovati durante gli scavi sono monete, fregi di marmo, un’ara, una base di colonna, due capitelli e un bronzo.
Riguardo alle popolazioni preromane, gli Umbro-Sabini furono gli antenati dei Piceni e avevano una civilta’ propria ma accettarono influenza da parte di Etruschi e Greci.
Poi arrivarono i Romani con colonne, fregi e capitelli che puo’ solo far pensare all’esistenza nella zona, di un importante centro abitato (di culto?) che venne annesso all’Impero Romano nel 269-268 a.e.v.
Plinio nella sua “Storia Naturale” afferma che il popolo Pollentino era unito a Urbisalvia.
La dea Bona, dice Varrone, era una divinita’ pagana figlia di Fauno e onorata con un culto misterioso, a Roma e nelle terre ad essa soggette. Quindi sarebbe stato importato nella zona dai Romani.
Tarcisio Feliziani, presidente dell’Associazione Pro Rambona, e’ depositario di praticamente tutto quello che si conosce sul passato di Rambona. Non solo egli ha vissuto tutta la vita nella contrada ma ha esplorato attivamente numerosi luoghi che hanno dato origine a molte delle leggende locali. E’ con Tarcisio che prendiamo i primi contatti e chiediamo subito dell’origine del nome. Rambona, ci viene spiegato, non deriverebbe da Ara Bona (Altare della Dea Bona) come scrive Cesarini da Senigallia nel suo “L’abbazia di Rambona e la sua cripta”:

“...Il nome Aradea Bonae – Ara Bona, divenne presto Rambona...”

ma invece da Ra cum Bona che poi e’ stato accorciato in Ra m Bona: quest’ultima versione si collega alla presenza del culto egizio del Santuario di Treja, a poca distanza da Rambona, e ripropone la teoria che i Romani avessero portato il culto di Iside nelle Marche. Infatti Ra (il dio sole degli egizi, identificato con l’astro al suo zenith e piu’ tardi personificato dal dio falco Horus) in unione con la divinita’ locale Bona starebbe a significare che Rambona doveva essere in tempi antichi un importante luogo sacro di culto e preghiera, innalzato a suggellare l’incontro tra le due divinita’, l’una venuta da Oriente (per mezzo dei Romani) e l’altra, gia’ adorata dai locali Piceni, abitatrice dell’Ovest, divinita’ ctonia che con le sorelle Cupra e Sibilla costituiva il trittico dell’energia femminile della luna e della terra.
La dea Bona era figlia di un re del Lazio, Fauno, e adorata per la sua castita’. Anche i Romani le dedicaono vari templi.
La Dea Bona veniva identificata con il liquido amniotico che nel grembo delle madri permette ai bambini di nutrirsi. Ai piedi dell’Abbazia di Rambona scorre un piccolo ruscello seminascosto da una fitta vegetazione di canne, chiamato “Fosso dell’Acqua Salata” e che ha una particolarita’ unica: la sua composizione chimica e’ molto simile a quella del liquido amniotico. Circostanza ancora piu’ eccezionale se si pensa che il fiume Potenza, che scorre a poche centinaia di metri, ha un’acqua perfettamente dolce.
Il Fosso dell’Acqua Salata proviene dalle profondita’ della terra e nella terra infine ritorna. La collocazione del tempio dedicato alla Dea Bona nella posizione dove ora sorge l’Abbazia era un modo per onorare il culto primigenio della Dea Madre nella figura della picena Bona.
I Romani, che avevano portato il culto di Iside a Treja, conferirono la luce di Ra al tempio dei Piceni.
Tarcisio ci informa anche che uno dei generali romani di stanza a Rambona sarebbe poi stato mandato a combattere i Sassoni, fondando in Germania Ratisbona (con la stessa etimologia Ra tis Bona), in tedesco Regensburg. L’etimologia ufficiale fa risalire l’origine della parola al celtico “Radasbona, che era riferito a un insediamento nelle vicinanze”, una spiegazione piuttosto debole e generica che lascia del tutto aperta la questione del nome.

INFLUENZE CELTICHE

Il primo indizio e’ arrivato quando Tarcisio ci ha mostrato il muro di una piccola costruzione posta vicino all’abbazia. Il muro presenta tre interventi distinti ma sulla parte originale (IX secolo) appare un segno che ci e’ sembrato un nodo gordiano modulare, cioe’ ripetuto in serie. Certamente un simbolo molto antico, che pero’ ha assunto una valenza diversa non appena siamo entrati nella cripta e abbiamo potuto esaminare le decorazioni sui capitelli.
Siamo rimasti colpiti dalla presenza di figure che sono tipicamente Celtiche e che gia’ avevamo trovato nel corso della nostra visita a Rosslyn Abbey, il famoso santuario dove i Templari in fuga dalla Francia si sarebbero rifugiati per dare origine alla Frammassoneria.
Cosi’ come i pilastri di Rosslyn abbondano di piante, fiori, e complessi intrecci modulari, a Rambona assistiamo ai medesimi elementi in forma piu’ semplificata. I nodi celtici, ad esempio, simboleggiano la continuita’ dell’esistenza e il passaggio da un livello all’altro dell’esistenza senza alcuna interruzione. Possiamo infatti vedere il nodo Celtico come una spirale multidimensionale che attraversa il tempo e lo spazio e unisce le varie dimensioni dei mondi sotterranei nella cosmologia dei Druidi.
In altri capitelli sono presenti piante inserite in schemi modulari che richiamano anch’essi la cultura Celtica o comunque pagana. Ma quello che sorprende e’ la varieta’ delle specie animali che si trovano sulle diverse colonne: accanto al lupo e alla colomba (anche se un’incisione sull’animale indicherebbe che si tratti di un’aquila) vi sono la figura maculata di un leopardo (o giaguaro) e quella di un uccello esotico che tiene qualcosa nel becco. Queste incisioni dovrebbero trovarsi su un tempio Maya piuttosto che su un tempio del Mediterraneo.
E’ difficile spiegare la presenza di questi animali a meno che di ipotizzare che le legioni romane avessero con se delle bestie importate dal Nord Africa e che i Piceni, probabilmente venuti a contatto con la cultura Celtica molto simile alla loro, le avessero voluto fissare su pietra accanto alle specie selvatiche locali.
I Piceni e i Celti, quindi potevano essere entrati in contatto prima dell’arrivo dei Romani? La spiegazione e’ plausibile se si pensa ai numerosi ritrovamenti di questo popolo nordico in Umbria, la regione vicina alle Marche. La presenza dei Celti, che dalle Isole Britanniche scesero fino alla penisola Italica passando per la zona di Brescia e giu’ lungo l’Appennino, e’ attestata per mezzo della presenza di simboli riferiti alla loro magia Druidica. Sembra pertanto logico supporre che, nell’attraversare i Sibillini, alcuni clan si siano avventurati nei boschi dell’Umbria mentre altri si siano fermati ad esplorare le colline marchigiane. I Piceni, come gli Umbri e i Pelasgi, avevano culti simili a quelli dei Pitti e dei Celti (culto della natura, della Grande Madre, delle divinita’ ctonie, del passaggio dell’anima a vari livelli dimensionali) e un contatto tra queste genti puo’ essere avvenuto senza troppe difficolta’.
Di diversa opinione e’ Fammilume, il quale attribuisce ad influenze commerciali Orientali l’inventiva degli artisti dei capitelli. In particolare nella sua descrizione degli elementi decorativi egli si sofferma sugli animali “ordinari” mentre quelli esotici li definisce “mostruosi” e “astratti”.

I MIRACOLI DI SANT’AMICO

Don Nazareno Boldorini (1904-1959) e’ stato sacerdote a Rambona per 30 anni e grande studioso e ricercatore della storia del territorio (Rambona, Cantagallo, Pollenza).
“Don Nazareno, come scrive Tarcisio Feliziani nella presentazione al volume “Don Nazareno Boldorini, una vita per Rambona”, e’ stato un sacerdote esemplare che coniugava una mentalita’ progressista (proiettava film in parrocchia fin dal 1940 ed e’ stato il primo ad installare una televisione a Rambona nel 1956) con uno spirito legato alla tradizione (si sorprendeva di fronte a nomi di battesimo non convenzionali).
Ha fondato assieme a Giuseppe Fammilume la Corporazione del Melograno, custode della memoria storica di Rambona; ha creato da solo la Chiesa Ossario di Cantagallo a ricordo dei primi caduti per l’indipendenza d’Italia.
Nel 1942 Don Nazareno pubblica “S.Amico Abate di Rambona in Pollenza – Marche”, una raccolta della vita, del culto e della tomba del santo di Rambona, incluso lo studio sull’autenticita’ delle reliquie.
S.Amico e’ un personaggio importante per la nostra indagine su Rambona perche’ incarna quel ponte tra la magia pagana e la spiritualita’ Cristiana, allo stesso modo in cui l’Abbazia di Rambona e’ nata sulle fondamenta di un tempio ancestrale. Cambiano gli usi, ma l’energia rimane immutata.
Non e’ un caso, infatti, che S.Amico andasse a pregare nella “grotta” dove vi era il rozzo sarcofago di pietra ora spostato nella cripta. All’interno del sarcofago vi sono delle ossa di un santo anonimo morto dopo atroci sofferenze per malattia d’ossa.  Chi era questo “santo”? Come mai tanta devozione da parte dell’Abate di Rambona? Egli doveva certamente conoscerne l’identita’ e l’importanza.
L’esistenza storica di S.Amico e’ attestata da S.Pier Damiano nel suo Liber Gratissimus, scritto nel 1052 ed e’ una testimonianza di grande valore in quanto il documento e’ coevo alla vita di S.Amico; non solo, ma S.Pier Damiano aveva visitato i luoghi della zona di Camerino piu’ volte, mosso dal desiderio di conoscere i monasteri fondati dall’eremita S.Romualdo. L’abbazia di Rambona faceva parte a quel tempo della diocesi di Camerino ed era collocata sulla strada romana che da Settempeda (l’attuale Sanseverino) conducenva a Treja. Pare probabile percio’ che S.Pier Damiano abbia fatto visita a Rambona e li’ abbia raccolto notizie di prima mano su S.Amico. Grazie al Liber Gratissimus molti particolari della vita del santo sono arrivati fino a noi, come l’epoca storica, la localita’ in cui egli visse, i ruoli di S.Amico come monaco, sacerdote e abate, la sua santita’ e la procedura con cui questa gli venne conferita.
L’Abate Amico nacque a Monte Milone (era cosi’ che veniva chiamata Pollenza nel Basso Medioevo prima di riprendere, nel XIX sec., il nome originario di Pollentia, Pollenza) prima dell’anno Mille. Era figlio del castellano di Pollenza (allora castello medioevale) e venne battezzato con un nome caro ai Franchi visto che lo portava un soldato di Carlo Magno morto in combattimento e venerato come martire a Mortara. Il giovane Amico ricevette un’educazione cristiana forse ad opera dei monaci di Rambona.
S.Amico fu monaco, sacerdote, abate della Badia benedettina di Rambona. Il monastero in cui professo’ e visse era stato fondato, come abbiamo visto, alla fine del IX secolo dall’Imperatrice Agertrude sulle rovine di un tempio pagano dedicato alla Dea Bona.
Secondo l’iconografia esistente, S.Amico era raffigurato come un uomo alto un metro e ottantacinque e snello, nell’atto di usare attrezzi agricoli o di dispensare oratorie. Una stampa su rame lo presenta in estasi, vestito da Abate e con un lupo accanto (animale che lo si trova spesso accanto al Santo).
S.Amico mori’ a Monte Milone dove era stato trasportato malato, nell’Ospizio di Santa Maria che potrebbe essere l’attuale Chiesa di S.Francesco. La salma venne poi riportata alla Badia di Rambona dove il popolo acclamo’ l’amato Abate come santo.
Dei miracoli operati da S.Amico il piu’ famoso e’ quello del lupo che sbrano’ la cavalcatura che egli stava conducendo carico di legna dalla foresta al convento. S.Amico ammoni’ il lupo per un atto tanto crudele e l’animale si ammansi’ a tal punto che accetto’ di trasportare la legna in sostituzione del cavallo ucciso.
In generale si assegna a S.Amico il potere taumaturgico della guarigione, specificamente quella dell’ernia per cui ancora oggi e’ invocato.
La cripta, con le sue colonne e capitelli (che, secondo Don Nazareno Boldorini rappresenterebbero le virtu’ di S.Amico e i vizi da lui combattuti) e’ adiacente ad una piccola cella, l’antico Confessionale, forse era anche la prima sepoltura del santo. Per questo e’ anche conosciuta come “Grotta di S.Amico”; in quello stesso luogo sembra che egli andasse per pregare e fare penitenza. La cella e’ posta di fronte all’altare della cripta da cui e’ separata mediante un muro.
Un altro miracolo attribuito al santo sarebbe la conversione del Fosso dell’Acqua Salata in acqua dolce in quattro punti, dove tutt’ora si trovano piccole fonti. Ne abbiamo localizzata una interamente coperta da rovi e invisibile alla vista, la quale andrebbe ripulita dalla vegetazione e resa nuovamente accessibile

PRESENZE

La cosa che maggiormente ci ha colpito dalle tre visite che abbiamo sinora fatto all’Abbazia di Rambona e’ l’accenno al culto misterico che si sarebbe professato sulla piccola collina dove oggi sorge la chiesa. Se si volesse azzardare un’ipotesi potremmo dire che il culto era quello primevo della dea Madre, cioe’ delle forze della natura che in quell’area erano incarnate nel trittico Bona-Cupra-Sibilla, che rappresentavano i livelli spirituali dell’esistenza o i tre mondi (comuni a molti popoli pagani tra cui i Celti): quello della terra, appunto, e quelli dei cieli e dei mondi sotterranei.
Sulla Sibilla abbiamo avuto modo di parlare in un precedente articolo, avendo avuto il privilegio di saggiarne la forza energetica che permea sulle vette dei Sibillini. Altrettanto potente sembra essere la presenza della dea Bona tra le mura dell’abbazia.
Vi sarebbero alcune stanze, in corrispondenza delle parti piu’ antiche della struttura, che produrrebbero un effetto molto intenso sulle donne. Abbiamo raccolto alcune testimonianze che ci confermano che l’ingresso e la permanenza in tali ambienti ha il potere di modificare l’atteggiamento delle donne (indipendentemente dall’eta’) mentre gli uomini ne restano immuni.
Questo potrebbe spiegare il perche’ il tempio pagano fu costruito sulla cima del colle che si erge accanto al Fosso dell’Acqua Salata, come a protezione della vita e della fertilita’.
Tarcisio ci conduce sul lato opposto della chiesa che era adibito ad abitazione privata ed oggi e’ una struttura non abitata. Nel cortile interno troviamo un’apertura che conduce all’interno di un “ossario” dove sono state rinvenute molte ossa di monaci risalenti a varie epoche. Il pavimento dell’ambiente e’ stato interamente sollevato rivelando una quantita’ di tombe a diversi livelli di profondita: le tombe dei monaci che vivevano e morivano all’interno dell’Abbazia. Dopo aver attraversato l’ossario usciamo dal lato settentrionale dove inizia un boschetto che scende fino alla base della collina. Tra gli alberi vediamo una porta che serviva ai monaci per uscire, dal monastero passando per un tunnel sotto il livello della chiesa.
Da li’, girando attorno alla casa canonica, torniamo al cortile interno che era anch’esso usato come cimitero per i monaci.
L’Abbazia di Rambona nascone ancora molti misteri e sicuramente merita uno studio approfondito da parte di studiosi esperti di vari settori (storico, archeologico, religioso) visto che le fonti da noi esaminate non sono state in grado di spiegare esaurientemente gli elementi presenti sui capitelli. I culto misterico pagano resta tutt’ora un enigma, cosi’ come la reale funzione del tempio preromano.
All’interno della cripta, poi, esiste un tunnel che oggi e’ completamente sepolto da strati di terra ma che negli anni Sessanta era aperto. Tarcisio ricorda infatti di esserci entrato e di aver percorso qualche metro prima di tornare indietro. Ad oggi sembra che nessuno lo abbia percorso interamente. Noi crediamo che si trattasse di una via di fuga il cui sbocco doveva essere in corrispondenza del fosso sottostante.
Ma ci sono anche altre leggende, secondo le quali il tunnel di Rambona comunicherebbe direttamente con il vicino Monte Franco e chiunque si trovi a percorrerlo alla ricerca della Gallina dalle Uova D’Oro, scompaia per sempre senza lasciare traccia.
Sempre nel territorio della Contrada di Rambona esisteva un tempo un cimitero a cielo aperto dove vennero trovati scheletri di guerrieri e di monaci, appartenenti ad epoche diverse, e che oggi sono stati interamente rimossi. Quella parte di Rambona poteva essere il luogo dei morti originario e che poi venne utilizzato a piu’ riprese da soldati, monaci, e locali.
Questa affascinante, piccola abbazia dimenticata e’ uno degli ultimi tesori architettonici a cavallo dei due mondi (antico e moderno) e puo’ e deve essere rivalutata con ogni mezzo possibile.

02/04/2016 00:00:00

http://www.thexplan.net/article/193/RAMBONA/It
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