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ANNO XV


VALMALENCO FILES
NEOBATRI E LA VALMALENCO
31.05.2018
TXP 3.0
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La Commissione



INDAGINI/In Italia

TRIORA: DOVE DANZANO LE STREGHE

La Commissione

ITINERARIO

Autostrada A10 Genova-Ventimiglia, uscita ARMA DI TAGGIA: si oltrepassa Taggia, proseguendo verso Badalucco, ultimo paese sul livello del mare. Poi si comincia a salire, superando nell'ordine Montalto Ligure, Agaggio, Molini di Triora, e infine si arriva a Triora.


CRONACA DI VIAGGIO

L'ascesa verso Triora dura circa 30 minuti da Badalucco; il percorso si snoda lungo monti boscosi che formano la vegetazione dell'Alta Valle Argentina. La strada è molto stretta e la pendenza notevole, la segnaletica buona e l'aria è fresca per buona parte dell'anno. I paesi prima di Triora sono molto caratteristici, semplici case di pietra sorte attorno alla strada principale, dove non mancano almeno un bar, un alimentari, e il monumento celebrativo ai caduti. Le gente è molto ospitale e disponibile, le auto poche (nella stagione estiva vi è però un incremento, a causa dei molti stranieri che possiedono terre e case nella zona).

Mentre di giorno i suoni più comuni sono il latrare dei cani, o le voci della gente, di notte i boschi si popolano dei molti animali che vivono nell'Alta Valle Argentina, dal gufo reale alla donnola, dalla faina al gheppio, e poi ermellini, lepri selvatiche, e altri animali ancora.
La sensazione che avvertiamo è di un bosco vivo, molto vivo, e man mano che ci avviciniamo alla nostra meta annotiamo particolari interessanti, come ad esempio il 'sentiero delle streghe', o la 'via delle Streghe'.
Giungiamo a Triora intorno all'ora di pranzo, quando le prime gocce di pioggia cominciano a lavare l'asfalto della strada. Siamo a 750 mt sul livello del mare.


TRIORA

La Storia - Triora risulta essere una paese abitato sin dalla più remota antichità. Scavi archeologici hanno rinvenuto tracce di presenza umana risalente al Neolitico Medio (3800-3000 a.C.).
La civiltà pastorale continuò a sussistere nella zona anche durante l'Età del Bronzo (1800-750 a.C.). Significative testimonianze attestano la presenza di una avanzata comunità alpestre nel territorio di Triora nel periodo dell'Età del Ferro, dal 750 a.C. alla romanizzazione della regione.
Nel II secolo a.C. gli abitanti di Triora facevano parte della tribù ligure degli Albingauni, che insieme agli Intemelii ed ai Savo sostennero una lunga ed estenuante guerra contro i Romani. La guerra, resa ancora più difficile dalla pervicace resistenza opposta dai Liguri alla penetrazione romana e dalla conformazione fisica del territorio particolarmente impervio, durò oltre ottant'anni e terminò nel 115 a.C. con la sottomissione della Liguria a Roma.
Tra le 45 tribù o genti alpine assoggettate al dominio romano che sono riportate sulla lapide del trofeo di Augusto a La Turbie compare anche la tribù dei Triullates, che, secondo alcuni storici, sarebbero stati gli antichi abitatori di Triola (come era chiamata Triora nell'antichità e nel medioevo). Nonostante la conquista della regione da parte romana, i Liguri non si sottomisero del tutto, dando luogo a resistenze e ribellioni, a cui i Romani risposero con deportazioni in massa degli abitanti. Tra questi furono deportati, nel piano del vallone Cians (primo affluente della sinistra del fiume Varo), anche alcuni Triulati, che potrebbero essere stati, appunto, gli abitanti dell'antica Triora.
Durante il periodo imperiale Triora e il resto della Liguria godettero di particolare prosperità e ricchezza. Nel IV secolo Triora venne evangelizzata, insieme ad altri paesi del territorio intemelio e ingauno, da San Marcellino, primo vescovo di Embrun in Francia, e dai suoi compagni Vincenzo e Donnino, che erano giunti nell'alta valle Argentina dopo essere approdati dall'Africa sulla spiaggia di Nizza nell'anno 360. Nel periodo delle invasioni barbariche e dei regni romano-barbarici, Triora vide probabilmente aumentato il numero dei suoi abitanti a causa del fatto che numerosi abitanti della sottostante riviera si rifugiarono sulle vicine montagne per scampare alle numerose devastazioni operate dalle popolazioni barbariche e saracene, tra cui le più significative furono quella compiuta nel 641 dai Longobardi guidati da re Rotari e nel 730 da un manipolo di arabi che saccheggiò e incendiò il paese.

Durante la dominazione carolingia, succeduta a quella longobarda, Triora conobbe un periodo particolarmente oscuro, di cui non è rimasta alcuna traccia documentaria, se non la supposizione, avanzata da alcuni storici (tra cui Savio Fedele) che a questo periodo, tra l'VIII e il IX secolo, risalirebbe la costruzione, da parte di monaci benedettini, dell'antica chiesa-parrocchia altomedievale dedicata a San Pietro apostolo e a San Marziano martire, ubicata fuori le mura dell'abitato (come lo erano del resto tutte le parrocchie dei pagus, i villaggi dell'alto medioevo). La chiesa, oggi completamente scomparsa, venne distrutta dalle fondamenta nel 1878 per erigervi al suo posto una piazza d'armi. Verso la metà del X secolo il re d'Italia Berengario II, per difendere le Alpi Marittime dalle incursioni saracene, divise il territorio ligure in tre marche: la Arduinica, la Aleramica e l'Obertenga. Triora venne assegnata alla marca Arduinica o contea di Albenga, che si estendeva lungo il litorale da Nizza a Finale. A ponente la marca Arduinica confinava con la contea di Ventimiglia presso il torrente Armea nei pressi di Bussana. La marca cessò di esistere nel 1091 con la morte dell'ultima contessa di Albenga, Adelaide. Durante il IX e il X secolo si sviluppò anche a Triora l'economia feudale, basata sullo sfruttamento della terra quale unica ricchezza sociale. Fulcro dell'economia feudale era il sistema curtense, che si irradiava intorno al castello del feudatario. A Triora il castello dovette essere costituito dal Forte di San Dalmazzo, a cui era annessa la chiesa omonima e l'abitazione del signore. La corte era una vera e propria cittadella completamente autosufficiente, con i suoi magazzini, coloni e artigiani, e vendeva, comprava e barattava con i trioresi i prodotti della terra e i manufatti locali.
Fu durante la fine del 1100 che a Triora andò formandosi stabilmente il primo centro dell'impianto urbanistico, il quartiere di San Dalmazzo, che era il punto più elevato dell'abitato ed era quasi inaccessibile da tre lati, con il suo forte, la chiesa e il palazzo pubblico. Le cinque o sei case costruite fuori della porta Peirana (o della Carriera Velli) formarono invece il primo nucleo del paese, il cosiddetto burgus, direttamente confinante con il castrum o castello. Come a Genova, anche a Triora la popolazione era divisa in due distinte fazioni, la nobiltà e la plebe, ciascuna occupante un quartiere dell'abitato: quello inferiore (Camurata e Sambughea) era destinato alla plebe, mentre quello superiore (Carriera e Cima o Rizettu) era abitato dalla ricca nobiltà. Intorno al 1210 venne istituito a Triora un governo popolare, detto Parlamento generale, formato dai maiores terrae, e retto da sei consoli in rappresentanza delle principali famiglie magnatizie trioresi.
Tra il 1347 e il 1350 Triora, come il resto d'Italia e di gran parte d'Europa, venne duramente colpita dal flagello della peste nera, che sterminò un terzo della popolazione del paese. La pestilenza imperversò soprattutto nel corso del 1348, quando alcuni abitanti trioresi, per trovare scampo dal terribile morbo, si rifugiarono in un luogo vicino, dove, non lontano dall'abitato di Molini, fondarono il primo nucleo del paese di Glori.
Verso la fine dell'estate del 1587, durante una carestia che aveva duramente provato la popolazione triorese e che durava da oltre due anni, gli abitanti di Triora, particolarmente stremati, iniziarono a sospettare che a provocare la carestia che stava flagellando le campagne del paese sarebbero state delle streghe locali, dimoranti nel quartiere detto della Cabotina. Dopo essere state individuate, le streghe trioresi vennero subito additate alla giustizia.

Il Parlamento generale, dopo essersi riunito, affidò al podestà del paese Stefano Carrega l'incarico di fare in modo che le streghe venissero sottoposte ad un regolare processo e stabilì anche la somma di denaro occorrente per lo svolgimento del processo, cioè circa 300 scudi.
Carrega chiamò allora il sacerdote Girolamo Del Pozzo, in qualità di vicario del vescovo di Albenga, dalla cui curia dipendeva Triora, e un vicario dell'Inquisitore di Genova. I due vicari, giunti a Triora ai primi di ottobre, iniziarono quindi il processo dopo che Del Pozzo, con una infuocata predica nella chiesa della Collegiata, aveva denunciato le diaboliche "malefatte" operate dalle streghe a Triora eccitando in tal modo la collera del popolo triorese verso di loro.
I due vicari fecero allora arrestare una ventina di streghe, che vennero subito rinchiuse in alcune case private adattate a carcere delle streghe, dichiarandone subito colpevoli tredici, più quattro ragazze e un fanciullo. Dal momentò però che tali streghe, forse per estorcere loro la confessione delle loro "malefatte", venivano sottoposte ad atroci torture, ed avevano denunciato diverse "complici", tra cui non poche appartenenti alla nobiltà locale, la popolazione triorese iniziò ad intimorirsi e a nutrire dei dubbi sulla corretta condotta dei due vicari tanto da indurre il Consiglio degli Anziani, un organismo che rappresentava le famiglie più altolocate e benestanti di Triora, a intervenire presso il governo di Genova affinché questo facesse interrompere un processo che non dava più alcuna garanzia, soprattutto in merito all'incolumità fisica delle streghe, tra le quali una, Isotta Stella, era morta in seguito alle torture subite, e un'altra era deceduta per le ferite riportate nel gettarsi da una finestra per sfuggire ai suoi aguzzini.

Il 13 gennaio 1588, con una lunga lettera inviata al governo genovese, gli Anziani di Triora espressero le loro lamentele in merito alla condotta dei due vicari, giudicata eccessivamente severa nel valutare la colpevolezza delle streghe.
L'8 giugno 1588 giunse a Triora il Commissario Straordinario Giulio Scribani, inviato dal governo genovese per fare chiarezza sui processi intentati alle streghe. Qualche giorno dopo l'arrivo di Scribani, il nuovo podestà del paese Giovanni Battista Lerice, in seguito ad un ordine ricevuto dal Padre inquisitore di Genova, mandò a Genova per la revisione del processo le streghe detenute nelle carceri di Triora. Il locale bargello (ossia il capo della polizia) Francesco Totti si occupò del trasferimento delle tredici donne trioresi accusate di stregoneria, che gli vennero consegnate il 27 giugno. Intanto Scribani intentò regolari processi a diverse donne di Triora e dei dintorni, arrestandone diverse e sottoponendole ad atroci torture, che provocarono da parte del popolo le stesse lagnanze che si erano avute contro i due vicari qualche tempo prima.
Secondo una relazione inviata in giugno al governo genovese, Scribani individuò tre donne di Andagna: Bianchina, Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella, che, benché non sottoposte ad alcun tormento, si erano dichiarate colpevoli di enormi delitti, tra cui anche omicidi di bambini innocenti di Andagna. Il commissario intentò processi anche contro una ventina di donne di Castelfranco, Montalto Ligure, Porto Maurizio e Sanremo. Il 22 luglio Scribani mandò quindi a Genova i verbali degli interrogatori delle streghe accompagnandoli con la richiesta di condanna a morte per quattro donne di Andagna. Appena ricevuta la documentazione inviata da Scribani, il governo della Repubblica affidò al suo auditore e consultore Serafino Petrozzi il compito di decidere in merito alle richieste avanzate da Scribani. Petrozzi respinse però tutte le conclusioni e le proposte di pena del giudice Scribani, sostenendo che non si potevano adottare provvedimenti punitivi mancando delle prove certe e inconfutabili.

Il primo di agosto il governo genovese invitò quindi Scribani, a cui era stata prorogata di un mese la missione a Triora, a mandare le prove relative ai delitti commessi dalle streghe come richiesto dall'auditore Petrozzi. Sette giorni dopo, l'8 agosto, Scribani rispose da Badalucco che non poteva inviare alcuna prova in quanto i delitti o erano stati commessi molto tempo prima cadendo perciò nell'oblio o erano avvenuti in luoghi fuori dai confini della Repubblica genovese. Sostenne però che i delitti consumati dalle quattro streghe di Andagna erano tutti sufficientemente provati. Nonostante ciò, in seguito alle obiezioni avanzate dal governo genovese, egli dovette rifare i processi a carico delle streghe di Andagna, che, con sentenza emessa il 30 agosto, vennero condannate a morte. A Genova si decise allora di affiancare due altri commissari, il podestà Giuseppe Torre e Pietro Alaria Caracciolo, al giudice Petrozzi affinché si pronunciassero nuovamente sulle decisioni prese da Scribani. Messisi subito al lavoro, i tre giudici, contrariamente a quanto stabilito in un primo tempo, diedero parere favorevole alla condanna a morte delle quattro streghe di Andagna e di altre due streghe di Badalucco e Castelfranco, Peirina Bianchi e Gentile Moro. Dopo la decisione dei tre giureconsulti, il Senato genovese approvò la condanna a morte di cinque delle streghe accusate di delitti ordinando contemporaneamente di scrivere al vescovo di Albenga, affinché, prima che venissero eseguite le condanne a morte, le cinque condannate fossero riconciliate con la Chiesa.
Poco prima però di dar corso alle sentenze contro le cinque streghe con impiccagione e conseguente bruciatura dei cadaveri da eseguirsi quattro a Triora o ad Andagna e una a Castelfranco, giunse da Genova l'opposizione all'esecuzione delle sentenze da parte del Padre Inquisitore, che sostenne che prima di eseguire qualsiasi condanna a morte nel territorio della Repubblica genovese, spettava a lui, ossia alla Santa Inquisizione di Roma da cui egli dipendeva, fare il processo sui quali aveva diritto di giurisdizione l'autorità ecclesiastica.
Il 27 settembre 1588 il governo genovese informò quindi la Congregazione del Sant'Uffizio di Roma di aver accolto la domanda del Padre Inquisitore. Nel mese di ottobre il commissario Scribani inviò a Genova le quattro streghe di Andagna e una certa Ozenda di Baiardo, lamentando il fatto che la popolazione locale era rimasta molto delusa per la mancata esecuzione delle cinque condannate. Giunte a Genova via mare, le cinque donne vennero subito rinchiuse nelle carceri dell'Inquisizione. Poco tempo dopo il governo genovese mandò a Roma agli uffici della Congregazione del Sant'Uffizio gli atti relativi ai processi alle streghe incriminate. La Congregazione tenne però gli atti per lungo tempo senza addivenire ad alcuna decisione tanto che il doge e i governatori genovesi scrissero più volte a Roma nel febbraio e nell'aprile del 1589 affinché il Sant'Uffizio prendesse quanto prima una decisione in merito. Il 28 aprile 1589 il cardinale di Santa Severina, a nome della Congregazione, assicurò il governo di Genova che erano stati impartiti ordini tassativi per una rapida conclusione della causa.
Il 27 maggio il doge e i governatori di Genova sollecitarono nuovamente la Congregazione, tramite il cardinale genovese Sauli, perché concludesse in tempi brevi la revisione del processo.

Intanto, delle donne accusate di stregoneria detenute nelle carceri dell'Inquisizione genovese, due, tra quelle condannate a morte, erano nel frattempo decedute, mentre, delle tredici inviate da Triora nel giugno 1588, tre erano morte e le altre erano state probabilmente rimandate libere al loro paese natale. Il 28 agosto 1589 il cardinale di Santa Severina annunciò al governo genovese che il procedimento di revisione del processo era finalmente terminato.
Da quanto riferito dal cardinale di Santa Severina al governo di Genova, si può dedurre che il tribunale della Santa Inquisizione aveva presumibilmente cassato alcune delle condanne a morte comminate dall'autorità ecclesiastica genovese, stabilendo con ogni probabilità che le ultime tre streghe rimaste ancora nelle carceri genovesi venissero scarcerate. Nello stesso mese di agosto la Santa Inquisizione decise anche di aprire un procedimento contro il magistrato genovese Giulio Scribani per aver invaso il campo riservato all'autorità ecclesiastica.
Nel 1656 la popolazione triorese venne letteralmente decimata da una grave peste, che, partita dal porto di Villafranca, dilagò in tutta la Liguria.
Per tutto il 1672 il territorio di Triora divenne teatro di una serie di sanguinosi scontri militari tra le truppe piemontesi e quelle genovesi, nel corso dei quali le campagne circostanti il paese vennero pesantemente devastate e le masserie sparse sul territorio saccheggiate e messe a ferro e fuoco. A Triora vennero inoltre stanziati migliaia di soldati genovesi, cinquecento dei quali ingaggiarono uno scontro armato con le forze piemontesi sul colle del Pizzo. Dopo due anni di aspro conflitto sulle montagne prospicienti Triora, il duca di Savoia pervenne infine ad una nuova pace con Genova che venne stipulata il 18 gennaio 1673.
Intorno al 1755, su iniziativa del gesuita triorese padre Antonio Stella, vennero trasportate a Triora le ossa di un giovane martire, detto Tusco, provenienti dalle catacombe di Roma e risalenti al periodo delle grandi persecuzioni contro di cristiani del III secolo. Le autorità comunali e religiose ne istituirono quindi la festa solenne, accompagnata da una grande fiera, da tenersi annualmente la seconda domenica di luglio. Il 28 novembre 1756, dopo oltre un anno di devastazione dei vigneti locali da parte dei bruchi e dei campi di grano da uno sciame di cavallette, il Parlamento triorese istituì la festa e la processione penitenziale detta del Monte per ottenere la liberazione dalla tremenda pestilenza. La festa del Monte si celebra ancora oggi la seconda domenica dopo Pasqua.
Nel 1802 Triora fu incorporata nella Repubblica italiana, mentre due anni dopo passò sotto il Regno d'Italia. Nel 1802 si tenne anche un censimento della popolazione residente a Triora, da cui risultò che il comune era abitato da 5828 persone con un decremento dovuto alle numerose epidemie e carestie che avevano interessato la popolazione ligure alla fine del XVIII secolo. L'11 febbraio 1803, con decreto della Repubblica Ligure, vennero abrogati gli Statuti comunali trioresi insieme a quelli di tutti gli altri comuni della Liguria, anche se tali speciali leggi comunali rimasero formalmente in vigore a Triora ancora per qualche anno, almeno fino al 1819.
Dal giugno 1815 Triora, annessa con il resto della Liguria al Regno di Sardegna, divenne un comune dipendente dalla sottoprefettura di Sanremo. L'economia del paese, ancora quasi totalmente di natura agricola, risultava completamente autosufficiente con i suoi ulivi, i vigneti, le fasce di grano-segale e orzo, gli orti accanto alle sorgenti, i frutteti, i castagneti e i pascoli, che fornivano in abbondanza latte e formaggio.
Nel 1856 la popolazione triorese venne duramente flagellata da una terribile epidemia di colera asiatico, il cui tragico passaggio è ricordato da una grande croce di legno piantata al Poggio delle Pie.
Il 4 ottobre 1879 un fortissimo ciclone, che venne soprannominato il "diluvio" e attribuito a punizione divina per la cacciata dei frati francescani l'anno precedente, devastò il paese scoperchiando metà dei tetti dell'abitato e facendo franare alcuni terreni coltivati nelle regioni Santa Caterina, Curugalla e Cerèixe ad est di monte Trono, che in seguito dovettero essere abbandonati. Intorno al 1880 venne costruito il tratto di strada, poi chiamato via De Sonnaz, che dalla chiesa della Madonna delle Grazie immette nel paese formando nel suo tratto finale alla passeggiata detta delle Spianate, poi alberata nel 1895. Il terribile terremoto che investì la Liguria occidentale nel 1887 interessò anche Triora, dove molti edifici vennero seriamente danneggiati, senza tuttavia provocare vittime. Nel 1890 il parroco Giuseppe Giauni fondò un orfanotrofio ed un piccolo seminario per chierici, che ebbero però entrambi breve vita.
Nel 1992 divenne sindaco il professor Antonio Lanteri di Realdo, che sarebbe stato rieletto nel 1995 dopo un ballottaggio con il geometra di Cetta Nino Gramegna. Durante i primi anni della sua amministrazione il sindaco Lanteri ha dato prova di una notevole sensibilità e attenzione verso i vari problemi che riguardano la comunità triorese, operando in modo particolarmente efficace per il rilancio e il potenziamento delle attività turistiche, che rappresentano ormai uno dei principali punti di forza dell'economia del piccolo borgo dell'Alta Valle Argentina.
Ed è proprio sul turismo che oggi Triora punta tutta la sua attenzione per un rilancio del suo territorio che, dopo aver conosciuto il fenomento di un notevole spopolamento, appare oggi orientato a diventare una amena e confortevole località alpina nei pressi del confine con la Francia, in grado di offrire tutta una serie di servizi alla numerosa clientela turistica nazionale ed internazionale che la sceglie come luogo di villeggiatura estiva e invernale.
Molto interessanti sono inoltre le iniziative promosse dall'Associazione Turistica Pro Triora che, oltre a curare il Museo Etnografico, possiede una casa editrice, la Pro Triora Editore, attraverso la quale divulga opere e pubblicazioni a carattere culturale, e si propone quale strumento importante per il rilancio del turismo a Triora.
La stessa Pro Triora organizza inoltre convegni e conferenze annuali sul tema della stregoneria, dove partecipano studiosi e ricercatori di livello.
In ultimo è da ricordare le feste paesane, tra cui la più pittoresca è senz'altro 'Strigòra', che rievoca in termini ludici la storia e le vicende delle streghe.

Il Museo Etnografico - Raccoglie una grande quantità di materiali, dati, informazioni sui vari aspetti di Triora.


PIANO TERRA

Offre molte informazioni riguardo i ritrovamenti archeologici dell'Alta Valle Argentina, che testimoniano insediamenti umani in epoca preistorica; una vetrina della fauna del posto, con tutte le specie di animali che vi abitano; una sala dedicata a Luigia Margherita Brassetti, nobile cagliaritana vicina alla beatificazione; l'ultima sala è dedicata all'artigianato e all'arte, con foto d'epoca, manufatti in terracotta e ceramica, lavorazioni e ornamenti con l'uncinetto.

PRIMO PIANO INFERIORE

Ci si avvicina alla vicenda delle streghe di Triora: in questo piano sono conservati numerosi libri antichi sulla stregoneria, sui malefici, sulle fatture, ma anche manuali come il famoso Malleus Maleficarum, e saggi storici sulla tortura, sull'Inquisizione, sui processi; la cantina, dove si dice che le streghe creassero filtri magici e pozioni velnefiche; l'altra metà del piano è dedicata invece alla vita dei campi, con foto che documentano i contadini di Triora durante la loro vita quotidiana (la mietitura, l'allevamento, la pastorizia,...)e ai mestieri che si praticavano nel piccolo borgo ligure.

SECONDO PIANO INFERIORE

In questo sotterraneo le pietre conservano tutt'ora le sofferenze e la crudeltà del processo alle Streghe di Triora. Alle pareti sono appese decine di lettere, chiamate convenzionalmente Atti, che testimoniano le varie fasi del processo che durò dal 1587 al 1589; si possono ancora osservare le antiche prigioni, veri e propri buchi scavati nella roccia, dove le donne accusate di stregoneria venivano rinchiuse, in attesa di essere torturate.



Questa una delle lettere:

"...Lettera del podestà G.B. Lerice al Doge e ai Governatori della Repubblica, 27 Giugno 1588 in 'Lettere al Senato', N. 538 - Archivio di Stato, Genova...
Heri sera, a hore ventitre in circa me fu presentato la di Vostre Signorie Serenissime de XXI del stante da Francesco Totti bargello, in virtù de quale vi ho fatto consegnare le donne malefice, o sia streghe, che qui restavano carcerate di ordine del Reverendo padre inquisitore, insieme anche con Biagio Verrando carveto quale parimente per tale effetto era carcerato, accio le conduca da Vostre Signorie Serenissime conforme a detta litera, e per tale effetto gli ho fatto far scorta da quindeci o venti di questa Comune. Ni essendo questa ad altro a Vostre Signorie Serenissime prego nostro Signore Iddio felice Stato, Di Triora, li 27 di Giugno 1588.
Li nomi delle donne sono questi:
Franceschina, figlia di manuele Chiocheto
Gioannina Ricolfa, Cattarina del Borigio e Luchina sua sorella
Gioaninetta Guerra Magdalena sua figlia
Battistina moglie di Giovanni Giauna
Battestina Stella, Battistina Augera Agostina carlina Battestina carlina
Domenegina borella et Maria Matellona
Di Vostre Signorie Serenissime, Humilissimo servitor Giovanni Battista Lerice Podestà
..."

E questa la descrizione del supplizio patito da Franchetta:

"...Franchetta del fu Battistino Borelli è assurta ad emblema della tragica caccia alle streghe che rischiò di trasformarsi in un'autentica carneficina. Un crudele Costituto del 13 Settembre 1588 documenta il suo supplizio.
Vista la sua ostinazione nel negare ogni colpa, il giudice ordinò che fosse posta, vestita unicamente di un mantello di tela bianca, sul cavalletto, non prima di averle fatto tagliare i capelli e radere i peli. L'accusata si lamentava in continuazione invocando il Signore, Cristo, e l'Angelo del Cielo, dicendo fra l'altro: 'Io stringo i denti e poi diranno che rido'.
Dopo cinque ore di tortura non si lamentò più, restando silenziosa sino all'undicesima ora, quando chiese disperatamente aiuto, ricevendone in risposta un rifiuto. Solo dopo tredici ore le venne data un po' d'acqua, e più tardi le fecero bere alcune uova fresche; improvvisamente si calmò mettendosi a parlare familiarmente con il Commissario Scribani e i suoi assistenti. Osservava allora che a Triora nascevano belle castagne marrone, e vedendo che uno dei famigli stava rattoppandosi le scarpe, si offrì di farlo ella stessa.
Dopo diciannove ore e mezza, respingendo l'obiezione di un famiglio, fece rilevare che il vento che si sentiva non era molto buono per le castagne. Richiesta una minestra e un pezzo di torta per ristorarsi, tacque, e pareva quasi che con il suo contegno deridesse i presenti.
Finalmente, dopo ventun ore di supplizio, le venne data da mangiare della minestra di pane tritato, terminata la quale restò nuovamente silenziosa per altre due ore. Fu allora che, rivolta a se stessa, disse: 'Franchetta, di stare sul cavalletto due o tre ore in più, cosa v'importa?'
Il giudice, resosi conto che la tortura applicatale si era rivelata inutile, la fece slegare e ricondurre in prigione. Passò qualche giorno e Franchetta, dopo essere stata esorcizzata da un sacerdote, fu nuovamente torturata ma nulla confessò.
Si presume che fu infine stata liberata perchè questa donna, assunta a simbolo di quella tremenda caccia, cessava di vivere alcuni anni dopo, il 2 Gennaio 1595, cristianamente sepolta
..."

La Cabotina - Situata in Via Dietro la Colla, secondo la tradizione in questa baracca si riunivano le streghe per celebrare i loro Sabba e le loro opere malefiche.


L'umile casolare della Cabotina e la sua prospicente aia sono da sempre considerate nella memoria popolare dimora abituale delle streghe. Qui le Bagiue preparavano i loro allucinanti intrugli, le pozioni di erbe magiche quali la Belladonna, il Giusquiamo e lo Stramonio, sotto i cui deleteri effetti si abbandonavano ad osceni balli e ad orge sfrenate, accoppiandosi con Diavoli, a volte sotto sembianze animalesche.
Tra queste mura nascevano formule segrete per rendere infelici quanti ostentassero serenità e benessere. Dall'aia, in sella più ad un caprone che alla tradizionale scopa, spiccavano il volo verso il Lagudegnu, la Noce, la Fontana di Campumabue o la Rocca di Adagna, o addirittura verso più lontani lidi, spingendosi talvolta, sotto forma di uccelli, verso l'isola della Gallinara.
Presso la Cabotina le streghe si trastullavano con le colleghe molinesi, palleggiandosi i bimbi in fasce trafugati alle madri che incautamente li avevano lasciati al di fuori delle mura dopo il suono dell'Ave Maria.

Nel buio del casolare si dividevano i compiti: qualcuna avrebbe reso disgustoso il latte materno, qualcun altra si sarebbe occupata delle mucche inaridendone le mammelle; altre infine, sotto le spoglie di persone insospettabili, avrebbero propinato, a chi le avesse insultate o maltrattate, intrugli a base di gatti, rospi, pipistrelli, serpi, scorpioni ed altre bestiacce, di bava e materia di appestati e di quanto più immondo si potesse trovare.
Particolarmente perfide diventavano quando si innamoravano: tramutatesi in zucche, le streghe attendevano che i giovani recidessero lo stelo portando a casa l'ortaggio, per dare inizio ad un autentico incubo, che invariabilmente si concludeva con la pazzia o il suicidio della vittima.

I Carugi - Sono vicoli tra i più vecchi di Triora, molto caratteristici; le pietre colorate che pavimentano queste stradine fanno pensare alle scaglie di un gigantesco rettile, che si insinua flessuosamente attraverso le case strette e grigie, in buona parte deserte (o in apparenza tali).

Quando si entra in questa zona, ci si immerge in una condizione dove il tempo non è importante, perchè lì dentro sembra tutto eterno e immutabile, ma tremendamente antico. E se si alza la testa, si possono ancora ammirare le buie finestre prive di imposte, e si può persino immaginare di individuare, tra di esse, quella da dove una strega si gettò per sfuggire alle torture degli inquisitori.

Il Castello - I ruderi e la torre centrale è quello che ne rimane. Situato sopra le ultime case di Triora, il Castello offre un'ampia veduta panoramica della valle sottostante, con i suoi boschi e i suoi borghi.

All'interno della torre una breccia piuttosto ampia permette di provare il brivido di rimanere in bilico ad un'altezza considerevole. Anche nel cortile adiacente la torre, all'interno dei ruderi, si respira un'atmosfera magica, onirica, quasi che l'energia dell'antica resistenza dei trioresi permanga ancora tra le vecchie pietre delle mura

INTERVISTA A SANDRO ODDO, IN ESCLUSIVA PER THEXPLAN.NET

Sandro Oddo nasce a Triora nel 1949 da genitori trioresi. Svolge la funzione di impiegato del Comune di Triora, ma da oltre vent'anni è segretario dell'Associazione Turistica Pro Triora. E' il più accreditato studioso e storico della vita e delle tradizioni del suo paese, a cui è profondamente legato.

Sandro Oddo e (accanto) uno dei suoi libri
Oddo è autore di numerosi articoli e pubblicazioni, tra i quali La medicina popolare in Alta Valle Argentina, Immagini Trioresi, Davanti al Redentore, Sügeli e Bügaeli: la cucina tipica dell'Alta Valle Argentina, Sti Ani, A Castagna de Sunta, e Bagiue. Le streghe di Triora. Fantasia e realtà.
Tra i fondatori della Pro Triora Editore, Sandro Oddo cura anche la rivista 'Le Stagioni di Triora', di cui è vice direttore; collabora a riviste di carattere culturale. Ha completato la propria preparazione presso l'Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera.
Nel suo ufficio, attiguo al Museo Etnografico, Sandro ci ha accolto con molta cortesia e disponibilità, rispondendo alle nostre domande con dovizia di particolari. Questo ci ha permesso di capire molte cose della vita passata e presente del piccolo paese ligure.

1) Come è nata la leggenda delle streghe a Triora?

Non è una leggenda. La leggenda delle streghe è una cosa basata su fatti reali. La leggenda poi è sorta in un secondo tempo, però si basa su fatti reali dove appunto c'è questo processo che è avvenuto dal 1587 al 1589, durante il quale c'era stata una carestia (sembra che ci sia stata una carestia, però non è chiara la questione) e, dato che non si sapeva a chi dar la colpa, si pensò di accusare quelle povere donne che vivevano ai margini della società, nei casolari dove praticavano magari qualche aborto, un po' di medicina popolare, questi riti un po' strani. E [ le autorità trioresi n.d.a.] sono andati in piazza, hanno istigato la popolazione e hanno deciso di stanziare addirittura 300 scudi per questo processo.
C'è però da dire una cosa: la causa ufficiale è la carestia, però probabilmente il processo è stato fatto per celare cose molto più serie, come erano magari la falsa monetazione, l'alchimia, il tradimento contro la Repubblica ecc. E loro, per soffocare queste cose, hanno montato ad arte questo processo contro queste povere donne, che non davano fastidio a nessuno, anzi, io penso che facessero anche cose positive, conoscevano questa medicina popolare che è stata tramandata fino a noi. Erano persone senz'altro positive, più che streghe. Magari poi c'erano anche persone che facevano del male, ma queste non erano di certo in quel numero come sono state accusate.
Io penso, e ci sono anche delle prove, dei documenti che lo dimostrano, che il processo è stato fatto per celare qualcosa di molto più serio.

2) Quando si è conclusa ufficialmente la persecuzione?

La persecuzione è iniziata alla fine del 1587 e ha avuto il suo picco nel 1588. C'è stata tutta una serie di torture, di interrogazioni; sono venuti dei vicari, sono venuti dei revisori, sia da parte religiosa che da parte civile. E poi infine è venuto un Commissario Straordinario che non si è limitato a condannare le streghe di Triora, ma si è messo a cercare streghe dappertutto. Si chiamava Giulio Scribani (ma si faceva chiamare De' Scribani per far vedere che era un nobile), e ha trovato streghe in tutta la podesteria di Triora (che allora era molto vasta, arrivando fino a Badalucco). Si diceva che esse inaridivano i campi, rendevano sterili le mammelle delle mucche, erano in grado di far impazzire la gente. E' tutto documentato, risulta dagli atti, che non sono proprio atti, ma una serie di lettere che spiegano i fatti accaduti. E' una mole enorme di documenti.

3) Si sono verificati in tempi attuali fatti anomali a Triora?

Fatti anomali succedono spesso, secondo me. Io sono nato qui. Bambino, mi dicevano 'non devi passare di lì perchè quella è una strega'. E io non ci passavo di lì, perchè avevo paura. Ma io son convinto che le streghe ci sono ancora adesso. Però non sono le streghe che si dicono che fanno i 'pentolini'. No, sono le persone che non si fanno conoscere, però noi sappiamo chi sono. Sono persone che hanno qualcosa di cattivo, di malefico. Io penso che ci siano, queste persone, ma non si fanno conoscere. Invece quelle che dicono di essere streghe non sono streghe, ma sono 'streghe buone' diciamo. Adesso per fortuna ce ne sono più poche. Le riconosciamo perchè, a parte che la gente parla e si viene a sapere, e poi è in un certo senso è come una sensazione, perchè ci sono certe persone sensitive, io le ho conosciute; quando si trovano di fronte alle streghe, sentono subito un'energia negativa. E' successo proprio con una di queste persone che io sospettavo fosse una strega. Queste fanno del male senza che appaia, ma lo fanno volontariamente.
C'erano poi delle persone che venivano 'abbagiurate'. Quando una persona veniva 'abbagiurata', cioè stregata, veniva portata dallo scaccia-bagiure.

C'erano infatti tante persone abbagiurate; ce n'era una che non riusciva a parlare, balbettava sempre, e c'era uno, l'Uomo di Glori (un paese qui vicino), che faceva queste cose, toglieva il malocchio. Era una persona che aveva poteri soprannaturali: addirittura riusciva a guarire guardando una fotografia, anche da lontano. A volte non ci riusciva, allora prendevano un agnello, un capretto, ne raccoglievano il fegato, prendevano tanti spilli e facevano delle formule particolari. Questo quando certe persone erano invasate, avevano delle crisi epilettiche, anticamente pensavano fossero causate dal malocchio. In questo caso io sono piuttosto scettico. Io parlo di cose che sono successe trent'anni fa, in tempi abbastanza recenti.

4) Può raccontarci un aneddoto sulle streghe del passato?

C'era una vecchia, Nazzarena. Non era una strega, però lei dice che aveva conosciuto le streghe, che era stata abbagiurata, poi sarebbe guarita, ecc.
Però raccontava che c'era un calzolaio che aveva due gobbe, che viveva con due gobbe. Questo era successo perchè, quando si suonava l'Ave Maria le porte [di Triora n.d.a.] dovevano essere chiuse, perchè i bambini che rimanevano fuori erano preda delle streghe.
C'era un bambino che aveva una gobba, le streghe se lo sono preso, gli hanno tagliato la gobba, e di notte si son messe a giocare con la gobba, e poi il mattino dopo l'hanno lasciato andare, e lui era tutto contento di essere senza gobba.
Però c'era un altro bambino, anche lui con la gobba. Sua madre mandò anche suo figlio fuori delle mura, pensando che anche a lui le streghe avrebbero usato lo stesso trattamento dell'altro bambino.
Le streghe naturalmente l'hanno preso, hanno giocato tutta la notte, e al mattino, invece di non avere più la gobba, le streghe glie ne avevano applicato un'altra, così il bambino s'è trovato con due gobbe, infatti c'era questo calzolaio che aveva due gobbe. Io personalmente non ci credo, però Nazzarena raccontava questo fatto, risalente agli inizi del Novecento.


Le streghe usavano trasformarsi in gatti.

Una volta si dice che uno di questi gatti si era messo a miagolare forte, non la smetteva più, e allora gli hanno tirato una pietra prendendolo in pieno.
Il giorno dopo c'era una donna che abitava lì vicino con un laccio al collo, che camminava zoppicando.

5) Ha mai vissuto un'esperienza personale da ricondurre alle streghe?

No, a parte l'aver sentito tutte le chiacchiere sulle streghe. Mi dicevano 'stai attento', e io ci credevo. Però per esempio mia moglie si ricorda che un suo avo, ancora un bambino in fasce, era stato vittima di una strega; c'era una donna di Badalucco che durante una festa entrò nella casa, e questo bambino venne ritrovato con un livido attorno al collo, come se fosse stato morso. Nessuno vide quella donna entrare, nè uscire.
Questo bambino nel giro di una settimana era morto.

6) Cosa pensa delle streghe di Triora?

Ci sono le streghe buone, ma secondo me le streghe esistono. Io sono convinto che esistono, ma le vere streghe sono cattive, però non sono quelle che si fanno riconoscere, ma quelle che si nascondono, e che sono in grado di entrare nello spirito della persona, e di fare del male. Io sono convinto di questo.

7) E il parroco come convive con l'idea delle streghe?

Il prete è scettico, molto scettico, però non è tanto propenso ad accettare l'idea. Una volta volevamo fare uno spettacolo sulle streghe, che rappresentava un sabba. E il prete ha impedito che questo si facesse in piazza, e lo spettacolo è saltato.
Ma se fosse stato completamente scettico forse avrebbe lasciato che si facesse. Ormai siamo nel 2000, e di questo fatto ne hanno parlato un po' tutti i giornali.

Ringraziamo Sandro Oddo per la sua gentilezza e disponibilità, e lo salutiamo con la consapevolezza di aver conosciuto un uomo, forse uno degli ultimi trioresi che ha dedicato la vita allo studio e alla ricerca delle radici e delle origini della sua terra, nel tentativo di comprendere il mistero che da secoli circonda Triora.
Nonostante le vicende cariche di dolore e sofferenza, calamità e persecuzioni, che hanno accompagnato nei secoli la Città delle Streghe, vogliamo riportare quello che scrisse il grande poeta e drammaturgo Riccardo Bacchelli a proposito di Triora, così da tentare di bilanciare le energie che circondano questo suggestivo borgo ligure. Dopo aver letto questi versi, una volta di più ci rendiamo conto di come, anche nel buio dell'ignoranza e della superstizione, trova sempre spazio una corona di alloro.

"Vi fui sul far della sera, mentre estive caligini
sciroccali accrescevano sui monti il senso
di remota lontananza e solitudine.
E anche la cortesia degli abitanti,
cortesi come sanno essere i Liguri
austeri e ritenuti, parlava al cuore.
Alto sullo sprone di monte e dominante
sul paese e sulle valli precipiti,
il camposanto di Triora è simile
a un fortilizio destinato all'ultima difesa.
E anche la stupenda invenzione
che l'ha collocato lassù,
è un'invenzione d'amore..."

FONTI

http://www.comune.triora.im.it/ [Comune di Triora]
Sandro Oddo
Albergo Colomba D'Oro di Triora
Museo Etnografico di Triora
Associazione Turistica Pro Triora e Pro Triora Editore
www.triora.org

17/03/2016 16:03:30

http://www.thexplan.net/article/166/TRIORA-DOVEDANZANOLESTREGHE/It
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